Marjorie Prime. quando tecnologia e umanità non si distinguono più

«Io ci sono sempre, Marjorie, ogni volta che avrai bisogno di me. Ho tutto il tempo del mondo». La frase che chiunque avrebbe bisogno di sentire da parte di qualcuno che ama. Ma cosa accade quando l’unica voce che può formularla, proprio con le sembianze di chi amiamo, è quella di una macchina?

È alle molte sfaccettature complesse di questa domanda che risponde Marjorie Prime, spettacolo approdato al Teatro Franco Parenti dopo una recente versione cinematografica.

In un futuro prossimo, la (quasi) millennial Marjorie ha ottantacinque anni e comincia a smarrire porzioni di sé nella nebbia dell’Alzheimer. Per aiutarla a fare memoria della propria esistenza, ma più ancora per darle quel calore che la figlia e il genero – frenati dal disagio che sempre ci attanaglia quando non riconosciamo più chi ci ha cresciuti – faticano a offrire, c’è un Prime, una macchina perfettamente somigliante al marito da giovane, nella realtà morto da tempo.

Una macchina che riporta Marjorie a quel che era e che, soprattutto, si nutre ed esiste in funzione di storie che riesce a salvare dall’oblio, restituendole a poco a poco, con pazienza e tenerezza, quelle che vanno perdute.

Il potente testo di Jordan Harrison, finalista al premio Pulitzer 2015, affronta senza semplificazioni e patetismi il tema della relazione tra umanità e intelligenza artificiale, mettendo in scena, evitando acutamente la struttura e gli obbiettivi del dramma a tesi, i contraddittori rapporti dei parenti di Marjorie con il Prime: se la figlia, Tess, se ne sente spodestata, il genero John ne riconosce l’utilità: eppure entrambi saranno chiamati, in una narrazione che procede per quadri in cui un telo – come quello calato sulla memoria di Marjorie – segna i passaggi temporali, a fare i conti a propria volta con i benefici, i dilemmi etici e i limiti di fare ricorso a propria volta ad un prime della persona più amata.

Con l’esigenza di evocare una presenza e la consapevolezza di avere a che fare con un simulacro.

La regia di Raphael Tobia Vogel sceglie di mettersi completamente a servizio del testo, sfrondando di qualsiasi costruzione concettuale e senza farsi ingolosire dal gusto della sperimentazione che poteva solleticare chiunque si trovasse alle prese con un testo fantascientifico.

Al contrario si fa da parte fino a sparire, e come unica concessione sceglie di ambientare la piéce dentro a un soggiorno aperto su un esterno che può essere selezionato, come lo schermo di un computer e come i ricordi.

Se una certezza si guadagna, in questo testo, è che la memoria non è mai oggettiva, ma si declina e si adatta non solo a quel che ci concede di proteggere, ma soprattutto a quel che scegliamo, o viene scelto per noi, di continuare a custodire. Il prime, ed i prime di cui ci si circonda, restituiscono dell’altro una immagine per come l’abbiamo scelta. Prendono il volto della persona che amiamo secondo le nostre esigenze, l’età, e il contesto che svela l’irrisolto nelle relazioni con l’altro, l’istante che nel tempo della vita reale era stato quello del non detto, dei silenzi densi e dei sentimenti nascosti quanto più sono stati dolorosi – «Se è così che mi hai voluta, sono quella a cui avevi ancora qualcosa da dire».

I prime, però, con ancora più evidenza, costruiscono una nostra identità modellata di narrazioni, quelle che scegliamo e quelle che vorremmo poi sempre poter rielaborare, riadattare, ripensare. Illudendosi di poter cambiare il corso di quello che avremmo voluto e non è accaduto.

In uno spazio occupato più dal buio e dalle ombre che dalla luce, che quando c’è – come l’ha immaginata Paolo Casati – è fredda e impersonale, a sua volta artificiale, ad emergere è la prova attoriale. In particolare quella di Ivana Monti, che ad una Marjorie costretta spesso all’immobilità conferisce uno spessore e una forza che non ha bisogno di null’altro per essere evidente.

Sorprendente e quasi impudico Francesco Sferrazza Papa pur impersonando sempre un essere artificiale; mai sopra le righe Pietro Micci nella parte di John pur nel suo non esserlo mai. Con una precisa Elena Lietti si rende evidente una buonissima amalgama d’insieme, che tiene le redini di un testo cui, se da un certo punto in avanti non si fatica ad immaginare lo sviluppo, va il merito di riuscire tuttavia a indagare un tema impossibile tanto da eludere quanto da semplificare, legato non soltanto al momento in cui la tecnologia avrà accostato (forse sopravanzato, almeno in parte?) l’umano, ma anche a quanto la presenza di una entità altra può dirci del modo in cui ci relazioniamo con l’altro, delle fragilità e degli intimi bisogni.

Il giorno (non lontano, suggerisce Harrison) in cui le macchine si potranno distinguere da noi solo da una frase pronunciata quasi per errore, come saremo capaci di reagire all’idea che «dentro alle macchine ci siamo noi».

A suggellare un lavoro di grande intelligenza, un finale che potrebbe porre il tema del rapporto tra reale e artificiale declinato come vero e falso, ma anche, più argutamente, suggerire una domanda ancora più scomoda: se fosse possibile pacificarsi col passato solo lasciando se stessi e la nostra umanità?

Chiara Palumbo

Chiara Palumbo

Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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