Per chi è nato negli anni Novanta, i famigerati millennials, vedere Christopher Paolini dal vivo è un tuffo nella propria adolescenza, non di rado infanzia. Vederlo nelle vesti di un signore, ormai quarantenne, con la barba, è disorientante, o forse semplicemente è uno specchio affettuosamente spietato per i suoi lettori.
Eppure, a Più libri più libri, lo racconta lui cosa è rimasto del ragazzino che, a 15 anni, diede inizio alla Ciclo dell’Eredità. Quando ha scritto Eragon, il primo capitolo della saga dell’eroe omonimo (e coetaneo del suo autore) e della sua dragonessa Saphira «Ho scritto il libro che mi sarebbe piaciuto leggere, che potesse piacere al limite a mia sorella».

Ne nasce, invece, uno dei più grandi besteller dei primi anni zero, diventato anche in Italia un libro generazionale. Uno stravolgimento difficile da sopportare. Ma, dice, «ero talmente naif da pensare che quello che mi è successo fosse normale. Ho capito dopo che razza di strana situazione fosse. Se ne sono uscito indenne lo devo alla mia famiglia e all’isolamento del posto in cui vivo» la valle del Montana, su cui Paolini torna spesso, in un inglese pulito restituito con cura da Seba Pezzani, dove ancora oggi vive e che somiglia come un calco alla valle di Carvahall dove ha fatto nascere e crescere i suoi protagonisti.
«Se fossi nato in città non avrei scritto lo stesso romanzo, perché l’ambiente plasma una persona e plasma lo scrittore. Avrei mancato sfumature della realtà. Questa presenza così preponderante della natura è il motivo per cui scrivo fantasy», precisa.
Nel mezzo di questa operazione nostalgia, è inevitabile che il dialogo – orfano causa Covid di Loredana Lipperini – e affidato a Licia Troisi, viri su tutto quello che è cambiato, tra il Paolini debuttante e l’uomo e scrittore maturo.
La differenza sostanziale, come era facile prevedere, è l’acquisizione di un atteggiamento professionale, disciplinato. L’impegno a padroneggiare la scrittura come strumento. Il rigore professionale con cui costruisce le trame prima, perché «più tempo ci dedico, meno ci metto a scrivere e questo mi consente di essere più appassionato. Non è vero che la costruzione uccide l’emozione». Qualche lettore attento forse se n’era già accorto, del resto: in uno dei sogni di Eragon, all’inizio c’è già l’ultima scena del finale della saga, nel terzo volume.
Sulla saga e il suo mondo, negli ultimi vent’anni, si è già scritto molto. Ci sono stati quattro romanzi, traduzioni filmiche…non tutto, però, e a dirlo è il suo autore, che oggi decide di tornarci, dedicando un intero volume, uscito da qualche giorno per Rizzoli, a Murtagh, compagno d’arme, doppio rovesciato, fratello e specchio oscuro di Eragon, di fatto coprotagonista della saga: «è uno dei 4, 5, 6…forse 7 personaggi fondamentali, e ho sempre pensato la saga come una storia di tre fratelli.
Lui è un fratellastro, ma fondamentale, e nella saga gli ho dato poco spazio. Avevo pensato anche di creare tre serie parallele, ma scrivere questo libro adesso è colmare una mancanza. perché la sua vicenda non finiva. Muertagh e Castigo, il suo drago, sono dentro la società ma pensano di poter essere fuori dalla società, non sanno bene dove sono».
Qualcosa che avvicina forse più lui che Eragon al loro autore, cresciuto studiando a casa, nel mezzo del nulla, in una famiglia che non aveva niente di tradizionale, nelle valli del Montana. L’adolescenza di chi sa cosa vuol dire sentirsi diversi. Per questo, spiega, era essenziale raccontare il rapporto tra lui e il drago, che nella saga è un destriero, un compagno di battaglia, ma più ancora una parte di sé.
Tra drago e cavaliere ci si comprende telepaticamente, e non è data la sopravvivenza dell’uno senza l’altro. Diversamente a quanto accade tra Eragon e Saphira, Murtagh e Castigo hanno una relazione più complicata, il loro rapporto è difficile. Sono disposti a morire l’uno per l’atro, ma devono lavorare più duramente per costruirlo.
