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Grate. E se fosse la clausura ad aprire alla vita?

di Chiara Palumbo

Se vi si chiedesse di immaginare qualcosa di vistosamente dissonante rispetto al presente, alla quotidianità di questo tempo, molti penserebbero alla clausura. A donne che scelgono una fede fatta di contemplazione e distanza. Quanto più evidente si avverte, la distonia, se la clausura non è praticata in un luogo raccolto che accoglie e suggerisce la meditazione, ma nel cuore delle nostre città, di quella Milano che ha fatto dell’urgenza di stare al passo con la realtà, il più rapidamente possibile, un tratto distintivo in cui si riconosce.
E se ci stessimo sbagliando completamente?
Parte da qui, Grate, la nuova produzione Atir che – come ormai da alcuni anni, in assenza del teatro Ringhiera, viene ospitato da un altro palcoscenico, nello specifico quello del Teatro Elfo Puccini.

immagine per Grate, la nuova produzione Atir

Il più lontano, in apparenza, per un testo che mette in scena due suore, meglio, due monache di clausura. L’iconografa è quella classica francescana: saio, corda in vita e sandali. E no, niente parodie o rotture à la Woopi Goldberg in Sister Act.

L’occhio del racconto è esattamente quello di chi, dall’interno di un convento, scandisce la sua giornata tra preghiera, lavoro nell’orto e in cucina. Donne alle quali il nostro tempo affida un violento carico di pregiudizi e curiosità irridenti che si riducono a una sola: come si vive, separate dal mondo? Come si vive, al di là del muro?

Lo scrittore Gianni Biondillo si è scoperto drammaturgo, sfidato su un tema senz’altro insolito, che apre per qualche minuto le grate di un altrove apparente. Fa parlare le suore del Monastero milanese di Santa Chiara – che fondò un proprio ordine claustrale dopo aver consumato i sandali sulle strade: una figura molto fraintesa, che vale un approfondimento fuori dalla retorica tradizionale anche se si è atei.

Una nota: il monastero esiste, esattamente come viene raccontato, sull’argine del Naviglio che si perde in quella che è stata periferia e in quel quartiere, Gorla, così centrale nella narrazione e nella storia della città, coi suoi Piccoli Martiri (Una vicenda che è stata raccontata anche da uno spettacolo ormai classico, in città e non solo, Gorla Fermata Gorla, per decenni cavallo di battaglia di Giulia Lazzarini).

Nei volti di Maria Chiara, Chiara Ide (che sta per Ideale, un fiero vessillo socialista) e Chiara Daniela, però c’è molto di più di quel che sembra. Non c’è retorica né ascetismo, né la fatica di una religiosità che ormai non si avverte più. C’è la potenza, laicissima, del vissuto. Perché, «il mistero della fede è un mistero di cose piccine». E così è per la vita.

Quella fatta dei gesti comuni che affida alla sua protagonista l’attenta regia di Francesco Frongia, in una suggestiva scenografia tutta veli di Marina Conti – ma anche quella enorme dell’orrore che esplode e segna.

Perché questo sono, queste figure che ci paiono incomprensibili. Donne che hanno vissuto, dubitato, cercato altro. Conosciuto la fame – che è di ciascuno – di «fuggire facendo» dalle proprie urgenze. Bisogni che spesso non hanno più il nome di Dio, non hanno la postura dell’invasamento mistico. Hanno, invece, una sete insopprimibile di una forma di verità, di un orizzonte di senso.

«Va’, metti una sentinella che racconti ciò che vede», scrive Isaia. Ecco chi sono, queste Chiara e queste Maria.

immagine per Grate, la nuova produzione Atir

Sentinelle di un tempo che le abita e le definisce, chiamate dalla loro vocazione ad esserne testimoni, e per questo a raccontarlo.

Perché anche loro sono state bambine, nella piazza Duomo livida e gelata che piangeva – in un silenzio irripetibile a assordante – i morti di Piazza Fontana. Sono state le ragazze che hanno sentito la bomba cadere (per errore, crudeltà, paura) nella tromba delle scale che ha imprigionato i corpi smembrati dei Piccoli Martiri della scuola Crispi, che hanno gridato di rabbia contro gli assassini dei partigiani impiccati a Piazzale Loreto.

Sono state le sorelle che hanno pianto ragazzi morti di eroina e solitudine negli anni del riflusso, e affrontato la morte che è tornata vicina negli ultimi mesi con una pace che fuori dalle mura abbiamo scoperto di non conoscere più.

Ci riescono forse perché, sole, sono chiamate a farsi silenzio, a mettersi a servizio, come fa la simpatica Gloria Maria, impersonata da Roberta Fraiola, chiamata a sostenere le protagoniste, diverse facce di uno stesso volto, quello d un’ispirata Chiara Stoppa, che questo testo ha  voluto, e ora incarna sapendo misurare con sapienza momenti di leggerezza a passaggi di rara e sorprendente intensità.

Ci vuole l’infinitamente grande, sembra suggerire Grate, per raccontare questo tempo. Serve evocare – con libertà – Dio, per guardare gli uomini da fuori.

Ci vuole chi osserva la città dalle mura di sentinella, per raccontare una Milano ferita e calda insieme, a cui questo spettacolo – che gioca anche coi suoni della liturgia – dedica un canto d’amore. Ci vuole chi sa guardare dritto il buio – «a che punto è la notte, sentinella?» chiude quel versetto di Isaia – per poter accogliere l’alba, per vedere il momento in ui torna a sorgere la luce.

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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