Siamo fatti dei libri che leggiamo. E degli scrittori che fanno di noi chi siamo, anche – forse soprattutto – quando l’orecchio della massa finisce col cancellarne la voce. Serve allora quella di altri scrittori per ricomporla, intrecciandola con la propria e con un punto di osservazione che potrta alla luce legami ed eredità.

immagine per PordenoneLegge 2025 3#. Vendicare il silenzio e il tradimento dei corpi: omaggio a Daniele Del Giudice e Flannery O’Connor

Come accade a La ragazza di Savannah (Mondadori), ovvero Flannery o’Connor, scrittrice estrema ed eccentrica, a cui Romana Petri presta la propria fantasia per riempire i vuoti di memorie rimosse, o Il mondo che ho fatto (La Nave di Teseo), in cui Roberto Ferrucci rievoca dal proprio sguardo di amico e forse maestro, sicuramente devoto cultore, Daniele Del Giudice, che ha rivoluzionato il modo di intendere la narrativa contemporanea.

E lo fa supplendo, invece, con una enorme messe di documenti e registrazioni personali, alla memoria che la malattia ha iniziato a strappare all’autore veneto poco dopo i cinquant’anni.

Ne emergono pagine corpose figlie dell’urgenza, dell’esigenza di fare giustizia, e di dar ragione, è il caso di Petri, di una immersione «iniziata quando ho capito che non avevo mai incontrato nessuno che scrivesse così», chiedendo anche ai suoi lettori una fatica dell’inizio data dalla sua ricerca della perfezione, suscitando, altrimenti, come il senso di una perdita. E impendo, dunque, di distrarsi.

Così se ne è accostata Petri, leggendola con devozione e poi scrivendola senza freno con una immersione totale, necessaria ad annotare, entrare dentro una ricerca sfrenata, nel sapore delle parole centellinate che accosta tutti i sud, dal sotto il Mississipi alla Sicilia, che Petri la memoria di Petri affratella nei loro lunghi silenzi.

Un altro passo ha invece la memoria di Ferrucci: il passo lungo degli anni necessari a raccogliere e custodire testimonianze per dar vita a un memoir dal montaggio romanzesco di anni condivisi. «Come per rispondere a un dovere per chi aveva perso la possibilità di trovare le parole» e far riemergere dal silenzio un autore che, anche nella coscienza dai lettori, da parte degli addetti ai lavori, «è stato fatto sparire insieme alla sua malattia».

Sono, entrambi, due libri di rivalsa, di rabbia e di giustizia, due libri contro il silenzio. La ragazza di Savannah, rivendica l’autrice, è «un libro scritto per vendicare molte cose di Flannery».

A cominciare dal diritto di usare anche per lei la parola genio, e da quello di non essere ridotta, anche in questo caso, a uno stato fisico prostrato e a una malattia, il lupus, che le impose la febbrilità di chi sapeva di non avere tempo, e l’esigenza di consegnare al dopo di sé la versione migliore come l’unica possibile. Che potesse cancellare, anche, il costume comune anche alla critica, di giudicarla come donna. O se si deve trattarsi di un ritratto del suo femminile, che possa quantomeno restituirne uno veritiero di «una donna piena di rabbia, una cattolica ortodossa che aveva per primi nemici i cattolici bigotti, che parla di grazia come martirio».

Celebrare chi vissuto con una scadenza, chi schiacciato dal tempo sente di corrergli dietro, e per questo leva scrivere e revisionare al contempo. Lavorava e distruggeva, per finire la giornata con la pagina esatta, pronta ad affrontare l’alito della morte accanto.

«Lei sapeva cos’era il male, non aveva bisogno di succhiarlo agli altri. Come sapeva cos’era il bene» con una assolutezza che per Petri si è tradotta in una spinta a diventare lei». Con un teatro dentro la testa, a far propria una storia ingurgitata e poi espulsa con gli i suoi stessi «occhi radice», finendo col far convergere la vita di chi racconta e di chi è raccontata, e dove l’immaginazione con cui l’una dà voce all’altra diventa quella che «lei avrebbe potuto immaginare».

Se per O’Connor si procede per assoluti e per torrenti, con Del Giudice il compito che si da il biografo è fare ordine, e accostare, alle memorie recuperate, solo i contesti: dove potrebbe aver parlato con Calvino, quali gesti potevano abitarlo, forse quali intenzioni l’hanno spinto a partire per la Polonia con l’obiettivo di fare teatro con Grotowski.

O ancora, far emergere, dentro all’autore schivo, l’uomo. L’amico Daniele divertente, che faceva scherzi drammaturgici.
E poi ricomporre con il suo ricordo la biografia di un uomo che si costruisce una poetica facendo il giornalista a vent’anni a Paese Sera e poi smette, per passare ai libri, o per fare il cammino dal Polo sud a -40.

Due voci urgenti, che pubblicano poco ma scrivono sempre, affamate di verità. A cui il presente, nelle mani di due biografi affettuosi e puntuali, si assume il tentativo di fare da ponte. Per chi, come Del Giudice, prima che il corpo lo tradisse, ha raccolto un mondo in uno scrigno, anche se prosaico come un sacco della pattumiera, e ha la generosità di affidarlo.

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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