Confrontarsi sulle parole, come avviene al Festivaletteratura, significa anche domandarsi di quali sistemi esse sono strumento. Di quale meccanismo siamo vittime, ad esempio, quando parliamo di dipendenze. Se lo domanda Massimo Cirri, evocando insieme alle scrittrici Vanessa Roghi e Giulia Scomazzon, la verità di chi nella dipendenza ci lavora, e solo in un tempo come questo potrebbe suonare come una provocazione.
«Nella storia non sono mai esistite società senza droghe». Le società sono, però, composte di persone. Al centro di La paura ferisce come un coltello arrugginito, di Giulia Scomazzon (Nottetempo) c’è la sua ricerca di ricostruire la memoria di una madre perduta a otto anni, ma c’è soprattutto «una riflessione incarnata sullo stigma, la fatica che lei stessa fa a liberarsi delle idee inculcate sulla dipendenza e la morte intrecciate in modo assoluto e inevitabile».
Diverso per Vanessa Roghi, storica e autrice di Piccola città e poi Eroina, che ha potuto fare i conti con il dopo l’eroina, perché suo padre, al contrario della madre di Giulia non è morto.
A chi resta, e a chi non ha vissuto gli anni in cui l’eroina era la seconda causa di morte per le donne intorno ai trent’anni, e la prima per gli uomini, è necessario puntellare alcuni dati. Spiega Roghi: «Non è vero che tutte le sostanze sono uguali, né che c’è un nesso lineare tra uso abuso e dipendenza.
Dipendenza è quando la tua vita ruota intorno alla sostanza. Ma nell’uso consapevole di una sostanza non c’è abuso né dipendenza. Solo se attraversiamo le nostre convinzioni per arrivare a qualcosa che sono altre domande possiamo superare lo stigma».
Costa fatica a Giulia come a chiunque sia, anche suo malgrado, condizionato dal pregiudizio, immaginare Roberta, una mamma, una lavoratrice come tante, che si è bucata qualche volta, e scoprire che non ha niente a che spartire con le immagini dei disperati che affollavano gli anni Ottanta.
Ma è proprio il racconto delle tante Roberta, a mancare, la narrazione sulle 17 mila persone morte di AIDS. Spiega l’autrice veneta: «Mi sono interrogata spesso sulla mia difficoltà di scrivere tossicodipendente accanto a mamma, perché non l’ho conosciuta in quanto tale. All’inizio sentir parlare di consumatrice occasionale di eroina mi era sembrato quasi ipocrita».
Nella memoria di allora, infatti, si dimentica che dismettere l’eroina non è come altre droghe, eppure somiglia alla disintossicazione di certi alcolici, di cui però manca, totalmente, il racconto. Laddove esiste, però, il racconto non è solo viziato e connotato. È, spesso, parziale.
Se Roghi, in Piccola città, riflette sulla narrazione del drogato come emanazione della metropoli, come prodotto bohemien. Ma, la Bassano del Grappa in cui nasce Scomazzon sta lì a dimostrare che le province pongono un problema anche sulla correlazione tra dipendenza e marginalità sociale. «E poi, si pensa che il tossico sia il contrario dell’etica del lavoro: non è stato vero neanche questo per me. I ragazzi che a 16 anni si facevano sotto gli occhi di tutti, sono diventati adulti misurandosi sulla loro possibilità di possedere del denaro»
Il memoir di Scomazzon si muove cercando di immaginare il contesto personale e familiare della scoperta della sieropositività di sua madre, che tuttavia l’ha resa evanescente.
C’è stato bisogno di rimettere insieme i pezzi per darle un corpo, dialogarci e forse perdonare. Come Valentina, che Roghi ha incontrato in un carcere. Da una sua domanda, nasce Eroina (Mondadori): Quando hai perdonato tuo padre? La risposta è un manifesto: «Non posso risponderti, ma se vuoi scoprirlo devi sforzarti di rimanere viva».
E in questo aiuta saper leggere il presente, e riconoscere il valore di un sistema sanitario nazionale che non permette di comprare l’ibuprofene al supermercato in barattoli da duecento, ma solo in blister da dieci. E rendersi conto, soprattutto, che non è un lascito degli anni ottanta.
Per questo è nato Eroina, e la riflessione della storica romana sulla riduzione del danno, sapendo che non abbiamo tante certezze ma dobbiamo poter arrivare vivi a scoprirle.
«Con il consumo bisogna fare i conti, non bisogna ridurlo a devianza o nasconderlo. Il punto è che le persone non devono morire, o star male. Si deve essere chi è disposto a prenderti se finisci nel burrone, perché nell’adolescenza si cammina sul burrone». Essere quello che Salinger ha chiamato the catcher in the rye.
Riduzione del danno, oggi, spiegano, le scrittrici, significa una siringa pulita, gli scaldamano nelle notti gelate di New York come di Treviso, assorbenti per le donne che stanno troppo male per procurarseli. Significa, insomma, garantire dignità. L’altro compito ineludibile, infine, è rompere il silenzio. Scomazzon è netta: «anche dove si parla di droghe si rimuove il tema dell’AIDS, e questo è definibile nei termini di una strage di Stato.
Solo così facendo si può fare la nostra parte per liberare, se non chi non è sopravvissuto, la generazione di queste figlie, che hanno «assorbito come spugne l’invisibilità e la vergogna, e la colpa dell’AIDS.
Del resto, al paese imbevuto di un cattolicesimo stantio e retrivo, è sempre venuto facile, cristallizzzre l’universo di colpa che già apparteneva alla sessualità. A una nuova generazione di ragazzi che prendono parola oggi, anche a Mantova, con invidiabile consapevolezza, la possibilità di dar forma quantomeno a una diversa narrazione.
A patto di non lasciare inascoltata la loro richiesta di aiuto: non lasciarli da soli, non consegnarli all’ipocrisia violenta della banalizzazione.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.







