Come leggere, con occhi finalmente liberi da sovrastrutture, il dopoguerra nel suo lungo dipanarsi, dalla fine dei Quaranta, agli anni di piombo? Ad esempio con lo sguardo che fu già di Guido Guglielmi a Bologna, e oggi Francesca Cadel, che ne parla come il solo a fare davvero letteratura comparata, «capace di cogliere sempre un aspetto inatteso, leggere i dettagli». La domanda oggi aperta, a cui a Pordenonelegge si prova a rispondere, è: Cosa resta del contrasto tra un’eredità di regime, la retorica di una grande Italia e la guerra agli antifascisti – non lontana da oggi? – e la ricostruzione dei nuovi partiti che esclude tutti gli anomali.

La suggestione offerta da Gian Mario Villalta, ed esplorata da Cadel nel saggio Dai Quaranta ai Settanta, per Mimesis, è che attraverso le anomalie si può capire di più. Per dimostrarlo, Cadel sceglie figure atipiche e sguardi obliqui, aprendo nuove letture dove non ce le si aspetta.
Ad esempio: Umberto Saba, chiosa ironico Villalta, è l’ultimo a cui si potrebbe chiedere di raccontare questo, e invece, come aveva già intuito Sereni, leggendolo racconta un dopoguerra più mosso e non risolto, Un Saba che, Alessandro Giammei ha definito «padre queer di un Antinovecento».
Paternità che si rintraccia nel testo approfondito da Cadel, Scorciatoie e raccontini, scritto in stato di grazia, in cui il poeta racconta l’Europa di fine Ottocento e inizio Novecento, quella dopo Majdanek, il primo campo di sterminio di cui aveva avuto notizia, creando scandalo per il suo linguaggio, considerato infantile e per questo travisato, letto, sintetizza Cadel, come offensivo rispetto a una narrazione impastata di sangue e le lacrime. Un Saba che ebbe però lettori di eccezione, come Levi, disposto a coglierne la lettura psicanalitica a partire dalla morte di Mussolini.
Dopo Saba, nell’approfondimento della docente, già ordinaria di letterature comparate a Calgary e per decenni negli Stati Uniti, viene il Pasolini del tramonto degli anni Sessanta, da alcuni definito americano.
E poi la Morante di Aracoeli, con le sue vibranti pagine della Resistenza lette in rapporto alla contemporaneità, ai momenti più violenti degli anni di piombo.
Cosa accosta queste figure? Una incrostazione retorica per motivi politici che li colpisce tutti, e ne rimuove la problematizzazione e l’alterità, che oggi ci interroga. Quel che in Saba si è chiamato infantile, ci dice invece che siamo stati capaci di orrori da cui non si può tirarsi fuori, siamo eredi di una storia in cui siamo chiamati a capire quanta colpa abbiamo tutti e come elaborarla.
Naturale, chiosano i relatori, che una dialettica politica che deve conservare le opposizioni non possa accettare contenuti del tutto inattuali per il momento, che tuttavia sono gli stessi nodi su cui Levi avverte riflettendo su cosa resta dell’umanità di fronte a eventi drammatici come quelli, per inciso, cui ci si trova davanti oggi.
Anche il ritratto di Pasolini, in Cadel, è fuor di quello bidimensionale della critica tradizionale. Si tratta invece dell’uomo che parlò del Sessantotto come moto borghese lontano dalla rivoluzione proletaria, che fotografava una situazione politica arenata su costanti che contrappongono una ottusa sinistra di partito un po’ ipocrita a una DC agglomerato di interessi.
Un intellettuale che in quegli anni trova una terra promessa della vita nei poeti Beat, che la cultura ufficiale italiana ha rifiutato. Di quella postura Pasolini invece è entusiasta, nel mondo universitario americano di allora vede – forse accostandosi a Fernanda Pivano, la sola disposta a coglierne la dirompenza – come qualcosa di meraviglioso e impossibile, auspicando un salto verso un tipo di democrazia in Italia neanche pensabile.
A orientarlo in questa direzione sono quattro viaggi compiuti tra il ‘66 e il ‘69, che producono Guerra civile, testo in cui immagina gli USA come l’unico luogo in cui è possibile una vera lotta di classe, una vera rivoluzione. Una spinta che lo riporta alla radicalità della lotta partigiana, alla memoria di suo fratello ucciso dai partigiani slavi, e lo spinge a un parallelo tra S. Paolo e Martin Luther King.
Una visione forse ingenua, di certo lucida e appassionata, di quello che con pertinenza Villalta definisce «un meraviglioso sensore, una intuizione politicamente erotica dei flussi», che lo porta a una intuizione capace di vedere la povertà bianca della New York radicalizzata di allora già vicina ai diritti civili dei neri americani.
E forse anche a riconsiderare, fuor di ideologia, le spinte anche letterarie che gli si muovono intorno, come quando incontra Ezra Pound attraverso Allen Ginsberg e attraverso la sua lingua. A guidarlo, a ben guardare, è la convinzione che «il legame tra gli eseri umani deve fondare un credo politico e non il contrario».
Negli USA e nell’epica americana, PPP ritrova questo legame che altrove è andato perso, mentre sovrappone del potere americano e la sua pervasività violenta a quella nazista.
La voce più potente e i passi più sentiti di Cadel sono però quelli che nel saggio dedica a Pietro di Donato, italo americano, nato a Vasto. Noto come lo scrittore muratore, pacifista internato per non combattere , iscritto ai comunisti americani dopo la morte di Sacco e Vanzetti, e poi autore di Cristo tra i muratori e Cristo tra i brigatisti.
La docente si sofferma però su Moro, pièce teatrale del 1979, che nasce d un testo pubblicato su Penthouse dieci anni prima. Una voce che apre, già in quegli anni, scorci inediti e inquietanti sul sequestro Moro e su pagine ancor oggi non note, che l’autore trae dalla sua conoscenza diretta coi brigatisti: Di Donato infatti parla sempre e soltanto di videocassette. Ci sono, infatti, interviste filmate a Moro che rendono evidenti, strane verità, sulla violenza politica e sulle pagine della storia d’Italia e dell’Occidente, in una radiografia di quegli anni emersa solo in parte con le pagine mutile del cosiddetto memoriale.
Il delitto Moro, si suggerisce, è la pietra tombale del dopoguerra, che oggi si può riapprofondire liberandolo di quel che si credeva di sapere. Magari attraverso una lettura appassionata come quella di Cadel, che ancora conserva la spinta a volerci migliori.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.






