“Che bella quella canzone?
che parla della pioggia, della Francia e non fa confusione eh?
In mezzo a tutta ‘sta ignoranza è facile anche dire
è proprio necessario poi?
roba che mi domando e poi?”
Ci vuole l’Enzo Jannacci di Parlare con i limoni, per rispondere alla domanda che si fa il teatro e forse l’arte nel suo insieme: Qual è l’effetto di far saltare le forme?

Al Ginesio Fest c’è stato spazio per chiedersi anche questo, o meglio, di praticarlo. Perché nel teatro di Eleonora Danco è la consistenza fisica del corpo, ma anche delle parole, a proporre – talvolta imporre – suggestioni e schegge di vissuto a cui dare collocazione per ricostruire lo specchio, che si deforma nella misura in cui rifiuta di averla, una forma, riducendo anche quella già esistente, o almeno dichiarata.
Così Me vojo sarvà e Nessuno ci guarda, due dei più cavalli di battaglia della performance romana, arrivano tra le braccia del chiostro nel cuore del borgo marchigiano, perdendo la musica e persino le luci che si sono fatte un punto, quanto basta per illuminare tutta la vita che serve.
La forma richiesta dal programma di sala ha richiesto una dizione come “lettura scenica”, ma quello che avviene in scena lettura non è, e per cui, forse, è in qualche modo limitativo anche il concetto di performance, nella sua genericità. I fogli di un copione, come sempre in questi casi posti a protezione – anche fisica – del corpo e dell’attore, volano via come tutti gli orpelli prima di avere tempo di diventare utili.
Non vuole appigli, Danco, mentre si lascia andare in contorsioni di parole e sintassi, per uscire da altre gabbie che la vita impone: le prime, le più claustrofobiche, le più difficili da vedere. La famiglia e l’infanzia. Per uscirne, siano esse fatte dal grido di una madre quando ci imponeva – bambine – di non fare il bagno prima che fosse lei a concedercelo, o dell’adultità precocizzata che ci vuole cominciare ad andare, ragazzine, a mettere le mani nei capelli altrui per cercarsi un mestiere.
Schizzi in cui la parola diventa colore come su una tela di Jackson Pollock, per esprimere con la voce l’indicibile e con i corpi l’inconoscio.
Per uscire dalle prigioni dei condizionamenti, del confine tra vissuto, ricordato, immaginato ed evocato, Danco sceglie lo slancio, si frammenta negli amici, nei genitori, nel mondo attorno, per trasformare in collettivo un ipotetico personale, con la veracità che solo il romanesco e la sincerità che il proprio dialetto consente. Frammenti di esistenza lanciati verso il pubblico, come i fogli dopo gli applausi, da rubare e portare a casa, pescando fior da fiore dal loro programmatico rifiuto di un ordine.
Così come succede ascoltando Giampiero Solari, che Parlare con i limoni ha contribuito a scriverla, mentre – qualche ora prima – si era raccontato, generoso e torrenziale, a partire dall’infanzia peruviana, mentre bambino provava Amleto con il teschio Isabelita in mano, fino ai ragazzi a cui oggi insegna a Pesaro e a quel che forse sarà domani.
Sotto l’ambizioso ed eloquente titolo Il teatro come voluttà e rappresentazione, anche quella di Solari è una corsa senza posa, quasi impossibile da arginare anche per Silvia Veroli, chiamata a farlo. Ma forse, anche in questo caso, non c’è bisogno di trovare un ordine nella vita di un bambino cresciuto in mezzo a Borges e Vargas LLosa (non i libri, i loro autori) e finito a lavorare con la stessa curiosità con Bob Dylan per papa Wojitila, al Colosso con Elton John, e nel teatro sperimentale, ma solo dopo aver scoperto da Londra il mondo insieme a Mario Testino.
Una vita che sembrerebbe finta se non fosse, come l’eloquio del suo protagonista, un concretissimo esplodere di fuochi d’artificio. Dove, alla fine, è la sorpresa minore scoprire in lui i tratti del “peruviano dondolante che china il capo al lustro della settima polàr” occhieggiando dai versi di Coss’è l’amor di Vinicio Capossela.
Se però, nell’ingovernabile racconto di Solari l’unica stella polare (appunto!) è “andare verso la gente” nel modo più diretto possibile, l’apparente caos di Danco, invece, nasconde solo a un occhio poco attento l’esattezza che ci vuole a governarla.
Un esercizio chirurgico e visionario di drammaturgia, guidato da un impeccabile senso del ritmo, visionario e ispirato come il cut up dei poeti beat. Val però la pena di sottolinearlo, mentre ci si lascia trascinare da una musica che ha preso il ritmo della voce, insieme a un’artista che, mentre gioca a fingere gli errori (o forse no) sbanda e cambia traiettorie a proprio gusto. Si trasforma, così facendo, in un termometro perfetto e necessario alla disponibilità del teatro nel suo insieme a rompere, davvero, le prigioni.
Suscita reazioni che raccontano chi sta dall’altra parte, inchiodando anche alcuni tra i più avvertiti al loro bisogno di una regola. E si trascina dietro, chi ha bisogno che il colpo che la scena assesta alle vite si muova (anche) su un piano altro, cui accedono anche i bambini, per cui le parole nella loro verità senza rete, giocano un altro campionato. E in fondo, è proprio questo che dovrebbe fare il teatro. Farti uscire dalle sue mura (a cui bastano, come qui, teli neri e il cielo) frastornati dalla sua malia, a chiedersi se, davvero, vogliamo parlare coi limoni.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.






