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MiOff Fringe Festival #5. I triangoli rosa e il silenzio che rende legge l’orrore

di Chiara Palumbo

“Non è possibile che stia succedendo davvero” una battuta che si ripete, quasi ossessiva, nel fondo dell’orrore. E insieme, il senso stesso di questo lavoro, e del voler raccontare ancora i Bent, che oggi conosciamo – poco, ancora – come i triangoli rosa morti nei campi di sterminio nazisti.

Quindicimila persone, stimate indiscutibilmente per difetto, anche a motivo del fatto che restano, ancora, in gran parte vittime dimenticate, o comunque rimosse. Anche per motivi squisitamente pratici. Lo raccontano molto bene i torinesi di Itaca Teatro, nello spettacolo omonimo. L’ultimo – cronologicamente parlando – e il più completo e maturo (non a caso, è una trasposizione)  tra quelli visti al Milano Off Fringe Festival, nonostante la giovane età dei suoi interpreti.

immagine per Bent, regia di Marco Alotto
Bent, regia di Marco Alotto

Nei campi di sterminio, conveniva essere tutto meno che froci, e a tutto si poteva – si doveva, forse? – esser disposti pur di sfuggire alla peggiore delle ignominie. Il “finocchio” era ucciso per gioco – senza voler fare, si intende, alcuna gerarchia di mostruosità – con ancora più facilità degli altri, perchè se gli orientamenti sessuali non fanno distinzioni tra vittime e carnefici, tra buoni e cattivi, non lo fanno, sovente, neanche la discriminazione e l’odio, oggi come allora potenzialmente trasversali tra classi sociali, appartenenze, e altre identità. Ma l’indicibilità del campo, l’orrore di Dachau, irraccontabile nonostante tutti i fiumi d’inchiostro spesi negli ultimi ottant’anni, non comincia lì.

Ed è questo, uno dei punti di forza del testo firmato da Martin Sherman, diventato nel 1997 anche un film premiato a Cannes. Si comincia molto prima. Dal calore domestico e pieno di bellezza e d’arte di un piccolo gioiello come Isolacasateatro, non si fa fatica a calarsi nel pericolo e nel disfarsi di un mondo che aveva in Berlino una capitale irripetuta e forse irripetibile, se non diversi decenni dopo.

Un luogo dove i locali d’incontro tra due uomini che volevano amarsi nascevano con facilità e si moltiplicavano. Dove, anche nell’illegalità formale, si poteva scoprire l’amore in una piroetta sotto il grammofono. E c’era persino un medico, Magnus Hirtschfeld, pronto a lottare a suon di articoli e firme per la legalizzazione.

Fuori dalla libertà (e dalle contraddizioni, come in ogni capitale) della grande Berlino il mondo è, però diverso. Rudy e Max lo scoprono quando sono costretti a scappare, a nascondersi, quando – con l’arrivo dei nazisti – non resta forse altro che la foresta per fuggire al giudizio del mondo. E nessuno è più amico, e la rabbia monta al posto dell’amore, l’odio all’esterno si riverbera e incrina i legami anche di chi si ama.

Come si sopravvive a un mondo che sta cambiando, ma non abbastanza in fretta, o violentemente, perchè il mondo se ne disgusti? Prima dell’orrore, c’è la disgregazione di una relazione, c’è il modo in cui la tossina del mondo di fuori avvelena quello di dentro. Quando il tradimento e il treno per ignota destinazione irrompono nella storia, l’esito della trasformazione per cui la tua morte vale la mia vita non è, non può essere, più una sorpresa.

Lo si è imparato prima che te lo dicano: “per sopravvivere, lui non deve esistere”. Mentre tutto succede, è ancora impossibile che stia succedendo. Ma accade, e violenta come una morte inflitta per salvarsi, all’abisso dell’aberrazione inflitta a un corpo di bambina per guadagnare una stella gialla al posto di un triangolo rosa, perchè “nessuno sta peggio”, arriva – ma solo alla distanza con cui lo guardiamo da oggi, il dilemma etico: cosa avrei fatto, per restare vivo? Cosa sono disposto a giudicare?

Resta solo chi è disposto a fare qualsiasi cosa: resta Max e resta chi, come Horst, fin dal treno gli ha insegnato la sola regola che vale nel mondo dove l’impossibile è legge: sopravvivere. Restare vivi a qualsiasi prezzo. E tenersi vivi, tra sopravvissuti, come si può. Cedendo a ogni compromesso, e al contempo cercando di restare umani.

Come Horst, triangolo rosa portato in treno due volte più degli altri per girare un film di propaganda, per dimostrare che i triangoli rosa sopravvivono; infermiere, condannato al più crudele dei destini per aver firmato proprio la petizione di Hirtshfeld: uno di quelli che agiva, già allora, pronto a farsi connotare per quello che è – e a fatica disposto a sopportare chi a quel coraggio sfugge – e condannato dal mondo che altrove non funziona così.

Se però l’orrore comincia dall’odio a vicenda, la vita comincia dal far sopravvivere un amore fatto di desiderio. Da corpi anche soltanto immaginati ma che esigono di non venire cancellati da chi li porta.

Ci si salva solo ricordando di avere un corpo: da proteggere, quando da quel corpo nasce l’amore anche nel fondo dell’incubo. Da curare, se si può, costi quello che costi. Perchè l’altro è al sicuro, è vivo, solo finchè è un corpo che si può immaginare di toccare, di tenere al sicuro, facendo vincere la tenerezza, in un mondo dove “la gente provoca dolore, e lo chiama amore”.

Corpi, che solo amati scoprono il superamento di ogni condanna morale, che solo così possono pulire da sè marciume profondo che lascia l’essersi arresi alle regole mostruose di quel mondo e affrontare la colpa alimentata dai compromessi ma anche dal mondo intorno. che porta a supplicare, benchè sia l’unico modo per sopravvivere, di non amarsi. E alla scelta di farlo comunque, perchè non c’è alternativa.

Così come non c’è, in realtà, speranza di lieto fine, perchè quando l’impossibile è diventato reale, e tutto sta già succedendo, si può forse riconoscere un amore, ma non più salvare vite condannate, anche ad essere dimenticate.

Non fa sconti, Bent, e fotografa un mondo che è senz’altro lontano, ma che sarebbe altrettanto colpevole considerare passato.

Perchè è nel rifiuto di riconoscere l’orrore, che l’impossibile diventa possibile. Lo sanno bene i giovani (lo sono davvero, non hanno ancora 25 anni) Daniele Baldassare, Andrea Madaro e Mattia Ricciardelli, che azzardano forse meno degli altri portando in scena una storia che ha già alle spalle una storia di scena lunga, ma lo fanno con la stessa sincera passione civile con cui da anni collaborano con “Il treno della memoria” e con una maturità attoriale già compiuta. Tutte cose di cui – come di raccontare questa, e queste, storie – non ce ne sarà mai abbastanza.

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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