“Dovevo fare un teatro che mia madre, che aveva fatto la quinta elementare, fosse in grado di capire”. Per leggere la “storia su Aldo Moro” che Marco Bisciaio porta al Milano Off Fringe Festival, vale la pena partire da questa frase, che diversi anni fa ci aveva consegnato Lucilla Giagnoni, tra i primi volti del celebre Teatro Settimo, che ha tenuto a battesimo nomi come Laura Curino, Marco Paolini e tanti altri: i capisaldi, insomma, del teatro di narrazione.

L’intenzione era – è – usare il teatro come strumento non solo civile, di memoria, ma anche e forse soprattutto di farsi veicolo di conoscenza di qualcosa che non tutto l’uditorio può maneggiare.
Un obiettivo in qualche misura didattico e anche – spiegava Giagnoni con un sorriso, in qualche misura giustificatorio, di fronte a una generazione (quella degli adulti) che aveva l’urgenza di comprendere dai figli il senso di un percorso artistico.
È, questa, una eredità che oggi è stata raccolta in almeno due possibili vie. Accanto ai continuatori e agli eredi di quella tradizione si è affermato, negli ultimi anni, lo strumento del podcast, che ha riconosciuto, anche nel tempo dell’immagine, la forza e l’evocatività della narrazione, della voce che chiama in causa uno a uno l’ascoltatore individuo dall’altra parte delle cuffie, per raccontargli quello che lo spettatore non conosce.
È un esito che si sarebbe attagliato molto bene al lavoro che, al Fringe milanese arriva con il suggestivo e accattivante titolo Tutti credettero che l’incontro tra i due giocatori di scacchi fosse casuale che avrebbe meritato di essere meglio utilizzato e che rimane invece curioso quanto sospeso.
È nei codici di questa forma, più che in quelli del teatro in senso puro, che lo spettacolo si muove per ripercorrere, evidentemente per gli occhi di chi non c’era e non ne ha fatto patrimonio di una coscienza comune, la vicenda del sequestro Moro.
L’interprete, microfono in mano cerca lo sguardo dello spettatore singolo per riavvolgere il nastro di una vicenda senza cui l’Italia di oggi non sarebbe ciò che è. È qui che vuole arrivare l’attore, autore e regista umbro, aprendo uno squarcio – noto a chi c’era, sorprendente e (sperabilmente) angosciante per chi è nato nel mondo di dopo, su quanto il sequestro Moro non possa e non debba essere l’esito isolato di un tempo dove l’ideologia della lotta armata imperava chiamando rivoluzione l’uso della violenza (una narrazione che, oggi come allora, fa comodo a molti, complici, istituzioni e punti di congiunzione tra gli uni e le altre.
Ed è soprattutto per questo che ha ancora senso ripercorrere a ritroso la vicenda del sequestro Moro, tra il comunicato della Duchessa, Gradoli, la seduta spiritica e le biografie degli agenti della scorta, come Oreste Leonardi, scampato alla vendetta partigiana per morire accanto al presidente DC.
Questo nonostante siano molti, ormai, gli esiti felici attraverso cui la vita di Moro e il suo sequestro è stata trasposta in altre forme sceniche. Uno su tutte, la stupefacente opera di “reincarnazione” di Fabrizio Gifuni sotto la guida di Bellocchio, che si ferma dove Bisciaio prova ad approfondire se non altro la domanda.
Dove saremmo, oggi, se l’esito non fosse stato quello che conosciamo? Quale – vera – rivoluzione, sconquasso e sovvertimento dello Stato e delle sue membra incancrenite dal neofascismo avremmo visto se da quelle mura Moro fosse uscito. Risvegliato e pieno della rabbia che esplode, violenta e senza appello, contro “l’irridente silenzio” del potere (ancora una volta Gifuni ne ha fatto un illuminante reading, che muove dal memoriale di quei giorni”) di cui le BR lo elessero come massimo interprete.
A chi ha giovato, davvero, la morte di Moro, che il giorno dopo si è iniziata a dimenticare perché, gattopardianamente, tutto cambiasse per non cambiare niente. A quelle parole – meglio, a quelle voci – l’autore si appoggia per spiegare e capire – ponendosi, anche scenicamente, dalla stessa parte del pubblico, di chi ha bisogno di sapere trasformando in corpi quelli che ormai sono rimasti spesso soltanto nomi, da Mino Pecorelli a Piersanti Mattarella (noto oggi, quando va bene, in funzione del fratello Presidente della Repubblica) o di quel Pier Paolo Pasolini che aveva visto prima di tutti, prima ancora del sequestro Moro, spegnersi le lucciole di un tempo di sapienza – foss’anche antica – già tramontato, e che oggi ci piace pensare che vorrebbe poter gridare il suo “io so” nella voce di ragazzi di vent’anni in cui forse ancora era disposto a sperare.
Voci da lontano, a tracciare eredità e reti, perché ogni storia è – lo sappiamo – una somma di storie. Ed è, anche questa, una regola che il podcaast conosce bene. Lì – come in questo lavoro – ogni frammento di tempo non si racconta mai come data pura, ma attraverso tutte le imprese – sportive, artistiche, sociali, a loro modo eroiche – che l’hanno fissata nella memoria collettiva.
Quel 1978 offre eroi a profusione, da Peppino Impastato al Mohamed Ali al tramonto sconfitto dall’astro nascente Leon Spinks, simbolo di quelli che non ci si aspetta, come Ambrogio Fogaar e Mauro Mancini, capaci di sopravvivere 74 giorni naufragati, soli, ai confini del mondo, a mille chilometri da qualsiasi propaggine di un mondo che loro non vedono mentre cambia irrimediabilmente.
Tutte queste eredità sono lì, come le loro canzoni – pur se l’esito scenico di questo lavoro avrebbe giovato da un maggior utilizzo delle possibilità fisiche che la scena offre – a risuonare verso il futuro, verso un finale che non c’è ancora, tanto è vero che lo spettacolo pare suggerirne molti (forse troppi).
E del resto, dove fermarsi? Forse solo ad ascoltarli pretendere che questo tempo non le riduca al silenzio.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.






