ultimi articoli dell'autore

Ginesio fest #2. Dove va il teatro? Tra il carcere e il futuro

di Chiara Palumbo

Il teatro cura. Ce lo si è ripetuti quando, durante la pandemia, qualcuno ha provato a riflettere sull’importanza dello spettacolo dal vivo nell’emergenza. Lo sa bene Tindaro Granata, che nel ritorno al palcoscenico ha ritrovato una luce per uscire da una stanchezza senza nome.

Foto Masiar Pasquali
Foto Masiar Pasquali

Lo si vede oggi, quando l’urgenza di contatto cui lo spettacolo dal vivo risponde è tornato a consegnare alle sale buone presenze. Il cosiddetto teatro post pandemico, però, non può essere un esercizio stanco e ripiegato su se stesso. È (ancora) chiamato a trovare un volto nuovo. Se ne discute, al Ginesio Fest, coi toni accorati e decisi del regista Leonardo Lidi e quelli pessimisti ma non disperati del giornalista Rodolfo di Giammarco, le voci di due generazioni di teatro, la critica e la pratica che riflettono sul proprio ruolo.

In un dialogo che annota le mancanze e le storture senza però lasciarsi andare agli assoluti, nonostante la reciproca divertita volontà di provocarsi spesso elegantemente rintuzzata, viene però da prendere le parti della terza generazione, quella di mezzo, corrispondente all’attore Granata. Che racconta, (nella cornice di un giardino dedicato a un’attrice cui si è voluto dare più nome che voce, Giulietta Masina) di essersi accostato al teatro con intenzione ma senza scuola, con le mani di chi aveva imparato a potare giardini e i pensieri di chi voleva cambiare la realtà. E di essersene, però allontanato, nel pieno di una carriera densa e fortunata, anche in nome di quelle storture che gli addetti ai lavori conoscono bene e la pandemia ha esacerbato.

Le brutture di un sistema che lascia a casa una compagnia di giovani talenti senza alternativa che rinunciare al lavoro dell’attore per la divisa da cameriere, anche quando – all’indomani della pandemia – ripartire diventa possibile.

C’è chi, però, nel dialogo su cosa fare e cosa diventare c’è chi ha le idee chiarissime: la ricetta di Leonardo Lidi passa attraverso i direttori artistici, e una differenziazione della proposta che sottolinei gli spazi, evitando “le similitudini per mancanza di responsabilità”. E pur senza far precorrere ad altri dati, come l’anagrafe, la fecondità di un pensiero, scommettere laddove non c’è stanchezza e abbonda la fame di dire, anche se può significare un difetto di maturità.

Bisognerebbe – è la sintesi della riflessione del festival marchigiano, concedere a chi porta senso la possibilità di sbagliare, come altri sistemi hanno già imparato a fare.

Dal luogo dell’errore, anche quando, si sospira, la partita è persa, può sorgere ancora un’alternativa. Lo sa bene l’attore di Tindari, che la propria (e non solo) rinascita al palcoscenico, l’ha trovata nel braccio femminile ad alta sicurezza del carcere di Messina. E qui ha fatto quello che il sistema potrebbe prendere ad esempio: guardare al futuro usando come veicolo non tanto e non solo il passato, ma quella parte di esso che ha costruito immaginari.

Come restituire, si è chiesto Granata, voce a donne silenziate dalle mura di un carcere e da un sistema che nel 90% dei casi ce le porta dentro come funzioni di altri uomini, mogli, sorelle, figlie e prodotti di un pensiero che non ha consentito loro di immaginare alternative, fosse anche solo per assenza di strumenti? Una domanda la cui risposta l’ha trovata il bambino che, digiuno del gioco del teatro, sognava con l’immaginario che a lui era dato, probabilmente lo stesso comune alle donne, alle “ragazze”, del carcere di Messina, cresciute come quel bambino in un tempo e in un contesto in cui il gioco alla guerra prevedeva carabine vere rubate ai cassetti di casa: la cultura pop, la musica, le icone senza tempo.

Cosa meglio della poderosa ugola di Mina può dire, in vece e insieme a loro “vorrei una voce?”. Il bambino che sognava se stesso attraverso il viso di Mina,  sceglie allora di nascondere la paura dai suoi occhi coprendola col filo nero dell’eyeliner, e portare in scena l’ultimo concerto della pià grande voce d’Italia. L’ultima volta, nel 1978, in cui Mina è stata anche corpo pubblico, diventa così una nuova prima, una rinascita, per chi nascondendo le sbarre e gli occhi giudicanti della legge può guardare quelli di un altro essere umano e raccontare.

Basta chi, come fece Massimo Ranieri con un giovanissimo e “inadatto” Tindaro Granata dica, semplicemente “fai qualcosa”. È dentro questo magmatico qualcosa che spesso annidano i rifiuti di tutte le Assunta che non cantano però in teatro possono parlare con il figlio morto, i desideri d’amore impossibile e travolgente delle Vanessa e le frenesie di tutte le Jessica che pretendono di ricostruirsi una verginità, del corpo e dell’animo, anche dopo il carcere e tre figli, per darsi una nuova storia, e non importa se sei una donna semplice del cuore della Sicilia o l’erede della più nota famiglia mafiosa della capitale.

Ma anche, e spesso soprattutto, le maternità disperate di molte di loro, spesso l’unica ancora di senso cui possono aggrapparsi, in bilico tra dentro e fuori. A tutte loro, Tindaro Granata dà corpo con reverenziale rispetto e la sincerità che consente solo la lingua con cui al di là del tempo si pensa, un dialetto che sa essere tagliente e musicale. Lo fa cercando e mettendo in scena, in sé, quello che vuole richiamare in loro: una femminilità che ha a che fare, più che con il genere, con la pace concessa a se stessi. Una traversata commuovente, dove la musica, le luci e le paillettes mettono a nudo, anziché nascondere, come bene sanno tutte le comunità marginalizzate che hanno scelto l’arte per dire la loro esistenza, perchè, come può raccontare Granata di se stesso, è quando si ha paura che si finisce sempre per sbagliare”.

La risposta sul futuro del teatro sta allora in chi, come Granata, porta ancora a valore il contatto, l’incontro continuo, come dialogo tra esseri umani e non solo ostensione e promozione di sé. Lavorare perché ciascuno sogni come può, emancipandosi dalla propria storia o rivendicandola come un rito, estremizzando il pensiero o cercare lo scandalo, laddove per scandalo, si intenda – chiosa Di Giammarco – di nuovo, quell’indefinibile “qualcosa” che somiglia a una sincerità senza sconti.

immagine per Chiara Palumbo
+ ARTICOLI

Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *