La forma nella storia, la vita nella tragedia “Esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. Le parole di Italo Calvino potrebbero essere una preziosa guida per immergersi ne La storia. Uno scandalo che dura da diecimila anni di Elsa Morante come la immagina Fausto Cabra per il palcoscenico, ripartendo da quello del Teatro Giuditta Pasta di Saronno; innanzitutto perché sono la chiusa – luminosa – di un romanzo, e quella della lettura è la cornice e la lente da cui Cabra si accosta al lavoro morantiano.

Non solo perché è una donna, una madre, che nell’attesa di ricongiungersi ai figli nella sospensione di un aeroporto, si immerge nella lettura, ma perché la fruizione della lettura – con le sue istintive selezioni e lo scorrere delle pagine – si fa mezzo scenico, mentre il dettato stesso del romanzo diventa oggetto del racconto, con i suoi paragrafi restituiti letteralmente e trasformati in architrave della messa in scena.
Davanti agli occhi della lettrice prendono corpo le vite di Ida, Nino e Useppe, e gli stessi volti si declinano in tutti i personaggi di cui la trama ha bisogno, proprio come accade nella mente di ogni lettore nel momento in cui viene avvinto dalla pagina. Ma il dettato calviniano è utile in almeno altri due sensi. Uno è il riferimento all’attenzione e all’apprendimento. Ovvero per la preponderanza che, nella messa in scena firmata Cabra, acquisisce la componente tecnica.
Ma se si dà apprendimento è perché esistono dei maestri, e quelli di questo lavoro sono dichiarati fin dalle note di regia. L’umanità di Carlo Cecchi, trait d’union diretto tra Morante e Cabra, erede dell’una e maestro dell’altro, e il rigore di Luca Ronconi, che in questo lavoro si traduce in una tecnica esposta, nel suono meccanico della macchina teatrale che fa quasi da basso continuo come il suono della guerra l’ha fatto per la vita di Ida e dei suoi figli, e in particolare in un disegno luci materico, in cui fasci colorati incombono su quel che accade in scena indagando e sezionando, e soprattutto calando sulle vite singole con la violenza ineluttabile di un dio cattivo o di un destino cieco, che si accanisce sui semplici ma – al contempo – illumina le componenti umane – dunque, contraddittorie – di ciascuno.

Così un soldato violento è un ragazzino impacciato, e il trauma di chi ha combattuto – tra i liberatori, con la stessa enfasi roboante con cui aveva abbracciato le idee del regime – a guerra finita si traduce nella spacconeria guascona di un giovane uomo che vuole tornare a vivere, o nella disperazione senza scampo di chi lo trova soltanto in un’overdose abbandonato.
C’è tutto l’umano, nelle pagine di Morante, e la lettura di questo spettacolo – dal 12 marzo al Teatro Vascello di Roma, ad aprile al Parenti a Milano – mette il segno, come un lettore accorto, sui suoi momenti di luce. Sulla vitalità, persino sulla speranza, in un romanzo per decenni accusato di un eccesso di pessimismo. E che invece, riletto, segue proprio il dettame dello scrittore nato a Santiago del Cile.
Sopravvive all’inferno con ciò che al suo interno non lo è, sa dargli il respiro della durata e lo spazio di interpretazioni ammalianti. Su tutte la Ida di Franca Penone, che le restituisce con una precisione sottile e complessa da trovare la sua quieta disperazione e il suo amore pieno di coraggio. I giovani sfrontati e le loro maschere di durezza di cui Alberto Onofrietti si veste e si spoglia. E poi la vocina infantile che Francesco Sferrazza Papa fa crescere insieme a Useppe che, anziché renderlo ridicolo, ne restituisce tutta la purezza simbolica.

Al presente evocato come cornice, in giorni in cui la guerra non è più una memoria lontana, e in cui la scansione temporale che regge la drammaturgia di Marco Archetti suona più vicina di quanto è forse da allora mai stata, questo lavoro lascia una forma elegante e una intuizione tanto personale quanto efficace nel mobilitare – fin dalla lingua esatta della sua autrice – un romanzo che, nel suo grido contro uno scandalo che dura da diecimila anni, lascia la devozione delle madri e la risata dei figli che, ad ogni latitudine, gridano anche mentre sono ancora aperte le ferite delle bombe: “Loro nun lo sanno, a mà, quant’è bella la vita”.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.





