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Ci vediamo all’alba. La violenza mai detta della perdita

di Chiara Palumbo

Cosa chiedereste, come spendereste un tempo ultimo con la persona che avete amato se questo vi fosse concesso da una figura inquietante e divina emersa dal buio del sogno o forse dell’incubo di una fiaba?
Lo spazio dentro cui Zinnie Harris pone questa domanda in Ci vediamo all’alba, in scena al Teatro Duse di Genova, è una spiaggia che Davide Livermore vuole onirica e la scena di Anna Varaldo rende saggiamente quasi del tutto astratta evocata dentro un buio dove l’acqua si abbatte con violenza e poi continua a cadere su due donne che hanno appena subito un tragico incidente in barca.

immagine per Ci vediamo all'alba - Teatro Duse di Genova. foto Giulia Ferrando
Ci vediamo all’alba – Teatro Duse di Genova. foto Giulia Ferrando

Robyn e Helen si amano – maturo quel paese dove, nell’economia di questo testo, il fatto che ad amarsi siano due donne è del tutto incidentale, se non per il fatto che così le dinamiche tra le protagoniste sono del tutto ripulite dalle potenziali letture di genere, dalle inferenze su come «gli uomini» o le donne come categoria vivrebbero questa esperienza.

Qui ci sono due individui, che provano anche con una certa violenza a trattenersi a vicenda in quello spazio liminale dove di un amore emergono anche i rovesci più cupi, la rabbia, il rancore e le recriminazioni: quello di quando è troppo tardi.

In quello spazio si muove una struttura drammaturgica complessa e affascinante retta su agganci tra il reale e il sogno piccoli come una falena, in cui le parole sono un sincopato susseguirsi di schegge, ben rese dalla traduzione tagliente di Monica Capuani.

È il luogo del lutto e della perdita, delle sue fasi (che non hanno mai la linearità confrontante dei manuali diagnostici) in cui, nella concitazione si coglie poco a poco una consapevolezza altra, e le parole aguzze della disperazione e del rifiuto ci fanno mettere davanti allo specchio di come noi, ciascuno di chi osserva, reagirebbe al dolore e allo strappo della perdita. «dove la metto, questa cosa?» si chiede Helen quando l’ambiguità si chiarisce e le carica in modo diverso entrambe, di colpa o di inevitabilità, e la domanda, nella sua spietata semplicità, è quella di tutti quando la realtà si fa pesante fino a questo punto.

immagine per Ci vediamo all'alba - Teatro Duse di Genova. foto Giulia Ferrando
Ci vediamo all’alba – Anna Della Rosa e Linda Gennari – Teatro Duse di Genova. foto Giulia Ferrando

Come Orfeo di fronte ad Euridice, di cui questo lavoro è un’intelligente perché autonoma riscrittura, ci aggrapperemmo al bisogno di tenere con noi chi abbiamo amato, incapaci di sopravvivere a un mondo che ne sia privo, o saremmo l’Euridice che – come suggerisce Rilke – fa sì che l’amore si volti, per potercene andare, libere dalla proiezione dell’altra?

Tra i molti meriti di un testo davvero ben scritto, che dissemina con intelligenza spie di una lettura simbolica che si dischiude poco alla volta, assumendo persino i tratti del thriller psicologico, e si assume l’onere di mettere in parole un tema enormemente rimosso come quello del lutto, c’è quello di mettere in scena anche, al suo interno, tutto quello che del lutto non ci si aspetta.

Pochissima tenerezza, innanzitutto, e nessun patetismo melenso.

Il lutto parla spesso innanzitutto di chi resta, e – senza giudicarli, ma senza fingere – mette sulla scena, gli egoismi che la disperazione fa emergere. Sia in chi vorrebbe essere più forte della morte stessa, sia in chi rivendica – o rivendicherebbe – almeno il primato del dolore, da un qualsiasi altrove si trovi, sia l’Ade o una spiaggia.

Per reggere una tale architettura ci vogliono due interpreti maiuscole come Anna Della Rosa e Linda Gennari, e due interpretazioni che vanno ammorbidendosi insieme alle parole, paradossalmente via via che la verità si chiarisce e non resta che affrontarne tutto l’abisso, che si spalanca quando il risveglio dal sogno morde e quello che sta al di fuori di esso piega e deforma il tempo, lo spazio e il senso stesso di restare vivi.

A guidarle, con una misura a cui va tributato il dovuto onore, una regia rigorosa, con cui Davide Livermore sceglie la fedeltà più stretta alle ragioni del testo. Che chiede a chi vi partecipa, fosse anche come spettatore, l’adesione a una certa crudeltà (o radicale sincerità) che rimane come precipitato di tutti gli irrisolti quanto più lo strappo è stato violento e imprevedibile, e l’annichilimento che produce non ha voglia, non ancora, se non con la durezza di una sconfitta senza resa, di rassegnarsi al futuro dell’accettazione.

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Ci vediamo all’alba – Teatro Duse di Genova. foto Giulia Ferrando

Che forse verrà, con le sue parole di misura e di saggezza, con i gesti di tenerezza e di congedo che qui sembrano essere trattenuti appena prima, e con cui certo tutti vorremmo accompagnare l’ultimo istante di chi abbiamo amato.

Harris ha il coraggio e l’arditezza di restare dentro l’immersione, di fermarsi un istante prima, dentro il buio che precede l’alba. Un lavoro che riesce nel compito ambizioso che sempre si vorrebbe vedersi assumere dal teatro contemporaneo. Abitare gli spazi più scomodi e radicalmente umani: ciò che dà senso al fare teatro.

Questo spettacolo è straordinariamente d’impatto per la qualità di tutti gli elementi scenici (menzione d’onore per le musiche rarefatte e acquee di Roberta Di Mario) ma soprattutto perché riesce dove quasi ogni volta che ci confrontiamo con il lutto, nostro o altrui, nella vita, falliamo. Non consola, attraversa. Per scoprire solo dopo se e chi ne è uscito vivo. E pagando quale prezzo.

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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