“Tu. tu che mi guardi, sei mia sorella”. La voce di Antigone ha travalicato i secoli, e parla ancora al presente. Lo fanno anche i suoi occhi, trasfigurati in quelli di Arianna Scommegna, al Teatro LaBarca di Milano, con una prossimità tale da potersi toccare, con un’intensità mai artificiosa, che chiama in causa, individualmente, ciascuno.
Pensiamo di conoscerla, Antigone, nelle sue molte formulazioni, antiche prima e contemporanee poi: una molteplicità di cui il lavoro di cui Scommegna è protagonista, Non sono nata per condividere odio. Voci da Antigone fa un’elegante sintesi, grazie alla drammaturgia di Maddalena Giovannelli che nasconde con abilità i punti di “cucitura”.
Ne emerge, unitaria, la parola come condanna: vittima, carnefice, eroe, traditore. Antigone, allora, non discute solo i codici morali, ma – ancor prima – quelli del linguaggio che li sostanzia: «non voglio più comprendervi. Sono qui per dire di no, e per morire».
L’archetipo di Antigone si riscopre come quello della più profonda sovversione e – al contempo – dell’umanità più autentica, capace di scendere – come nella grotta cui la legge la condanna – nel più profondo dei sentimenti umani, in un buio di autenticità terrorizzante: «io ti parlo da un luogo dove non mi puoi più sentire, con la tua razionalità. Dove non potete entrare, coi vostri volti di condannati alla felicità».
Giungere in questo luogo, dopo la sepoltura, significa non dover più spiegare, elevare e disinnescare insieme il potere della parola.
Naturale, dunque, che la scelta di regia espunga le possibilità dialogiche – se non suggerite per assenza, affidando loro le sembianze del pubblico – e si affidi a un’interprete che muove sul crinale dell’intensità emotiva, che ha bisogno di un nuovo linguaggio. Così il lutto è un grido, il coraggio e la rabbia si fanno canto, e necessitano di una musica.
Mell Morcone li veste di un suono lieve, che sfuma nel tono straziante eppure armonioso di una prefica. Nello scorrere dell’acqua prende forma tangibile la pietà, la cura, mentre tra un palcoscenico e una platea abbastanza prive di delimitazione da arrivare a sfiorarsi si consuma l’incontro che non si dà tra le solitudini di Antigone e di Creonte, la legge, che l’ha trasformata in un picchetto d’onore, eretto – come il suo editto – soltanto per proteggere se stesso dalle proprie contraddizioni
La vicenda della figlia di Edipo che sceglie di andare incontro alla morte pur di dare l’onore della sepoltura al fratello morto – insieme al gemello regnante – assaltando Tebe, non ha certo ancora bisogno di dimostrare la sua contemporaneità, in un tempo in cui la contrapposizione tra il dovere della legge e quello dell’affetto ci arrivano più sfumati.
Ma la travolgente resa scenica di Scommegna restituisce plasticamente con rara efficacia la dimensione di un io che diventa noi, e a millenni di distanza chiama sempre attivamente in causa.
Non basta più infatti dirsi “nati per condividere amore”, citazione ormai un po’ logora. L’eroina di Sofocle costringe, anche senza metterli in scena, a fare i conti con gli altri, «condannati ad accumulare odio».
Al teatro, per dar forma a tutto questo, bastano pochi gesti e due artisti che lavorano per riduzioni e suggestioni, gli abiti vuoti si riempiono di corpi e la musica si trasforma in voce. E l’istante che precede la morte si trasforma in apoteosi del suo opposto, e dell’emblema della sovversione, a suo modo, il simbolo della rivendicazione dell’esistenza.
E proprio nell’ultimo gesto, da decine di secoli, da Antigone fa risuonare ancora quello che una canzone recente ha chiamato il suo «grido di vita tra il mondo e la gola».
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.
- Chiara Palumbo
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