Che cosa avrebbe detto? La domanda che spesso – non senza una certa ossessività – ci si pone nei riguardi dei grandi intellettuali e portatori di pensiero che non possono più dire la loro sull’attualità. Nei primi decenni del secondo millennio succede anche – molto spesso a quelli di loro che usavano la forma canzone – o, come in questo caso, teatro canzone – a dimostrazione che a loro più che ad altri si è attribuita una capacità di produrre pensiero complesso e di saperlo, soprattutto, rendere patrimonio condiviso.

Tra questi, c’è indiscutibilmente Giorgio Gaber, anche grazie alla fervida collaborazione con Sandro Luporini, (istruttivo in questo senso il documentario firmato da Riccardo Milani lo scorso anno, Io, noi e Gaber) che della propria collocazione politica ha fatto il suo forse principale tratto distintivo.
Il padre del teatro canzone ha scelto di usare la voce per collocarsi nel suo tempo, per discuterlo e problematizzarlo forse più degli altri (tanto da ironizzare su colleghi non meno impegnati ma forse più spesso lirici e metaforici come “liceali fermi a Dante”) e come tale è inevitabile che ci si chieda come, oggi, avrebbe guardato a un millennio che ha fatto a malapena in tempo a veder sorgere.
Il ternano Riccardo Leonelli nel porsi la domanda suggerisce una risposta, attribuendo a Giorgio Gaber la qualifica di Profeta scorretto. Lungo tutto il Milano Off Fringe Festival, prima alla Società Umanitaria e poi a imbonati11 Art Hub, lo fa facendo quello che sognerebbero tutti coloro – tanti, per fortuna – che ne sentono la mancanza: richiamandolo, con tutto l’inevitabile disorientamento, alla vita in un 2024 irriconoscibile per molti versi ma che – ad ascoltarlo – pare così inquietantemente vicino al Capodanno del 2003 in cui ci siamo svegliati tutti sull’anno nuovo scoprendo una voce in meno.
In questo presente, invece, c’è un alter ego che gioca con le sue parole – inevitabile cominciare riscrivendo il celeberrimo monologo “io mi chiamo G”, entrato nell’immaginario comune per bocca di Mina – per mettersi al suo servizio, prezioso sparring partner pronto a puntellare come può i vuoti del tempo trascorso.
Un tempo nero, come il completo che indossa sia l’alter ego stesso, Emanuele Cordeschi, sia i musicisti che li sostengono entrambi. Lorenzo D’Amario, Emanuele Grigioni laddove il biancore del redivivo Gaber dello stesso Leonelli vale da rovescio della medaglia, e da luce puntata sulla luminosità di un pensiero che alla distanza accoglie tutte le sue contraddizioni.
A un Leonelli che ha il merito di averne studiato con cura anche lo stare in scena, così caratteristico, abbastanza da farsi lui senza farne la scimmiottatura e finirne schiacciato, non serve altro che questo piccolo espediente e le sue stesse parole. P
rocedendo per blocchi che riescono a non sembrare stagni, e sostenuti da un’abilità vocale e scenica solida ed efficace, gli interpreti riavvolgono il nastro soprattutto della voce più politica di Gaber – anche nella sua vena più mordace e ironica, scanzonata e serissima a un tempo – in una traversata della sua produzione da Il tic, datato 1966, fino al Io non mi sento italiano con cui ha accolto il 2000, e a Destra/sinistra, in cui ha raccolto una divertita suggestione di Gino e Michele e di Cuore per ironizzare sul tempo della dissoluzione di ogni ideologia.
Passando – stravolgendo qui la costruzione tematica per preferirne, per semplice amor di chiarezza, una cronologica, da Far finta di essere sani a un’eloquente – allora come oggi – Libertà obbligatoria.
Lavori e pensieri, questi, che affondano in modo radicale degli anni Settanta ma che, restituiti oggi, non hanno bisogno di essere in nessun modo tirati per la giacchetta per assomigliarsi. Segna il tempo, tutt’al più qualche termine, ma non le urgenze di un uomo che ha fatto in tempo ad essere una voce del cambiamento e – soprattutto – un non allineato, ma anche a vedere il sorgere (anche in casa propria, di un berlusconismo rapace e vittorioso più nei costumi e nelle forme di pensiero più ancora che alle urne.
