La parola Islam, sull’onda della retorica dell’odio, oggi fa paura. Basta una frase di un politico in cerca di nemici per dimenticare il portato di una cultura con millequattrocento anni alle spalle e un miliardo e quattrocento milioni di fedeli.
Slogan da campagna elettorale che cancellano in pochi secondi la complessità di una cultura che ha lasciato segni fondanti nella storia umana e della lingua italiana, nel corso di secoli di fecondi rapporti di interscambio e di osmosi, in cui tra le due sponde del mare passavano conoscenze e arte, spezie e libri.
Gli stessi che Jaca Book sceglie di pubblicare, in un momento storico che non potrebbe essere più violentemente antiislamico, e che pure dal mondo islamico lascia filtrare solo voci oscurantiste ed antislamiche.
È in questo contesto che la casa editrice milanese si racconta a Pordenonelegge, e descrive la propria scelta, sconsiderata forse, eppure necessaria e indubbiamente coraggiosa, di ridare voce in Italia alla filosofia e alla saggistica islamica, con la collana Nell’Islam, che finora comprende una manciata di titoli tra cui La mistica islamica, un approfondimento sul sufismo, e Il personalismo musulmano, del filosofo marocchino Mohammed Aziz Lahbabi.
Il centro dell’incontro friulano però, sono altri due volumi, che entrano nel vivo della questione religiosa. Il professor Massimo Campanini si sofferma in particolare su La teologia islamica della liberazione, che raccoglie quattro articoli di Hasan Hanafi, professore di filosofia d’esperienza quarantennale all’ Università del Cairo.
Come il titolo suggerisce, il docente si rifà alla teologia della liberazione cattolica, che – muovendo dal Sudamerica – cercava di apportare un contributo di rinnovamento al cattolicesimo coniugandolo con il marxismo. Simile il processo di Hanafi, che rivendica l’Islam come strumento di liberazione degli oppressi, degli ultimi, dei diseredati.
Si evidenzia così una frangia dell’Islam in cui trova spazio senza alcuna contraddizione, e anzi, attraverso la fede, un femminismo islamico molto attivo, che trova nell’islam uno strumento di rivendicazione dei diritti di genere, e parla di gender jihad.
Un termine, si badi bene, che deve essere tradotto, propriamente, come sforzo, impegno. La sura coranica cui usualmente ci si rifà, infatti parla di impegno sulla via di Dio: con la mente, la lingua o la mano. Si riferisce dunque, spiega l’accademico, a preghiera, parresia cioè esigenza di parlar chiaro ed azione. Che in senso lato può comprendere anche l’azione militare.
Quando si parla di jihad bellico però, chiarisce, la tradizione, si parla di guerra giusta, non di guerra santa. Il concetto è lo stesso che Sant’Agostino esprime ne La città di Dio: la guerra per difendere il diritto, per difendere un torto. La guerra santa, pia, ha un termine preciso che non è jihad. Se il testo sacro è parola di Dio, perchè dovrebbe usare un termine impreciso?
Jihad invece è un termine che può semmai riguardare le condizioni del diritto bellico, da rispettare anche in caso di guera, come non si tagliano gli alberi: indispensabile in una zona con poca acqua in una terra con poca acqua.
Esattamente come l’Antico Testamento anche mel Corano il concetto di guerra è calato in molteplici contesti, va contestualizzato con il momento storico, le guerre che Maometto intraprende nel VI sec.
È questa l’unica – vitale – precisazione di tipo terminologico che Campanini si concede, in un incontro densissimo e di livello estremamente alto, che tuttavia tiene forse poco conto del contesto storico italiano nel quale matura questa riflessione, forse poco consapevole di quanto banalizzante sia la lettura dell’Islam che oggi viene propinata da più parti, e di quanto la teologia islamica della liberazione possa incidere su popolazioni che hanno la medesima percezione della cultura altra come aggressione che è sempre più avvertita da molti occidentali.
Un confronto, però dal quale, al netto delle dotte disamine filosofiche, è possibile trarre alcune fondamentali indicazioni di senso, che approfondiscono utilmente alcuni punti da molti presentati come controversi. La liberazione, ad esempio è quindi quella dal neocolonialismo, a cui opporre però non la violenza, ma una «interlocuzione di soggettività», per superare steccati e chiusure di coscienze, intelletti, visioni e prospettive. Bisogna creare una rete di soggetti che interagiscono e si confrontano, per arrivare a una sintesi che è però sempre in itinere», spiega Campanini.
Ancora più complessa la riflessione di Marco Golfetto, che si concentra su L’autorirà e il potere nei paesi musulmani. Esiste una dicotomia, in primo luogo, «tra l’ideale islamico e ciò che la contemporaneità ci consegna come dato oggettivo non dell’Islam ma dei paesi musulmani, ricchi a loro volta di substrrati in cuil l’arabo e l’islam hanno avuto risposte diversissime».
È da questo che sorge il problema di paradossi di realtà come ISIS, che hanno saputo dare risposte migliori di quelle dello Stato, in particolare per ragioni organizzative. Particolare pervasività hanno, poi, figure valoriali di stampo tradizionale.
È per questo, spiega, che Al Baghdadi cerca di ricostituire un’istituzione come quella califfale che ha nel richiamo tradizionale un forte appeal, perchè riconoscibile come autorità in contesti dove la lingua non prevede il termine: sintomo di quanto il concetto possa essere frammentario.
Esiste invece una figura di saggio che riesce a esercitare influenza attraverso il prestigio personale, vicino alla nostra autorità, l’ulema.
Storicamente, però, autorità e potere si sono molto disgiunte. Stato e religione come unica cosa sono messe in discussione dai
dati storici.
A permettere le distorsioni è una caratteristica reale dell’Islam, in cui non c’è autorità centrale docente. Quindi il parere di ogni ulema di prestigio «è equipollente e non vincolante. Il libro sacro può quindi finire con il concretizzarsi in forme molto diverse di gestione del potere. A sancire l’autorità sono quindi assenso e consenso verso chi la pratica, determinandola in forme che non possono essere univoche.
È su questo, sui motivi del consenso, che è vitale discutere, fuori dal pregiudizio e dalla «logica dei muri». Perchè l’efficacia di ogni movimento di pensiero, da quelli integralisti al femminismo islamico, dipende da quanto chi la porta avanti è capace di renderla comprensibile e rispondente alle esigenze.
Occorre però un approfondimento consapvole, e Jaca Book, nel suo azzardo, è uno strumento che potrebbe rivelarsi funzionale alla decodifica di una complessità che riguarda ogni campo della riflessione. Infatti, concludono i relatori, l’assenza di una autorità è problematica, ma garantisce una pluralità di opinione altrove non permessa.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.