Si capisce bene, allora, prima ancora che l’autore la espliciti, con gli occhi degli uomini adulti che i millennials sono diventati, che cosa davvero voleva essere la relazione tra draghi e umani nel Ciclo dell’Eredità.
L’ispirazione, ammette Paolini, è l’essermi sentito solo e incompreso, come gli adolescenti. Lo si vede bene, da grandi e non senza tenerezza, quanti coetanei di Paolini devono aver pensato esattamente come lui: «Saphra è l’amico che non avevo e che volevo avere: che volasse, che sputasse fuoco, che mangiasse i cattivi: non è poco per un amico!»
Murthag, invece, ritorna nel mondo di Alagaësia con gli occhi di un uomo adulto, che cerca prima di tutto di rendere credibile anche i draghi, e ha una nuova consapevolezza di sé. il riferimento sono forse le mie fragilità. Scrivere, sorride, è la terapia più economica!
Un uomo adulto ha, però, anche, un’altra consapevolezza del mondo, persino guardandolo dal punto di osservazione del Montana. Nel nuovo romanzo, quindi, trovano spazio temi prima impensabili. Come, ad esempio, quello delle sette religiose: «Ho esperienze di membri di sette e mi interessa quanto persone razionali credessero cose impensabili. Tutti crediamo in cose strane, spesso. E se credete che non sia possibile a qualcuno vicino a voi, vi state sbagliando. Tutto ciò che ho scritto sulla setta è realistico».
Una elaborazione, quella sul sistema di credenze, sulla religiosità, che forse doveva arrivare insieme alla maturità: «Solo adesso mi sono voluto occupare della questione religiosa. Scrivere questo libro è stato come tornare dopo un lungo viaggio. Il momento giusto per spiegare cose lasciate in sospeso, anche se avessi scritto altri libri avrei dovuto spiegare lo stesso».
In un incontro che manda in sollucchero i fan, ma che forse manca un po’ di quella riflessione sul genere su cui certo Lipperini avrebbe saputo apportare un contributo significativo, c’è comunque spazio per riflettere sul ruolo del fantasy, e sul suo rapporto con il reale – e quindi, con il tempo.
Sintetizza lo scrittore americano: «Tutte le storie sono fantasy, che consente di esteriorizzare emozioni che sarebbero interiori, paura e desiderio, te le fa mostrare nel modo dovuto, ed è il genere più potente». Licia Troisi prende a prestito le parole da Marco Dimitri: «il fantasy è il modo più potente per stare dentro il reale».
Lo scrittore maturo, negli ultimi tre anni, ha dato però spazio, accanto alla quadrilogia, a due testi di fantascienza. Una doppia trama che stupisce in Europa, ma non negli USA: «in America si chiama narrativa speculativa, gli strumenti del fantasy e della fantascienza sono simili, e per me è un modo interessante per dar sfogo alla mia voglia di assurdo. E mantiene elevata la soglia dell’attenzione dello scrittore», chiarisce Paolini.
Le ultime note sono per rendere felici i fan: è in arrivo, probabilmente, un libro su un’altra dei protagonisti del Ciclo: Angela, erborista ed indovina ricca di mistero. Non solo, Eragon avrà presto un nuovo sviluppo: una serie ad alto budget, di cui Paolini è il coautore. «Non posso garantire la qualità, perché è Hollywod, ma ci proverò», sorride.
Insomma, il fantastico, che si sia adolescenti in cerca di sé, o adulti nel passaggio all’equilibrio, serve a capirsi. Ed è interessante domandarsi, come fa una lettrice, se questa agnizione delle parti più complesse, delle ferite o delle pieghe più intime di sé attraverso le pagine sia in realtà un gesto consapevole. Per Paolini è così: «in genere so di cosa sto scrivendo a livello profondo, perché solo in quel modo riesco a capire cosa sto scrivendo». Licia Troisi, al contrario, vi passa attraverso come potrebbe fare una lettrice. Ne ha consapevolezza soltanto a posteriori: «capisco il mondo con le storie, leggo quelle degli altri per capire».
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.







