David Grossman: scrivere attraverso gli occhi dell’altro

Che cosa succede a uno scrittore quando compone i suoi libri? Più o meno questa è la domanda che ogni lettore vorrebbe poter porre, e uno dei segreti meglio custoditi della storia della letteratura; a Marino Sinibaldi l’onore e l’onere di farlo, a chiusura di Pordenonelegge, a uno dei più significativi scrittori contemporanei, David Grossman.

L’autore israeliano torna in Italia e in Friuli, e anche a Pordenone a viene accolto da un pubblico abbondante e caloroso, le cui lunghe file all’esterno del Teatro Verdi offrono una bella istantanea del ventennale del festival friulano, ormai tra i principali appuntamenti nazionali.

Un festival ricco, come lo è la bibliografia di Grossman, nel segno a sua volta della varietà, apre Sinibaldi, che conta opere di straordinaria capacità affabulatoria e di grande sperimentalità, da testi per bambini fino a veri e propri libri monumento, dopo i quali non si è fermato ma ha cercato di elaborare ancora il proprio materiale.

In ciascuna di queste declinazioni lascia intravvedere la ricerca che compie, ed è questa, anziché un nuovo libro, che ha scelto di condividere con i presenti a Pordenone. Ne è emerso un dialogo intenso e commuovente, una lectio magistralis su cosa la letteratura potrebbe o forse dovrebbe essere. Con una parola chiave: ricompensa.

Se Kafka diceva che la ricompensa della letteratura è servire il demonio, Grossman è meno enigmatico: la ricompensa della scrittura, dice, è la scrittura stessa. Non si limita infatti a richiamare lo stato di gratificazione quasi fisica che avverte scrivendo, ma fa riferimento a uno stato psichico che cambia la sua percezione della realtà: «quando scrivo tutto mi sembra rilevante e pertinente, noto tutto e tutto si rivela interconnesso, facendomi provare una particolare tensione emozionale».

E quella emotiva è la lente attraverso cui l’autore israeliano interpreta se stesso, la propria scrittura, ma anche il proprio modo di stare al mondo. Tre piani che si sovrappongono in due parole chiave, secondo Sinibaldi: immaginazione e immedesimazione, sono questi secondo il conduttore, «i pilastri dei libri grandi», in cui si svela la capacità di guardare il mondo con gli occhi dell’altro, abbattere il muro fra un io e un altro.

Capacità che Grossman sperimenta in modo radicale e quotidiano e suggerisce come il segreto della scrittura, ma forse anche della vita: «ci sono molti modi di essere nel mondo. Se vedo un uomo, io immagino la donna che potrebbe essere e viceversa, se vedo un neonato immagino il vecchio che sarà e nel vecchio il bambino che è stato. Ci sono molte opzioni, e noi spesso ci limitiamo a pochi linguaggi con cui descrivere la realtà. Ci limitiamo a un solo genere, a una sola storia, a una sola biografia. Limitiamo la possibilità di sperimentare l’altro, di vederci nello sguardo dell’altro».

Arroccati dentro a quello che vogliamo essere, saldi fino alla sclerosi. Ecco allora a cosa serve scrivere: smuovere la terra di queste certezze e farla fertile. Un contadino ipotetico a cui lo scrittore preferisce l’immagine del massaggiatore: la «scrittura è un massaggio alla nostra che altrimenti si fossilizzerebbe», uno di quelli che fanno male, non (solo) rassicuranti, quelli capaci di generare nuove forze vitali creando una diversa sensibilità nei muscoli.

Vedere ciò che l’altro è, o potrebbe essere, è possibile soltanto entrando dentro di lui, facendosi lui. Lo si può fare con le persone, ma ancora più con i personaggi: è così che dà loro forma, abbandonandosi a loro, anziché contrastarli. Grossman, svela, ha bisogno di non sapere troppo dei suoi personaggi: quando è così, sa che gli faranno un cattivo servizio, generando un cattivo romanzo.

Ha bisogno, invece, di scoprirli, anche a costo di soffrire, di litigare. Come ha fatto con uno dei personaggi del nuovo romanzo, in uscita tra circa un mese per Mondadori; sfuggente, ostica, questa donna di cinquant’anni non si lasciava comprendere, finendo con il costringere, pirandellianamente, il suo autore a scriverne una lettera.

Fino ad accorgersi che non era lei a dovergli cedere, ma lui a doversi abbandonare. Solo a questo punto, rievoca, «ho sentito anche il suo essere donna dentro di me, abbandonando persino il mio essere maschio, mi sono disarmato, ho tolto il filtro tra noi e la realtà e ho scoperto che aprirsi agli altri è aprirsi a quel che gli altri irradiano».

Questo è il segreto di Grossman, che appare poetico e fantasioso, etereo, solo fino a quando non ci si rende conto di quanto sia applicabile in modo tangibile alla quotidianità del reale, anche quella cruenta di uno spicchio di mondo in guerra. È entrando nell’altro che ci si libera della visione stereotipata del nemico, di ogni nemico, che come tale ci viene inculcata.

Se, chiunque sia l’uomo che è stato chiamato nemico o pericolo «riesci a vederlo umano, con la sua storia, il suo pianto e la sua illusione, troverai qualcosa di nuovo nell’altro e in te stesso» è con questo filtro che bisogna guardare, scrivere, vivere. In questo caso a ben guardare la stessa cosa, ed è fondamentale che si faccia di questo anche il filtro con cui essere guardati: «attraverso i loro occhi, non cercando la mia proiezione nei loro».

Quella proiezione che spesso intacca la memoria e l’identità, ciò a cui ci aggrappiamo per riconoscerci. «Come evitare l’oblio senza che la memoria diventi la prigione della nostra identità?» si domanda Sinibaldi, e la risposta non può avere a che fare che col riconoscere la proiezione: la tradizione e la memoria «non sempre riescono a rendere la complessità di ciò che accade: nei ricordi che ci sono più cari raffiniamo quel che è successo e ciò che ci ha reso chi pensiamo di essere, sono loro ad aiutarci a spiegare chi siamo» Ma la scrittura massaggia, e smuove anche questi ricordi. Consiglia Grossman: «dobbiamo rendere queste storie narrative, e facendolo chiederci se ci servono, se sono autentiche, se ci crediamo ancora».

Una messa in discussione che può venire solo dal farsi uno con l’altro: «lasciandomi prendere da quello che non conosco sento di aver conosciuto, e questo succede quando scrivo».

Lo scrittore israeliano scivola agilmente dall’individuale al collettivo, dal simbolico al politico, dalla vita alla pagina, e del resto, spiega, è per questo che si diventa scrittori, per capire gli altri personaggi diversi da te.

È attraverso la scrittura che racconta di essere arrivato in luoghi dove non credeva possibile giungere, di aver aperto punti di vista nuovi, di essersi consentito sentenze durissime contro se stesso che pure gli permettessero di restare vivo.  Aprendosi al mondo attraverso gli occhi dei personaggi, anche quelli parenti del reale, verso cui non si è concesso condiscendenza.

Sapendo che, se è vero che scrivere non è un gesto democratico ma una danza delicata e fragile in bilico tra il suo controllo e la libertà dei personaggi – sono loro ad essere «fedeli al campo magnetico creato dalla scrittura tanto più di lui da doverlo spesso condurre» forse è proprio a questo punto, dentro l’occhio di tutte le forme d’altro, reale e personaggio che «siamo molto vicini alla democrazia».

Chiara Palumbo

Chiara Palumbo

Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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