I contesti letterari – e i festival possono non fare eccezione – sono pieni di persone che pretendono di offrire le regole per penetrare il sacro mistero della scrittura. Si insegna (o si vuole, o si finge di) insegnare molto a scrivere. Molto più raramente si incontra chi è disposto a raccontare, se non a insegnare, come si accosta chi scrive.
Lo fa Luciano Minerva, storico intervistatore della Rai anche, ma non solo, al Festivaletteratura. Minerva si definisce un appassionato tardivo di scrittura che in Un filo di voci (Castelvecchi) ha messo insieme trentadue voci di autori dal mondo per dare forma all’interrogativo che non ci si pone mai: come si fanno le domande? Minerva racconta di averlo imparato nella prima parte della sua vita, quella in cui faceva interviste, sì, ma ai calciatori. Molto prima di passare dalle interviste agli sportivi alla letteratura.
Ed è stato con loro, racconta, che ha imparato la nozione più importante: «Se non c’è una storia l’intervista non viene fuori. Se nella conversazione aiuti a raccontare una storia, invece, ad emergere sarà quella che c’è dietro ai risultati. Ma è più difficile, perché devi aiutarli a tirarla fuori».
Ma per farlo devi essere disposto a scoprirlo. Lo sa bene Lella Costa, che nei festival ha imparato un ruolo quantomai diverso a quello, a centro scena, dell’artista, incontrando – in venticinque anni di festival, decine di scrittori: «Mantova mi ha insegnato un altro mestiere, quello di accompagnare gli scrittori. Aiutarli, è questo che occorre».
Un suggerimento banale, in apparenza, e che in realtà non lo è affatto, se è vero, annota Erri De Luca nella prefazione al saggio, che è «una cosa straordinaria essere intervistati da uno che ha letto i tuoi libri» essere disposti ad essere preparati e accorti. Ferri del mestiere semplici, forse, ma poco usi a chi si accosti al mestiere senza cura. Chi lo fa, invece, tratteggia più di tre decine di ritratti (su un corpus di circa cinque volte tanti) che è, scrive ancora De Luca, «un’isola. Intorno preme, come un mare agitato, il 1900».
I temi sono senz’altro quelli a cavallo del secolo, di cui l’11 settembre è spartiacque fondamentale. Ma cardine sono anche le figure, e ciò che Minerva induce loro a dire.
Come Eduardo Galeano, intervistato avendo mancato l’allenatore del Milan Tabarez perché il filosofo aveva scritto un libro sul calcio. Il cemento di un legame che poi porterà Galeano a raccontare proprio a Mantova il suo desiderio di «scoprire la parola nuova, nuda, senza niente che non sia la sua propria luminosità». Un’intellettuale, Galeano, che ha consegnato ai posteri suggestioni preziose, quale: «quando finalmente avevamo imparato tutte le risposte ci hanno cambiato le domande».
Una lezione su come gestire il tempo, il cambiamento, il presente, quando si riesce a capire, chiosa Costa, che «concentrarsi sulle prime è sterile, sono le domande che cambiano. Il nostro compito è riportare il senso degli strumenti per raggiungere gli obiettivi a quali sono gli obiettivi». Nella vita, esattamente come l’autore quando viene interpellato, Abbiamo bisogno di qualcuno che ci accompagni, e occorre saperlo fare con abilità e dedizione.
Lo strumento indispensabile, che non manca ai due relatori, per acquisire queste capacità, è l’apprendistato alla scuola dell’ascolto, che non può mancare e necessita di essere coltivata anche nel lettore perché «gli scrittori amano essere riconosciuti, ascoltati, perché sanno che questo gli permette di parlare di più e meglio».
Ma non basta saper ascoltare, è necessario anche avere cura del cosa ascoltare, soprattutto quando si ascolta un autore a beneficio di un pubblico, e come farlo. Trovare quindi i brani giusti e i luoghi che meglio servano a restituirne la poetica.
Mantova ad esempio, dice il giornalista, esalta i genius loci. È la città ideale per capire che luogo aiuta il dialogo, ma anche per rendersi conto che il luogo sbagliato porta altrove. Se poi, come Minerva, si lavora con l’immagine, si ha sempre presente che si lavora per chi osserva, insieme a chi osserva, e quindi allo spettatore «non si fa vedere soltanto chi parla, ma a chi parla».
Chi osserva è infatti una componente fondamentale dell’incontro agito che è l’intervista esattamente come è il teatro, la magia che non riesce senza pubblico perché permette di essere presenti nello stesso irripetibile istante a scoprire quel che accade insieme, a cui l’attore – come l’intervistatore – «è capace di farsi tramite, di essere esegesi e mimesi insieme» che pubblico scandisce, scrive inconsapevolmente. Le costruzioni cambiano in base ad esso.
Si tratta in effetti, prima di tutto, di un incontro tra persone.
E, sintetizza Minerva, «lo scrittore vuole trovarsi davanti a una persona, cui interessa la sua esperienza di persona. Ne sorge un consiglio, diretto quanto poetico: «lasciamoci diventare dialogo». Anche tra parti di sé, come avviene negli spettacoli teatrali ad un solo interprete, il cui punto di arrivo è «mettere insieme le persone, e i conflitti, nella stessa voce».
Chi intenda confrontarsi con gli altri come mestiere – o di più, come attitudine alla vita – è quasi inevitabile che venga colpito dalle parole che sono state spese parlando di “Cosa chiedere agli scrittori”, ma anche e forse soprattutto dalla misura (che cela una assoluta determinazione) con cui il giornalista si pone. Sorretta dal timore di arrivare inadeguato e quindi dall’importanza di essere pronto al compito che svolge.
All’interno di un’intervista infatti, emerge l’intervistatore in relazione a loro. Minerva, ad esempio, dice, è il genere di intervistatore che si mette di quinta. E sostituisce alle domande i brani dei libri. Per questo, una volta scelta la forma libro, diventa complesso ma fondamentale rispondere alla domanda più importante: chi è davvero, la persona che ho di fronte.
Una domanda complessa, non solo per l’articolata profondità necessaria alla risposta, ma anche perché interroga l’annoso tema del rapporto tra autore e intervistatore, chiunque egli sia. Lo scrittore, si chiede Costa, «non ci dovrebbe essere il diritto di esprimersi solo con lo strumento che si è scelto, ovvero la parola scritta?».
Secondo Luciano Minerva «è bene che le persone abbiano la possibilità di conoscerle da vicino, perché così le loro opere tornano più giuste». La scrittura, sostiene, deve corrispondere alla vita.
Naturalmente, perché si crei la sintonia necessaria a conoscersi davvero, anche in uno spazio i tempo breve, bisogna che anche l’autore si lasci diventare dialogo. E poi sta a chi domanda sapere scegliere bene. Imparare come selezionare. E non di rado, ammette il giornalista, la sua scelta degli autori amati (o respinti) aveva un legame stretto con il valore dell’incontro. Ma se ti metti in ascolto è difficile non entrare in empatia. E se accade, possono emergere incontri fuori dal tempo, come lo è la grande letteratura.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.









