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La parola al Teatro #110. Neri Marcorè e la rivincita delle ballate.

di Chiara Palumbo

“Ma se ti svegli e hai ancora paura ridammi la mano..” vale la pena scomodare uno dei capolavori di Fabrizio De Andrè, finemente accompagnate da un bouzuki che ormai è un altro simbolo del cantautore genovese, per raccontare Duo di tutto, le tre serate evento al Teatro Oscar che hanno riportato Neri Marcorè al primo amore, la musica.

immagine per Duo di Tutto: Neri Marcorè e la rivincita delle ballate.
chitarra acustica, bouzouki e pianoforte Domenico Mariorenzi, voce e chitarra Neri Marcorè. Foto Maurizio Tagliatesta

Non solo perché proprio Marcorè ha fatto risuonare sul palco, tra le altre, anche questa perla la cui autentica intensità sarebbe appannaggio di pochi, né perché si tratta di un ritorno, dopo aver portato in giro per i palcoscenici di tutto lo stivale almeno due spettacoli a lui dedicati.  Ma – soprattutto – perché nelle due ore abbondanti di concerto regalato ai milanesi – ognuna diversa dall’altra, sostiene l’artista marchigiano, anche se il triplice sold out non consente a una stessa persona la verifica – fa esattamente questo, prende per mano lo spettatore.

Dichiaratamente, è un viaggio nelle canzoni più amate, quelle che hanno composto una geografia affettiva e intima di cui ciascuno può divertirsi a trovare, nella propria storia, le personali corrispondenze e divergenze.

Per lo spettatore, però, è soprattutto una celebrazione della potenza della ballad, a dimostrare che basta poco, se quel poco sono note eleganti su cui si appoggiano testi spesso densi, talora ironici, sempre evocativi, per incantare una platea.

Sceglie, anche con le sue, di parole, poche e solo quando servono, ad esempio, a far accordare uno dei molti strumenti tra cui si destreggia con maestria il sodale Domenico Mariorenzi, polistrumentista conosciuto ai tempi del servizio militare e da allora compagno di scorribande in note e comuni passioni.

Insieme, a Milano tessono un viaggio dell’anima, e proprio il viaggio, il moto e la scoperta, non a caso, il filo conduttore, se ce n’è uno, di un concerto che rinuncia a tutti gli orpelli, anche scenici, per lasciar parlare soltanto la musica. E lasciarsi sorprendere, anche da quello che non si conosce.

Sarebbe interessante scoprire, infatti, quanti tra gli spettatori (colpevolmente, va detto, immaginando una percentuale bassa) conoscessero Biancaluna, di Gianmaria Testa, sulla quale si apre il sipario. Ma del resto, è proprio quello l’intento: far scovare a chi ascolta le perle rare di produzioni che si credeva di conoscere, farsi accarezzare dalla meraviglia.

E così, “Si levino le ancore e si gonfino le vele” come quelle delle Navi di Daniele Silvestri, che il cantante romano ha di recente dedicato alla flotta civile che nel Mediterraneo salva le vite di chi cerca futuro, e nuove possibilità, anche tra i nomi più amati.

Così nella produzione del Principe De Gregori saltano fuori Il cuoco di Salò (“qui si fa l’Italia e si muore, dalla parte sbagliata”), e la “storia d’altri tempi, di prima del motore, di quando si correva per rabbia o per amore” degli amici Costante Girardengo e Sante Pollastri, ovvero Il bandito e il campione firmati dal fratello che ha scelto per la scena il cognome della madre, Luigi Grechi. Ma soprattutto l’emigrante de L’abbigliamento di un fuochista, che con la fatica spingeva il Titanic verso un futuro che sua madre immagina fatto di figli con cui non parlare la stessa lingua. Che però, a ben guardare, nessuno sa davvero cosa voglia dire.

Dalla produzione di un milanese (che come tutti i figli più illustri di questa città, milanese di nascita non era ma cì è arrivato viaggiando) come Giorgio Gaber, il duo pesca l’intimità del Dilemma, di un uomo e una donna che, mentre si perdono, cercano il coraggio di restare insieme e trovano, invece, solo quello di finire, prima.

Da Gaber si pesca, a dir la verità, l’altra nota che Marcorè condivide con lui: l’ironia sagace e gustosa di Luciano e de Le elezioni, che sono forse – pescate entrambe dal teatro canzone, l’accostamento più vicino al concetto di teatro puro cui Marcorè e Mariorenzi danno spazio.

Il resto sono grandi raffinatezze in un’atmosfera rarefatta che pochi trovano il coraggio di spezzare con la voce, iniziata con La disciplina della terra di Fossati e una Vecchia valigia.
C’è spazio anche per celebrare La fata di Edoardo Bennato che “se comincia la caccia alle streghe, la strega sei tu”.

Una traversata senza cadute, e con poche concessioni, per fortuna, a pezzi veramente noti. Tra La guerra di Piero, Fiume Sand Creek, Una carezza in un pugno, fino ad andare a chiudere con un Battisti di classe, da Tempo di Morire ad Anche per te, in cui il pubblico non si fa più pregare, e anzi prende il posto di chi sta sul palco.

Agli artisti sembra, e va loro riconosciuta come nota di merito, premere di più omaggiare i grandi cantautori che continuano a non segnare il passo del tempo, dal Battiato de L’animale al Graziani di Monna Lisa, per dimostrare come anche il rock del cantautore abruzzese possa, passando sotto mani di talento, prendere un passo quasi jazzato. C’è tempo per tutto, se lo si sa rendere intenso come questa serata; anche per evocare l’inglese lasciato da parte ai tempi della scuola interpreti, e il Duo di tutto si trasforma nei Simon & Garfunkel di Mrs Robinson.

Prima di darsi una sognante buonanotte, che qui ha preso le note di Lullaby e di You can close your eyes di James Taylor, però, Marcorè torna l’istrione che grande pubblico ha imparato ad amare.

Perché se è vero che i maestro non conoscono vecchiaia, allora non sarebbe poi così strano che un tormentone come Soldi, di Mahmood, si mischi con la Domenica Bestiale di Concato, o prenda il passo cadenzato di Angelo Branduardi, che in bocca all’attore di Sant’Elpidio contagia persino un Ligabue che, improvvisamente, porta echi poetici.

Una serata da cui si esce senza nostalgie passatiste, ma rinfrancati, come quando si condivide la bellezza nell’intimità di un fuoco, che continua a scaldare.

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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