E se il genere fosse una – tremenda – occasione?
In greco l’inciso sarebbe stato deinos, che vale – con la potenza delle polisemie di quella lingua – tanto terrificante e grave quanto straordinario, mirabile.
E non si può non partire dalla sua lingua quando si prova a raccontare Tiresia, cardine di molti miti greci, l’indovino cieco a cui i re affidano la propria sorte. Questa immagine di Tiresia è ormai nota anche a chi non ha un bagaglio di studi classici. Lo è forse meno l’altro Tiresia, quello del corpo e delle sensazioni travolgenti e angosciose di quando, fanciullo, separa con rabbia l’amplesso di due serpenti cari agli dei e si trova, improvvisamente, gettato in un corpo femminile. Lo rifarà, molti anni più tardi, e si ritroverà di nuovo in un corpo di maschio.
Solo quando, dall’altro della propria straordinaria esperienza, sarà chiamato a fare da giudice in una contesa tra Zeus ed Era a proposito del piacere, a causa di una risposta sgradita a Era si troverà accecato dalla rabbia divina che il re degli dei gli fornirà la capacità della preveggenza. Non è, questo, che il termine di un percorso che inizia molto prima.
Prima di diventare l’archetipo dell’intellettualità, della saggezza e della capacità di comprendere, Tiresia è un corpo. Un corpo che abita uno spazio, che si confronta con la realtà e vi agisce – e reagisce – e uno spazio di sé, per riconoscersi, combattere con se stessi e cercare di somigliarsi. In un tempo in cui le questioni di genere si trattano spesso, ma altrettanto abitualmente con superficialità, il teatro riporta con forza e lirismo alle radici di un tema che, urgente, a ben guardare, è sempre stato. È molto eloquente, a ben guardare, che un dei miti fondativi di quella che si pretende di chiamare civiltà occidentale, muova da una figura che ha sperimentato l’abitare corpi e generi differenti. È allora tutt’altro che peregrina la scelta di fare del Tiresia – o Tiresias, come da dizione originale – un giovane individuo di oggi, abitante e abitato dal tempo degli smartphone e della rete.
Lo fa Kate (o Kae) Tempest, drammaturgo, poeta non binary, che in questo Tiresias che assomma identità specchia e racconta forse sé, ma di certo tutto il resto. Il tempo, che si affastella in una compresenza sincretica e uno spazio che sul palco del Teatro Elfo Puccini si sintetizza in tracce di luce. E soprattutto ogni individuo, al di là, al di fuori del genere eppure (o forse proprio per questo) intimamente connesso al proprio corpo.
A portare Tempest in scena in Italia non poteva che essere il collettivo Angelo Mai, che da tempo esplora e ridà vita alle esperienze che – nella scena contemporanea, soprattutto anglosassone, su questi temi è stato espresso ma di qua del mare abbiamo preferito rimuovere o semplificare. Loro, invece, scelgono di dare spazio, con questo Tiresias, a un poemetto di grande raffinatezza stilistica ed evocatività linguistica, secondo i dettami della spoken word poetry in cui Tempest si muove.
Giorgina Pi, anche qui visionaria e scarna a un tempo, lo fa dando forma a un percorso di tracce – di luce e messa in luce – e di suono, in cui alle parole di Tempest si intrecciano i suoni che il Tiresia individuo sceglie per sé, a tracciare i passi della propria ricerca attraverso un microfono, una personale e diretta presa di voce a cui prestare ascolto, perché è questa la sola via per comprendere ogni soggettività.
A incarnare la complessità e la forza del Tiresias individuo che parla è un Gabriele Portoghese magnetico e suggestivo, che si fa strumento – e suona, anche, dal vivo, una chitarra – di un viaggio attraverso i corpi come parte di un tutto che sfida quello che siamo abituati a chiamare “naturale” per farci scoprire che di natura non abbiamo che un concetto tragicamente limitato e una conoscenza goffa e parziale. Se contatto autentico con la natura, anziché il limite della biologia, fosse scoprire l’essere umano inteso come corpo dentro a un contesto, e provare a tenere tutto insieme? In fondo, sembra suggerire la vicenda di Tiresia, ci stiamo provando da millenni. E forse a ben guardare nel frattempo ci siamo dimenticati come si fa.
E il teatro – per secoli luogo di confinamento di tutto quello che la vita non permetteva di sperimentare e riconoscere, adesso è lo spazio per interpretarla e comprenderla, non più punto di partenza ma di arrivo, artisticamente mediato – di quello che si osserva e si sperimenta su di sé. Così ci si scopre sorpresi a separare un serpente realtà che improvvisamente fa deflagrare parti di noi che ci hanno sempre costituito.
E “tu resti luminoso e terrificante,
in fiato e carne e ossa.
Tiresia – insegni a noi tutti
cosa significa restare sé stessi”
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.









