Quanto le canzoni che amiamo definiscono le persone che siamo? Molto più delle altre forme di arte, lungo il Novecento è stata la canzone a offrire a generazioni, non solo di giovani e giovanissimi, le parole per dirsi, spesso con la libertà che la forma canzone consentiva, il guizzo dell’ironia o la lucidità della sintesi da appoggiare su un suono. In Europa, di questa particolare categoria di maestri senza nessuna intenzione di esserlo, c’è un capostipite indiscusso. Nato a Sète nel 1921, risponde al nome di Georges Brassens.

A lui si ispirano e si legano in molti, da Paco Ibañez al giapponese Higashino. In Italia, a confidare fin da subito il suo debito ineludibile con l’artista transalpino è sicuramente Fabrizio De André, che confesserà di dovere sostanzialmente a lui la propria carriera di cantautore. Ma c’è, nel rapporto tra Brassens e l’Italia, un altro fondamentale protagonista: il milanese Nanni Svampa.
Negli stessi anni – i primi Sessanta – e con la stessa casa discografica, la Durium, entrambi traducono il cantautore occitano, ma Svampa fa forse qualcosa di ancor più significativo, che racconta molto del modo in cui Brassens diventerà un amatissimo strumento dei colleghi di tutto il mondo.
Non si limita a tradurlo e portarlo al di qua delle Alpi: lo reincarna in milanese. Lo aiutano, certo, le vocali tronche del dialetto e la vena popolaresca che certi quartieri della Milano di allora ancora conservavano.
Vien da pensare che c’entri qualcosa la già affermata tradizione delle canzoni della mala, che in quei decenni imperversavano nei teatri e nelle osterie meneghine, se quando La brave Margot Brassensiana diventa la Rita dell’Ortica, che fa voltare tutti gli uomini del quartiere incluso prete e sagrestano, la sua storia sembra nata in mezzo alla scighera, la proverbiale nebbia che oggi non esiste più.
Si snodano da qui una lunga teoria di traduzioni (ma forse, si è visto, qualcosa di più vicino a risignficazioni) che Svampa consegnerà al pubblico milanese prima, Italiano poi, e infine alle mani di Marta Marangoni e Fabio Wolf, da lui ribattezzati i duperdu, come dono di nozze che sa quasi di passaggio di testimone, se non altro della fiducia con cui si chiama qualcuno che stimiamo a custodire le radici comuni (li aveva conosciuti così, raccontano, cercando qualcuno disposto a suonare al suo stesso ritmo, in bilico tra scena e canzone).

Da quella scatola da scarpe oggi i duperdu, come il proverbiale coniglio dal cilindro, estraggono Babylon Brassens, cinque serate di teatro canzone in prima nazionale al Teatro della Cooperativa. Perché se è vero che il maestro Svampa ha un diritto di primogenitura, se non alte affettivo, Georges Brassens è il cantautore più tradotto al mondo. Ovunque. Dal Sudamerica al Giappone, dalla Svezia alla Russia.
Con la naturalezza e la creatività che li contraddistinguono, allora, quale occasione migliore per Marangoni e Wolf per partire in un viaggio intorno al mondo attraverso tutti i luoghi in cui Brassens ha offerto a qualcuno parole dentro cui riconoscersi?
Lo fanno con la levità di una serata tra amici, in cui si regalano confidenze ai convenuti, dando sapientemente l’impressione di andare quasi a braccio, proprio perché non si rende posticcia una festa per un amico.
Ma lo fanno, al contempo, con l’esperienza degli artisti di rango, che sanno maneggiare il teatro canzone e i suoi equilibri, la risata e la misura come il proprio elemento naturale. E lo fanno, infine, con il rigore degli studiosi, che la storia di Brassens l’hanno ricostruita sul campo.
Ancora una volta fra la Francia e l’Italia, perché, prima di Sete, c’è stata Marsico Nuovo. Da qui, nel cuore della Lucania, veniva la madre del Nostro, ed è bello credere – quando, come per lui più che per chiunque altro, patria è il mondo intero – che il legame tra i due paesi gli venisse per questo naturale. A Marsico Nuovo esiste una piazza Brassens e un centro studi, mentre il prezioso archivio passato dalle mani di Svampa è, oggi, custodito a Milano.
Anche per chi non voglia fare come i duperdu e viaggiare fino a Sete, quindi, le occasioni per recuperare questo prezioso patrimonio di certo non mancano.
La prima, però, resta cantarlo o sentirlo cantare, e scoprirne le numerose sfumature. Così il viaggio nella babele di Brassens e dei suoi allievi passa per l’uomo, per gli amori, le donne (quella che gli diede il coraggio di “mettere in canzone” la sua poesia), come si fa con cose importanti e che si vuole siano per tutti.
E poi ci sono, soprattutto le idee, il rifiuto di ogni retorica o giustizialismo, la scelta di usare il suono e – e la risata – per schierarsi sempre, davvero – dalla parte degli ultimi. Trasformare i senza voce nei ritornelli capaci di passare anche oggi, a quarant’anni dalla sua morte, di bocca in bocca.
Perché forse le eredità migliori passano quando non c’è un filo di presunzione. Quando si gioca facendo molto sul serio. E allora Wolf può tradurre Brassens in latino. Si può, oggi, recitarlo persino in arabo. E continuare a cantarlo, e a far vincere la vita e lo sberleffo al potere, mentre “Muoriamo per delle idee, ma di morte lenta”.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.







3 risposte
Chiara, complimentarmi. Ho letto il tuo articolo tutto d’un fiato. Godendo per ogni riga, citazione, sottolineatura. Ho avuto la fortuna di lavorare con Manmi Svampa per 8 anni e ho ritrovato nel tuo articolo l’essenza del suo lavoro su Brassens: non traduzione ma una vera trasposizione, tra Parigi e Milano.
Non conoscevo molto di questo meraviglioso personaggio, Brassens, tranne qualche citazione del grande Fabrizio de André, e altrettanto del grande Nanni Svampa con i suoi intrattenimenti nelle piazze di Milano!
Finalmente però, sono arrivati i Duperdu che ho la fortuna di conoscere. Grazie a loro, chi non ha avuto la fortuna come me di aver vissuto il periodo del canto popolare, dove con ironia si raccontava la vita, lo potranno conoscere. Grazie a questi gartisti geniali!
Questo spettacolo mi ha trasportato in una vecchia e più colorata dimensione dove i ritmi dell’uomo sono più sani. Le canzoni di Brassens sono interpretate con ironia rendendo lo spettacolo leggero e divertente. Il tutto confluisce verso una cultura di valori eterni, quei valori che fanno dell’uomo un essere più evoluto , senza paraocchi. Grazie Marta e Fabio