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Sguardi in lontananza. Dacia e Fosco Maraini: l’avventura, l’amore i silenzi.

di Chiara Palumbo

È una sfida ambiziosa riportare sulla scena ciò che era nato esclusivamente per la pagina, tanto più se si tratta di costruire l’incontro tra una pagina e una vita che hanno cercato tutta la vita formule per trovare la congiunzione sperimentata nei sentimenti.
Ci si misura con tenacia e una buona base di coraggio Maria Dolores Pesce, mettendo insieme sulla scena Dacia Maraini – nell’interpretazione di Manuela Kustermann – e suo padre Folco, attraverso i suoi diari.

Una matrice squisitamente letteraria non può che restare evidente, anche perché è su quel passo che si muovono le interlocuzioni che Pesce aggiunge al dialogo tra padre e figlia. riconoscendo nella fame di conoscenza dell’uno un Ulisse che guardava a Oriente, e nel bisogno dell’altra di riconoscere un padre, in gran parte sfuggito per tutta la vita, un Telemaco con sguardo di donna.

Proprio come nell’Odissea il loro e un cercarsi attraverso le parole, dove soprattutto il Fosco che sulla scena ha il volto di Maximilian Nisi, lascia che siano le citazioni di cui il testo è densissimo a supplire alla sua mancanza di risposte più che non a farlo al suo posto.

immagine per Manuela Kustermann nel ruolo di Dacia Maraini e Maximilian Nisi nel ruolo di Fosco
Manuela Kustermann nel ruolo di Dacia Maraini e Maximilian Nisi nel ruolo di Fosco

A scandire la linea narrativa – soluzione originale ed eloquente per un uomo votato al viaggio,  ma il resto anche Ulisse non puntava forse a tornare a Itaca? – sono le case alle quali è tornato e dalle quali è partito, dalla Firenze dell’infanzia alla Garfagnana degli ultimi anni, passando brevemente per la Sicilia del tempo delle figlie bambine, dopo la guerra, ma soprattutto per l’Oriente, fatto di quotidianità e libero di esotismi e sguardi coloniali.

Il Giappone delle scoperte e della felicità ma anche del campo di concentramento e della fame, e poi il Tibet della vetta che non lo ha mai tradito.

Pesce cristallizza, in una serie di quadri tematici, i loro Sguardi in lontananza – questo il titolo scelto – traendo forse la vena piû malinconica dal Gioco dell’universo, riuscendo a offrire, in particolare della scrittrice, un ritratto che ne tiene insieme l’acuta intelligenza e il profondo sapere con l’istinto fanciullesco con cui le figlie trasformano il padre in eroe da romanzo d’avventura, e con l’ostinazione dell’amore gli perdonano i vuoti, e i silenzi che possono essere riempiti soltanto con l’immaginazione di chi si è fatta scrittrice.

È la stessa Maraini, nella tenera e generosa prefazione al testo, a tracciare la distanza tra la scrittura per la pagina, nel suo avere a che fare col tempo, e quella per il teatro – da lei ampiamente sperimentata – che ha a che fare invece con il corpo, che in questa drammaturgia, pur essendo il centro del pensarsi dello stesso Fosco Maraini e di una vita mai ferma, si fa al contempo etereo e della materia del pensiero.
O, come elegantemente annota la stessa Maraini, “liquido e pensoso”, a tratti garbatamente dolente come lo è chi riconosce di doversi scoprire più che ritrovare.

La regista Consuelo Barillari, nelle note al testo, lo legge sagacemente come una agnizione e ha dovuto misurare con l’assenza un’amore fatto di una caparbia devozione, nutrita della convinzione – o dell’autoconvincimento? – che per conoscersi sia necessaria una lontananza, in cui riconoscere in ciascuno l’altro come individuo prima che nel suo ruolo in funzione di chi parla.del resto.

Fosco Maraini – cittadino della luna in visita d’istruzione sulla terra, Citluvit, come ha voluto scritto persino sulla lapide, questa postura la dichiara senza reticenze attraverso il suo alter ego letterario – e non potrebbe essere altrimenti – Cle, che tende l’elastico al suo massimo per vedere più mondo possibile nel frattempo, esponendosi sfrontatamente al rischio di saggiarne il punto di rottura.

Al lettore il compito di scoprire l’effetto che fa questo padre che parte lasciando domande inevase e soldi che mancano, e si potrebbe rintracciare persino un qual certo cascame di un’eredità di genere problematica: l’uomo che sfugge, la donna che resta, il marito che traccia una cronaca asciutta in bilico tra fuga e desiderio e le mogli e le figlie che scompaiono dalle sue pagine, se non si fosse davanti a una delle menti più preziose del femminismo contemporaneo e ad una coppia, l’avventuriero Fosco e l’aristocratica Topazia, che sperimentò con consapevole leggerezza la libertà dell’amore e delle relazioni molto prima che diventasse un tema condiviso.

In questo curioso e impegnativo lavoro, Pesce non si prende la libertà di offrire risposte a chi non le ha avute, esse non sono compito dello scrittore o della scrittrice. Si assicura però di mettere sul tavolo, in modo franco e pieno di empatia, tutte le domande. di formularle e dar loro fiato. Perché, spiega Maraini della scena citando Barthes, la morte corrisponde al rifiuto del linguaggio.

Quel che conta allora è riportarlo al centro, fosse anche nell’apparente disinnesco che ne fanno le “fanfole”, per rivelarsi in realtà uno stimolo per svelarne il marchingegno, rispondendo a una tradizione e ad una eredità – lo nota Rita Caprini nell’accademica postfazione – in particolare anglosassone.
Radice, non a caso, coincidente con quella biografica di Fosco, in particolare nella persona dell’amatissima mamma Yoi.

C’e spazio per tutto, in questo agile volumetto, nella profonda leggerezza che serve al camminatore per intraprendere un viaggio tra la vita e la morte, dove “le montagne sono chiese” e la parola si spinge oltre se stessa per fotografare la realtà.

Un tentativo sorprendente di afferrare l’inafferrabile per far scoprire al lettore, nell’impossibilità di farlo, il piacere di avere viaggiato dentro a queste due anime che, oltre l’esistenza terrena, paiono ancora in cerca.

Proprio come i viaggiatori, che partono per partire, rifiutando da subito l’illusione – e la gabbia – di una sola meta.

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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