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La lente del comico per vedere meglio il tempo della vita

di Chiara Palumbo

Un americano in Italia, un Pulitzer a Pordenonelegge. Andrew Sean Greer è questo e molto di più: è una penna raffinata e – da qualche anno, sapientemente ironica – capace di misurare i confini. A partire da quello tra invenzione e realtà, intorno a cui si muove Villa Coco, appena uscito per La nave di Teseo, in cui crea un nuovo, appassionante protagonista: Geoffrey, o forse Giovedì (al lettore la curiosità di sciogliere il dubbio) un ragazzo «costretto a rompere la sua americanità per diventare se stesso».

immagine per Andrew Sean Greer, Pordenonelegge 2026
Andrew Sean Greer, Pordenonelegge 2026

Una ambientazione che evocherebbe, vista così, una struttura molto nota che ascende ai tempi del gran tour, se Greer, che in Italia vive parte dell’anno, rivendica di aver cercato di allontanarsi dai cliché sull’Italia che ha invece desiderato rompere, per «correggere le idee sbagliate degli americani e divertire gli italiani» e raccontare – con una densa leggerezza, del più radicale punto di svolta di chi, come il suo protagonista, ha vent’anni, ed è un giovane che capisce di dover rompere le regole che è abituato a seguire» per farlo sceglie una forma tessuta di «fascinazione e nascondimento», che prosegue sulla traccia del romanzo umoristico che ha avuto il suo picco nel dittico di Less, per far scorrere nella pagina domande su morte, vecchiaia, gioventù, affondando in effetti nel «senso della vita, decorando la superficie di una storia romantica» spiega ai cronisti.

Dopo aver indagato, con acutezza, le incertezze di un uomo qualsiasi, e l’aspettativa, la pretesa, di un equilibrio imposto dal mondo, in qualche modo fa un passo di anagrafe successivo, e nella Baronessa Lisabetta, che invita il giovane in Toscana per ordinarne l’archivio – e che Alessandra Tedesco, nell’incontro col pubblico, definisce «eclettica, stramba, originale» – racconta anche la maturità come non un punto d’arrivo ma lo spazio della capacità di reinventarsi, di guardare a chi ha dovuto scegliere, ma si è reso libero con se stesso.

Maestri da cui imparare, non solo a vent’anni, la possibilità delle scelte, di una terza via, che se per l’autore si è tradotta, scherza col pubblico, nell’aver (quasi) preferito, per vivere, Chioggia a New York o San Francisco, per il suo protagonista si traduce invece in un finale di scelte sorprendenti, per il ruolo di un adulto, lontane dalla costruzione immaginaria di «essere un uomo responsabile».

L’eredità della baronessa, mentre cerca di rendere il suo ospite «meno americano», è quindi la consegna di Greer al lettore, ha allora forse piuttosto a che fare col gesto dell’artista, col «mantenere una creatività infantile per costruire la propria strada» che, lungi dall’essere naïf, richiede una buona dose di coraggio e una scelta sofisticata.

E la Toscana, fuor di luogo comune, diventa dunque una scenografia perfetta, di un mondo di fantasia, fiabesco, di anni Ottanta solo nominali ma liberi di ogni tecnologia si sia prodotta oltre il cordless perché, scherza «rovina qualsiasi trama, anche Hitchcock finirebbe in due minuti».

Dentro questa alterità, secondo Greer – che protegge con un sorriso una grande abilità autorale (del resto, la dimostrano i suoi libri, non fosse sufficiente un Pulitzer a certificarlo) – c’è il luogo perfetto per la condizione dello scrittore, vale a dire «essere osservatori di sé stessi», possibilmente rifiutando di appartenere a un recinto stretto.

Per questo, pur essendo stato forzato dagli eventi ad ambientare il romanzo in uno spazio prevedibile – «Io non volevo scrivere della Toscana ma ho dovuto, perché ci ho vissuto due anni, e quando scrivo, non invento» – ha scelto di rompere anche quel simbolico steccato, portando la sua storia a Ferrara, a Ravenna e a Comacchio.

Un’Italia di certo meno vista, da oltreoceano, ma che sicuramente oggi gli appartiene. Non soltanto per ragioni personali, ma perché si è rivelata «un luogo in cui inventare me stesso. Molte persone alla mia età hanno finito, io sto ricominciando».

Forse anche una fuga, per un uomo che è calato nel suo tempo e non si ritrova nella virata che gli Stati Uniti, e il mondo, stanno facendo. Del resto, il Greer autore, della propria identità di uomo gay, del proprio percorso di acquisizione di sé e della liberazione innanzitutto come individuo dalle aspettative del mondo e poi delle ferite che la sua comunità ha attraversato ha sempre fatto, lungo i decenni, parte di racconto, senza farne mai una tematica furbescamente buona per le sezioni di genere delle librerie, e per questo ha concesso a molte persone queer di ritrovarvisi dentro.

Forse, ammette, sta «fuggendo» da un paese, il proprio, che non riconosce più, e tuttavia, dice, conserva ottimismo. Del resto, «anche l’Italia ha i suoi problemi, ma non è colpa mia. Di quello che succede in America, invece mi sento responsabile. A Venezia, se non altro, col fuso orario le brutte notizie arrivano verso mezzogiorno. Prima ho il tempo di lavorare». Un’ironia che rende bene la cifra dell’autore, e che ne innerva le pagine anche quando l’io narrativo è solo finzionale.

Leggere Greer, come ascoltarlo raccontare del suo romanzo italiano, significa anche aprirsi una affascinante finestra su quanto scrivere – e la parte di esistenza che alla scrittura si presta – sia innanzitutto una questione di lingua, prima che di trama.

I guizzi di intelligenza dei suoi romanzi sono retti però soprattutto da una lingua sempre raffinata ma senza bisogno dello sfoggio, e della consapevolezza di cosa significa abitare una lingua, tanto la propria quanto quella che lo diventa.

«È stato una gioia per me diventare una persona nuova in una nuova lingua. Volevo dare al mio protagonista la mia esperienza ed esprimerne la gioia di averla compiuta». Pur scegliendo – in un impeto di modestia, forse – di esprimersi in inglese anche davanti al pubblico italiano, pur punteggiando della nostra (comune, a questo punto) lingua uno stare sul palco con un ritmo frizzante quasi teatrale, riconosce che «In italiano uso parole che si liberano dal peso storico dell’inglese. Suono diverso, sono diverso».

In questo romanzo, poi, l’esercizio dell’analisi sul tempo e il modo in cui ci cambia è attraversato con un ulteriore scarto. Raccontare un ventenne con lo sguardo – anche sulla pagina – di lui stesso narratore la cui età coincide con quella dell’autore, nato nel 1970.

Commenta: «Trovo interessante guardare a sé stessi da giovane, perché quello che ti trovi davanti è un estraneo. Volevo che il lettore sapesse, nella voce del narratore, chi è diventato da grande».

I tempi della vita, in fondo e le domande che aprono, sono in fondo un tema e un passaggio inesauribile, e un punto di osservazione sul reale che dà loro forma. Il Greer di oggi, racconta, di incontrare giovani che hanno obiettivi tracciati su una rotta già definitiva, di equilibrio, di stabilità, a cui suggerire, se non a sua volta insegnare, che esiste «una scelta ancora più difficile, inventarsi la propria rotta».

E sente di doverlo fare attraverso l’ironia, il comico come lente: «Scrivo commedia perché sono invecchiato, e credo che l’unico modo di accettare quello che ti dà il mondo è stare con gli altri, ridere, accettare la sfida di trovare il modo di attraversarlo insieme».

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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