Se si deve trovare un momento pubblico che preveda un officiante (quasi) di spalle all’uditorio, l’evocazione più istintiva è il cattolicesimo preconciliare, dove il celebrante era rivolto nella stessa direzione dei convenuti, per non togliere lo sguardo da qualcosa di più alto.
Sorriderebbe, Jean Genet, di questo immaginario forse blasfemo, quando l’oggetto è il suo capolavoro Nostra signora dei fiori. Eppure ha una sua coerenza. Perché a Dio, tanto quanto ai corpi, vanno gli sguardi dei suoi protagonisti.
In Divine, invece – in scena al teatro Gerolamo di Milano – lo sguardo si orienta verso i veri protagonisti, i personaggi del romanzo, che prendono forma con tratti malinconici ed evocativi, talvolta abbozzati a carboncino e in altri momenti resi vividi dall’acquarello.
Sono i bozzetti di Cinema Cielo, spettacolo del 2003 che Danio Manfredini avrebbe voluto trasformare in film.
È rimasto invece un lavoro per la scena, ridotto alla quasi totale assenza di artificio scenico se si eccettuano, oltre alla proiezione dei disegni, un leggio, una minimale architettura sonora asincrona che spazia da Eminem con Dido ai Pink Floyd, fino a Bach e Jimmy Somerville.
E soprattutto la voce di Manfredini, che scende, fonda e gutturale a tratti e poi si eleva, quasi flautata, per dare corpo a un pezzo di mondo forse dimenticato, o piuttosto rimosso, dalla storia. La scelta scenica è forse fin troppo scarna, purtuttavia rende evidente quanto le parole del resto possano bastare a se stesse.
Sarebbe banale rievocare la citazione a proposito di diamanti da cui non nasce niente e letame da cui nascono i fiori, che pure sorge (e si deve) in un contesto molto simile a quello Genetiano. Però di fatto è questo che emerge, limpido, dalle pagine del romanzo, pubblicato nel 1944 e diventato un cult.
È un mondo che Genet ha toccato con mano, quello dei bassifondi, e che racconta senza indulgere in romanticizzazioni ipocrite. Però, c’è poesia anche suo malgrado in Divine, signora delle camelie senza palazzi ma con la stessa condanna e la medesima fame d’amore.
A differenza di Margherita (o Violetta, se vale la dizione della Traviata), però, lei, ha barattato la ricchezza con la libertà di vestire l’identità che sente sua, di cancellare (almeno fino all’ultimo) Louis per Divine, (tra)vestendosi per somigliarsi.
Una scelta che le costa il proprio corpo, e una disperazione sottile che però non cancella la leggerezza dolce con cui – nella lettura di Manfredini – guarda a un mondo sordido e spietato, da cui tuttavia si distilla purezza.
Persino dal cavernoso Mignon, magnaccia ed amante di Divine, e senza dubbio da Nostra Signora dei Fiori, bambino e assassino, che si consegna alla sorte segnata al suo nome anagrafico con la sincerità che il mondo vorrebbe togliergli.
Quello tratteggiato da Genet, però, è un mondo che nell’assenza di giudizio apre squarci di verità.
Che non nasconde quanto è disperante, la solitudine e la fame, e il rifiuto del mondo (e di conseguenza, gli espedienti, il furto, la morte) con cui si paga essere se stessi, inventare un tabernacolo di chiacchiere e paillettes, dove «c’è amore un po’ per tutti, e tutti quanti hanno un amore». E – per compensazione – racconta i più derelitti dentro una bomboniera, un piccolo gioiello di teatro all’italiana a un passo dal Duomo, il cuore elegante (e sacro) della città.
Qui, le parole del romanzo illuminano la comunità (genericamente) omosessuale della prima metà del Novecento, e che sarebbe durata così fino alla liberazione sessuale e oltre, quella dei vespasiani e dei nomi in codice.
Il mondo è cambiato radicalmente in molti aspetti, ma forse – ed ecco il senso di raccontarlo, ancora – soltanto fino a che ci si può permettere una vita diversa, finchè si può cancellare un tema di classe che – in certi luoghi, in dati momenti – si è forse semplicemente nascosto sotto i tappeti o dietro le porte.
Jean Genet ha fatto epoca per la sua scelta di non nascondere niente, dal sangue alla cocaina, dalle zuffe alla galera, ma di guardarlo con il rispetto con cui, ad esempio, Lisetta Carmi ha ritratto i suoi travestiti. Genet, di ladri e giovani ai margini, nella sua identità assente di figlio di padre ignoto è stato parte, più che amico, e ne conosce l’abiezione e la resa.
E proprio nella sua autenticità lo celebra, nella sua luminosa fragilità. Non c’è, forse, alternativa alla sconfitta per chi nasce perdente. Ma somigliare all’idea che si è sognata di se stessi, liberi e senza conto da rendere, se incontra una voce capace di comprendere, può consegnare a qualcosa di simile all’eternità.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.
- Chiara Palumbo
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