L’Africa, fonte di fascinazione o paura, ma sempre di pregiudizio, interpretazione monolitica e tagliata con l’accetta. Cui invece sfugge Andrea De Georgio, giornalista, che ha saputo maturare una doppia visione: l’analista e l’uomo che l’Africa la vive da molti anni. Ne è nato un libro, per Egea, che prova ad aprire un altro sguardo sulle Altre Afriche, dai franco-africani ai migranti, Africa fuori dagli stereotipi ma non solo l’anedottica vista ogni giorno.
La risposta ad un’esigenza: colmare una distanza della percezione. Valga un esempio per tutti: Timbuctu, «archetipo di lonatanza per definizione, che oggi racconta di traffici di coca, i signori della guerra e i narcotrafficanti, reti mafiose in contatto con le altre, e che noi invece conosciamo come jihadisti» Visti dal di dentro, i millenials africani condividono i nostri riferimenti culturali, molto più di quanto l’opinione pubblica se ne renda conto, e abitano luoghi che sanno vivendo una «esplosione demografica ed economica».
De Georgio sceglie cinque Pesi e cinque storie, diverse come lo sono le anime dell’Africa, lontane dall’uniformità imposta dai media nostrani. Gli stessi su cui non trovano spazio le loro conquiste, come quella dei contadini del Burkina Faso che hanno fatto chiudere Monsanto nel paese e hanno contribuito a far processare il colosso da un tribunale internazionale per ecocidio, un termine inventato dai contadini Burkinabè quando si sono accorti che stavano perdendo possibilità sulle loro colture a causa delle sperimentazioni dell’azienda sul loro cotone e mais.
Sarebbe opportuno, chiosa il giornalista, a questo punto, riconoscere che la dicotomia non è più economica o etnica, ma «tra grandi poteri e cittadini» in ogni angolo del villaggio globale, in cui una lampadina su tre, racconta, a Parigi si accende con l’uranio del Niger, il Paese più povero al mondo, in cui l’80’% della popolazione non ha elettricità.
Aneddoti come questo sono molto più che dati, che invitano il preteso primo mondo alla consapevolezza che «abbiamo tanti interessi a tendere l’orecchio» alla loro presa di parola, oggi affidata sempre più a giovani idealisti come De Georgio, pronti a mettersi in gioco e partire per raccontare, senza più nessun paracadute professionale o prospettiva certa.
Un vuoto, chiosa Arturo Varvelli, esperto di Medio Oriente. Cosa ne sarebbe oggi della guerra in Libia se la fake news delle mass graves per le quali il conflitto è stato voluto fosse stata smentita da un corrispondente? Quanto cambia la percezione di un Paese come la Nigeria, raccontata come Boko Haram, se ci si sofferma a pensare che da pochi giorni un nigeriano ha salvato Italo?
A due giovani che hanno scelto la strada dei media non resta che chiedersi se altrove la sensibilità a questi temi sia diversa, benchè possano riconoscere con sollievo che «anche l’Italia sta però capendo che chiudere gli esteri al Nordafrica è miope».
Per quanto non gli tolga mai la lucidità del reporter, con evidenza De Georgio è mosso dalla passione, dal mal d’Africa che esiste, soprattutto in forma di «straniamento nel doverti riabituare al mondo da cui sei partito, perché ti insegna a non dare per scontato i punti di riferimento con cui sei cresciuto» Del resto, i fili sono stretti: la droga consumata a Milano viene dal Niger, al festival di Timbuctu suonava Jovanotti.
Eppure i media nostrani preferiscono non raccontare, e facilmente confondono Niger e Nigeria: divisi da una lettera il Paese paese più povero e del più ricco del continente, petrolio contro deserto.
Eppure, l’Africa non è solo altrove. L’Africa insegna a ripensare noi. «Vedo ovunque una generazione in crisi identitaria, noi col passapotrto in tasca e loro con altri problemi che si vuole ci siano». Se non si acquisisce questo sguardo, non si capirà mai cosa porta un ventiquattrenne genovese con una laurea in ingegneria a morire in Siria imbracciando un kalashnikov.
È identico, chiarisce De Georgio, il vuoto che attanaglia noi e i ragazzi che nelle piazze delle primavere arabe non invocavano Allah, ma il pane e la dignità. A Dakar come a Roma «anche tu hai letto Russeau?» Sono giovani che hanno visto Fellini e Pasolini, quelli che immaginano un futuro in Europa.
Giovani che vengono da una realtà in cui «La modernità è arrivata tutta insieme, dal tam tam a internet.» e dove anche i nei villaggi hanno il cellulare, il solo strumento che ti permette sopravvivere e orientarti nel deserto,
Ma in questa generaione enorme e così simile, pungola Varvelli, dove può un giovane africano ritrovare le sue radici? Ad esempio, nell’ate. Racconta De Giorgio che alla Biennale d’arte contemporanea di Dakar «c’è una dinamicità, una voglia di rottura, di mettere davanti la società alle contraddizioni» inedita in Europa, dovuto soprattutto a un «fattore umano esponenziale, nel bene e nel male», che popola luoghi più che poveri, impoveriti.
E allora come guardare all’Africa, tenendo lontana tanto l’autocolpevolizzazione pelosa e a sua volta antropocentrica quanto la retorica del buon selvaggio che non renderebbe giustizia all’umanità di chi ci sta di fronte? Di Georgio ha le idee chiare «Noi siamo portatori sani di ideali, che dovremmo tirar fuori costruendo ponti, troncando la venduta unità tra migrazione e terrorismo, che è dei media e dell’Isis, che somiglia molto più al nostro potere, come noi siamo più simili al giovane rasta di Dakar che recupera i rifiuti e li usa per parlare di omosessualità nel mondo con un’istallazione artistica»
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.






