Le donne si scoprono – e si uniscono – cucendo. Maneggiando aghi e stoffe. O meglio tessendo, insieme, e ognuna per il suo compito, le trame di un ordito che riveste più vite, forse la storia intera. O almeno così sembrano suggerirei quattro donne identificate non dal nome ma da un numero, una data, una tacca sulla linea del tempo nel punto in cui, a modo loro, l’hanno segnata.
Ricalcando l’immagine e la metafora su cui si regge Diamanti, l’ultimo film di Ferzan Ozpetek, Trame mette in scena, come dentro una sartoria dai contorni misteriosi, quattro donne e quattro esistenze da svelare, un equilibrio da trovare insieme e una graduale scoperta che procede per complimenti e sfide, confidenze e provocazioni.

Nelle intenzioni quello che va in scena nel nuovo ed elegante Parco Center della Barona per il Fringe Milano Off international festival è un gioco di svelamenti, una caccia al tesoro per scoprire, sotto gli anonimi panni che le ricoprono, i colori lussureggianti di quattro donne che hanno senza dubbio intensamente vissuto. Un gioco di scatole cinesi dentro cui nascondere le paure e da cui far emergere racconti.
Così gli scatoloni che ingombrano il palcoscenico diventano altrettante possibilità, o porzioni di esistenze da divertirsi a ricomporre. Se si seguono le tracce via via disseminate nel reciproco confidarsi, non è in fondo così difficile riconoscere dietro a quel numero-data – una pietra miliare, più che un codice – almeno le prime tre. Quelle tra loro capaci di comprendersi e di ascoltarsi, di riconoscere e condividere ferite simili e bisogni ancestrali e condivisi, di parlare un linguaggio comune fatto di garbo e di echi di sovrapposizioni che quasi si rincorrono. E a ben guardare non potrebbe essere diversamente: in un certo senso parlano la stessa lingua, essendo tra le più grandi artiste che la storia ha consegnato al mondo.
Pur con qualche ingenuità che rende forse, agli appassionati, il gioco meno difficile di quanto non fosse nelle intenzioni, le loro vite sono ricostruite con grazia e precisione, con evidente passione e un lavoro documentale accurato che ben si legge in filigrana in un testo che si poneva l’obiettivo ambizioso di tenere molte cose insieme.
Ad essere sinceramente stimolante, tuttavia, e spiazzante fino a un ben collocato colpo di scena, è la quarta donna, quella che dalle tre apertamente si distacca rompendo con un puntiglio quasi compiaciuto la apparente armonia di un aldilà ovattato. Quella pronta a richiamare le altre a tutti i loro errori, a una visione reattiva e dogmatica del mondo cui certo non mancano sostenitori e sostenitrici, sul filo della mistica, scivolosa sempre come quella della maternità, dei figli perduti, desiderati, inseguiti o sfuggiti che fanno riconoscere le donne tra di loro.
Al di là di come la si pensi su questa equazione, nel testo di Silvia Bragonzi e nella drammaturgia di Ketty Capra tutte sono chiamate a farvi i conti, non fosse altro perché è proprio su questa funzione che si gioca l’istante di svelamenti che scopre l’identità della quarta donna, quella a cui è assegnato un ruolo di potere sulle altre.
L’unica, per contro, a non possedere da sé una identità forte e un talento che le dia una statura cui basta il suo nome, e forse per questo affamata di un’urgenza regolatrice che offra Il suo senso al suo essere nella storia, se vi è rimasta, come una funzione. La funzione del male e – velocemente qualcuno direbbe, la sua stessa radice.
È la più interessante, in questo spettacolo, forse proprio perché le riconsegna il nome che la storia (diversamente da quello delle altre) ha cancellato. E perché è soprattutto nel modo in cui queste donne si confrontano con l’aver scoperto, tra loro, un emblema del male e – al contempo – il rovescio più umano del suo volto, che sta l’aspetto più interessante di questo lavoro.
Di fronte all’inenarrabile, o quantomeno alla domanda più dolorosa della storia, ovvero se può trovare una radice al male, queste donne rifiutano ogni manicheismo e, pur evitando le retoriche assolutorie, rifiutano il tentativo di colpevolizzazione che spesso di fronte alle figure più terribili vuole trovare un senso razionale del loro agire in un trauma, in un avo, che guarda caso ha molto spesso il viso di una donna, di una madre troppo fragile o troppo miope.
Cinzia Brugnola, Ketty Capra, Laura Carroccio, Maria Carolina Nardino agiscono a diversi gradi di efficacia sul palcoscenico – con la regia di Silvia Beillard, che le muove in scena aggiungendo una partitura fisica che punteggia lieve le confessioni di chi senza averne più bisogno cerca forse ancora il suo posto nel mondo. Di certo rendono al loro meglio quelle tra loro, e nei momenti in cui, è affidata la componente più emotivamente complessa, nelle sfumature e nella sincerità del dolore e del disorientamento trovano I migliori momenti di interpretazione.
Ne emerge uno spettacolo polifonico e pieno di sfumature, come un abito ricco di intarsi, da cui ciascuna può raccogliere il bagliore dentro cui si sente più elegante.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

