“La letteratura vale per il suo potere di falsificazione” se per falsificazione si intende la possibilità di sfumare fino ad annullarlo il confine tra reale e immaginato, o forse piuttosto unirli in uno stesso concetto di vissuto. Del resto, cosa facciamo leggendo se non sperimentare altre vite possibili? E se in quelle nuove possibilità piombassimo dentro come per caso, avvinti come possono solo i grandi romanzi? In fondo, forse, basta una piccola deviazione, un inciampo comune come un errore di stampa che apre delle improvvise pagine bianche a quello che potremmo aggiungerci noi.

Italo parte da qui. Qual è la via più originale e insieme più autentica per omaggiare qualcuno, tanto più se è il più originale dei nostri scrittori? Fare propria la sua eredità – si è risposta Ensamble Company, originale e numerosa, soprattutto per un contesto simile – e giocare (lo stesso verbo di recitare – come forse avrebbe potuto fare lui, partendo dai giochi che ha lasciato, i suoi titoli, i suoi testi e una dose di fantasia.
Una suggestione sorprendente e affascinante, che il Milano OFF Fringe Festival ha raccolto con merito, facendo però l’errore di affidarlo non allo spazio più adatto. Il Mou, nelle sue atmosfere che evocano forse più Londra o Berlino che non la quasi periferia di Milano, è sicuramente un luogo dove la contaminazione è di casa, ma forse non quello giusto, nei suoi spazi ristretti, per godere del lavoro multiforme di una compagnia che ha – tra gli altri – il merito di utilizzare molti degli strumenti che le arti sceniche mettono a disposizione, affiancando alla recitazione la danza e il teatro fisico e una postura che strizza l’occhio alla clownerie.
A farla da padrone, lo si è detto, è però soprattutto il gioco, nella sua accezione più profonda e spiazzante, che trascina il lettore attore – un nuovo confine che viene meno –. O forse viaggiatore, “se una notte d’inverno…” dentro una rutilante avventura dove c’è spazio per il mistero ma anche per l’amore, dove Palomar è un misterioso falsario e le opere dello scrittore nato a Cuba una mappa (fedele come può essere la fantasia) per seguire le tracce di un nuovo mondo da esplorare. O forse sono – a ben guardare – nient’altro che l’inizio di una nuova storia, da reimmaginare nei suoi nuovi colpi di scena. Dove le vicende si attorcigliano e i personaggi sono maschere esilaranti, mentre il teatro usa la metafora di se stesso per dar vita a un gioco di specchi e rimandi difficile da decodificare.
Ma – e del resto, lo insegna lo stesso Calvino – è proprio necessario farlo? Forse stiamo vedendo quello che dovrà ancora essere inventato, mentre si “egge un romanzo ancora da scrivere”. Daniele Bacci, Gerlando Marco Orlando, Yvette Queirolo, Giorgia Lazzara, Siria Giraldo, Adriano Voltini, Letizia Panagini e Alessandro Rizza giocano anche coi codici e i ruoli dell’editoria, per trascinare lo spettatore in una danza dentro la fantasia, piena di colori e di suggestioni, capace di superare in una piroetta di superare ogni didascalismo e saltare con i balzi dei bambini ogni malcompresa intenzione di fare biografia.
La magia del teatro e della letteratura non si spiega, si vive, e mentre ci si meraviglia e diverte si dimentica anche chi cede alla gola di ordinare da mangiare a spettacolo in corso, con i camerieri che (silenziosi e accorti, va detto, ma non di meno incongrui) sgusciano il più rapidamente possibile tra palco e spettatori.
Forse basterebbe avere la postura dei ragazzi (di ogni età) cui questo lavoro evidentemente parla – cedendo forse qualche volta di troppo alla recitazione enfatica che ci si aspetta in questi casi, ma nel gioco i peccati sono veniali – e immaginare dentro le loro uniformi nere qualche altro personaggio surreale dello strano mondo in cui siamo precipitati insieme alle parole di un romanzo che cambiano sempre, autori misteriosi e un gruppo di un gruppo di falsari di libri.
Tutti pronti a disinnescare – come la più divertente delle bombe – tutto quello che non sia l’esplosione colorata di un fuoco d’artificio di fantasia che deposita nelle orecchie delle perle di lirismo e saggezza, da portare a casa per potersi chiedere, domani, diventati o tornati grandi a cosa abbiamo davvero assistito, o forse, meglio ancora, quale eredità ci consegna, davvero, la letteratura?
È attraverso lavori densi e liberi come questo che ci si può interrogare davvero, divertendosi, sul potere dell’arte e il significato di farla e di fruirla. È immaginando che ci si avvicina alla cassetta degli attrezzi dell’autore e ci si osserva dentro: “mi interessa il me che vive dentro i romanzi. I soli che riconosco come miei sono quelli che devo ancora scrivere”. Ma c’è molto di più in questo surreale gioco di scatole cinesi, dove nessuno è quello che dice di essere ma ognuno deve recitare la sua parte.
Ne esce un lavoro sorprendente, ubriacante ed etimologicamente fantastico, nella sovrapposizione radicalmente libera e profodamente originale dei piani, di cui un regista/narratore e forse autore forse guida e forse aiuta felicemente a perdersi. Ma del resto “qualcosa che ci sfugge deve pur rimanere, perché il potere abbia qualcosa su cui esercitare il proprio controllo”.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.






