Il corpo delle donne è sempre uno spazio di potere altrui. Maschile, in genere. O, nel migliore dei casi, di un padrone coi tratti indistinti della fame di vendetta della pretesa opinione pubblica, o del denaro dei signorotti la cui lunga mano punitiva si estende ovunque, le basta offrire in cambio una manciata di monete o un’illusione di favore.
Parte da qui L’empireo, nella traduzione italiana firmata Monica Capuani del testo di Lucy Kirkwood, che ha stipato il teatro Carcano in ogni ordine di posti, in scena per incarnare lo spazio tolto alle donne (anche in forma di freddo, abbandono e costrizione) anche quando sembrano essere loro al centro.

Come le 12 donne strette nei loro abiti neri, chiamate ad essere giuria popolare contro la giovane Sally, accusata di aver ucciso una bambina, insieme al proprio amante, nei giorni in cui, sopra la campagna inglese, si aspetta passi la cometa di Halley a metà del Settecento.
Contro, appunto: perchè la sentenza è già scritta: l’aspetta la forca. Quello che le donne sono chiamate a concederle è, eventualmente, una dilazione: la ragazza ha dichiarato di essere incinta e questo, se fosse vero, rimanderebbe l’esecuzione della condanna all’indomani della nascita del bambino. Alle donne quindi il compito di appurare se questa gravidanza sia realtà o menzogna, di agire insomma nello stretto spazio che la biologia concede loro.
Tutte e tredici, le giurate e la condannata, esposte allo sguardo di una platea che attende, come il mondo fuori dalle stanze fredde del tribunale e che, come nei processi mediatici da oggi, ha già emesso la stessa sentenza e attende solo di eseguirla a suon di pietre. A garanzia del potere costituito, l’unico uomo sulla scena, Mr Coombs, costretto solo apparentemente al silenzio da un consesso di donne che solo in quel ristretto spazio trovano la voce per svelare i segreti a cui gli uomini le hanno forzate, e che pure sa di avere diritto all’ultima parola, e non soltanto a quella.
Nel frattempo, però, ogni donna può portare se stessa alla giuria del mondo, svelando – nello scegliere dove settare il confine tra giustizia e vendetta, compassione e crudeltà – le proprie personali ferite. Che, quasi sempre, passano dall’abuso dei signorotti locali su quello stesso corpo di donna sul quale è chiesto loro di dare un giudizio e che pure, anche loro, sono spinte a conoscere “meno di un corpo celeste nell’Empireo”.
Nella enorme quantità di suggestioni e temi che il testo solleva senza diventare didascalico, anche l’antico sapere delle donne – nella voce di Elisabeth la levatrice – mostra la corda della superstizione e del limite, di fronte al potere in forma di sapere della scienza medica, a cui le donne stesse si affidano per un verdetto inappellabile. Lo fa, soprattutto, Sally, abile e pronta, nella sua vocazione distruttrice, a rifiutare l’immagine accomodante della vittima sottomessa, fiera nel rifiutare ogni aiuto pur di non essere, mai, quello che qualcun altro ha deciso per lei.
Nella ricchezza di questo lavoro corale non c’è possibilità di appiattimento. Ogni donna, tratteggiata con esattezza e interpretazioni vivide, talvolta strazianti come la Sara di Sandra Zoccolan, talaltra piene di ironia come la matrona di Chiara Stoppa flagellata dalle caldane o la beghina di Valeria Perdonò, o ancora sottilmente ambigue tra amore e spietatezza (e sul filo delle identità) come la straniera incarnata da Maria Pilar Perez Aspa, venuta a vendicare il figlio perso nel fuoco da una padrona distrutta con la quale divide il letto.
Tutte le donne portano una storia di lavoro, fatica e sudditanza, che spesso non ha ucciso il loro orgoglio, e tutte sono costruite con accurata rotondità scenica e drammaturgica dalle interpreti a cui, alle già citate, per onore di merito, vanno aggiunte: Giulia Agosta, Matilde Facheris, Francesca Muscatello, Marika Pensa, Anahì Traversi, Arianna Verzeletti, Virginia Zini.
A spiccare sono però la levatrice di una intensissima Arianna Scommegna, nel suo tentativo a tratti disperato di farsi portavoce di una postura morale, un’etica della giustizia agita non per superiorità ma nella consapevolezza di essere stata violentata bambina, spinta dalla propria stessa madre a cedere la figlia non voluta alla pietà (forse) di un’altra. E costretta a ritrovare in catene quella stessa figlia che adesso vede pendere la forca davanti agli occhi, e a cui Viola Marietti regala una acuminata irriverenza e una sfaccettata credibilità.
Ne emerge un mosaico a cui la regia rigorosa di Serena Sinigaglia – costruita su corpi in gran parte su corpi relegati al loro posto, per lunghi tratti addirittura seduti – fornisce un’aura di dimessa epicità, come i cori tragici. Per cui alle donne resta poca via di speranza, se non, talvolta, la più compassionevole e straziante di un potere (economico o maschile, o l’uno attraverso l’altro) destinato a vincere sempre.
Ma che, nonostante questo, non può tacitare la voce delle donne quando, anche nelle loro differenze, hanno saputo restituirsela a vicenda.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.