“E anche se è diverso il vostro grado di coscienza”, ammonisce il suo vivo pensiero, quanto siamo ancora dentro “una gabbia elastica” dentro cui possiamo fare tutto quello che vogliamo a patto di non uscirne, da cui solo gli intellettuali (anche quelli della canzone) sapevano guardare.
Vedendo, nel caso di Gaber, “come se il mondo si fosse sbriciolato. Solo polvere e cocci da raccogliere, e senza più nessuna voglia di rimetterli insieme”. Ma – anche dal punto di vista di una generazione che ha perso, non c’è la resa del ritirato. C’è, piuttosto, la fotografia di un tempo e una sferza di cui ciascuno ha fatto bandiera spesso a suo comodo, approfondendo – talvolta – il fossato che lo spostava da intellettuale a qualunquista (un’accusa che gli si muoveva spesso già allora) a proprio comodo.
E del resto, la caratura dell’intellettuale di Gaber sta anche nel fotografare, con la stessa assenza di accondiscendenza, i limiti propri e le nostre ipocrisie, le belle illusioni e il conformista che abita dentro ciascuno. Gaber profeta, senza dubbio, lo è. E vale la pena – lo si capisce ascoltandolo e nell’attenzione degli interpreti di agire pochissimo sui testi originali: siamo gli stessi, oggi, tutt’al più siamo peggio.
E c’era chi lo sapeva trent’anni fa, forse di più. Chi lo aveva già visto, e aveva cercato come poteva di far saltare il tavolo di un epilogo già scritto. Ma è, anche, scorretto? Indiscutibilmente, se si ritorna alla dizione di non allineato, dell’uomo che sostenne prima di tutti che per fare la rivoluzione occorresse parlare di Maria. O se si dà credito all’uomo più arrabbiato (e che, tuttavia, scherzava con Luporini: tu le scrivi, le invettive, ma poi la faccia sul palco devo andare a metterla io!”) che portava in scena canzoni come Quando è moda è moda, dove – senza più far sconti a nessuno – strappava irrimediabilmente con tutto il movimento del Sessantotto, i suoi codici e la sua lingua, con una violenza che disorientò tutti e, a lungo, li fece sentire orfani.
Sono parole che ancora oggi suonano con la stessa violenza di allora, forse persino più forte, se intendiamo il politicamente corretto, che il Gaber redivivo sostiene essere la sola cosa che non ha previsto, come una censura nell’uso delle parole.
E tuttavia, vien da pensare che un intellettuale che rivendicava soprattutto il diritto alla complessità a costo di perdere compagni di strada (“sono diverso e certamente solo”) forse non si sarebbe limitato a un semplice “non si può più dire niente”, per quanto certe parole parole, allora d’uso, oggi sarebbero forse guardate con maggior sospetto (ma solo in alcuni contesti, va precisato, nel tempo dei trapper). Non quantomeno l’intellettuale.
Forse l’uomo, nato nel 1938, ma di questo davvero, il tempo trascorso e l’assenza non ci consentono la possibilità di una risposta. E tuttavia, sono proprio canzoni come questa a legittimare una possibile lettura diversa, che davvero parla al presente: non si può sostenere che un intellettuale che grida “non sono più compagno, né femministaiolo militante” stia piuttosto inchiodando alla loro responsabilità tutti coloro che stanno facendo delle parole e degli ideali dei contenitori vuoti, dei vessilli buoni per ogni stagione e per ogni politico (inclusa la destra che pretende, oggi, di usarlo in alcuni suoi comizi)?
Perchè, appunto: “quando è moda è moda” Qualche verso dopo è anche più esplicito, aggiunge un paio di lettere e precisa “non importa la specificazione”. E allora, ci resta da chiederci: cos’è moda, oggi?
Il valore di “Giorgio Gaber profeta scorretto”, oltre che nell’indubbia qualità artistica, è quindi nel dimostrarne davvero la contemporaneità, omaggiandolo come figlio del suo tempo e restituendolo al mondo con la qualifica che solo l’intellettuale possiede: raccontare il futuro.
E disinnescare, lui stesso, e di conseguenza i suoi interpreti, l’operazione puramente nostalgica suggerendo come porgere, quelle idee e quell’esempio, al futuro: “Non insegnate ai bambini, non insegnate la vostra morale. Non gli riempite il futuro di vecchi ideali, ma se proprio volete raccontategli il sogno di un’antica speranza.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.






