«Avevamo il mostro in casa, e non ce ne siamo accorte». Una frase talmente sentita che ormai non ci si fa più caso. Questa volta però a pronunciarla è Teresa, che per mano di quel mostro è morta.
È la voce delle donne a sentirsi, in questo Ferite a morte, andato in scena al Teatro Carcano di Milano.
Le voci ridotte al silenzio di qua, recuperano, di là, la facoltà di raccontarsi. Non soltanto il modo in cui sono state uccise dal maschile delle loro vite, mariti, compagni, padri. Ma anche tutto il loro sentire, compreso ciò che si racconta meno e ad alcuni appare più difficile da capire: la tendenza alla giustificazione, alla comprensione di donne preda di un non amore, che non riesce a non portarle a dire «ma in fondo, a me, ci pensava», persino dopo.
Le storie che Serena Dandini ha raccolto dalle cronache, sono divenute prima un libro, – a quattro mani con la ricercatrice Maura Misiti – poi un reading e infine vero e proprio spettacolo teatrale, che in due anni hanno fatto il giro del mondo, passando anche per Washington.
Vicende che non esimono nessun angolo del mondo e nessuna condizione sociale. Dall’infibulazione di bambine in Mali, alla donna manager che il marito non sopporta di veder diventare più ricca di lui; da Amina, morta perchè voleva vivere all’occidentale, alla toscana fredda e mangiauomini che ne ha incontrato uno troppo orgoglioso, alla ragazza di Napoli che gioisce di avere, sull’edicola del suo quartiere, la foto più grande di quella di San Diego Armando Maradona.
E tante, troppe ancora.
La stessa Dandini l’ha chiamata la Antologia di Spoon River delle donne, con una efficace sintesi, perchè come nel capolavoro di Edgar Lee Masters non c’è più nessun freno, nessuna convenzione se non quelle imposte a sè stesse, a condizionare le parole di queste donne.
Le lapidi di questa collina sono quelle delle vittime di femminicidio, termine brutto quanto necessario, perchè sono donne morte davvero per il solo fatto di essere tali, ciascuna in un modo formalmente diverso e nei fatti uguale per tutte, per negare ciò che erano, per mano di chi più di loro ha soltanto la forza fisica.
A un ritmo serrato, in quasi due ore, le storie si susseguono in monologhi senza soluzione di continuità
A dare loro voce, dopo che molte l’hanno prestata in tre anni, sono quattro grandi attrici, con Lella Costa padrona di casa e mattatrice, insieme a Rita Pelusio in tutta la sua freschezza nel ruolo ci una Caronte al femminile pronta ad accogliere le nuove arrivate, una ogni due giorni solamente in Italia. E poi Orsetta De’ Rossi e Giorgia Cardaci.
Storie tragiche e molto forti, tutte, sulla cui drammaticità tuttavia nessun racconto calca la mano, perchè ciò avrebbe comportato il rischio di una retorica quantomai dannosa.
Si sceglie invece un punto di vista che lascia spazio accanto al dramma anche all’ironia, e persino alla risata, che non arriva mai fuori luogo, perchè viene da un sorriso amaro e che vuol essere reso consapevole.
Ironia che evitando di appesantire pure non semplifica mai e che, con una frase di Romain Gary che la Costa ama citare, è «la dichiarazione di dignità» anche di queste donne, «l’affermazione di superiorità su ciò che gli capita» persino su una tale morte.
È tuttavia usata con misura e attenzione, nel contesto di una messinscena – di nuovo a cura di Serena Dandini – in cui ogni storia acquisisce spazio e interpretazione a sè.
A ciascuna delle interpreti basta – su un vestito nero e scarpe rosse comuni a tutte – uno scialle sulle spalle o a coprire la testa, e un attento uso di dialetti e cadenze, per diventare Fatumata, Carmela e ciascuna delle altre.
A fare da – scarna – scenografia un pannello verticale e uno schermo, su cui scorrono dipinti evocativi, mentre la musica punteggia le entrate e le uscite.
Ne viene una pièce che dovrebbe essere rappresentata delle scuole, più ancora che sui palcoscenici. Che commuove e colpisce, e necessita di essere metabolizzata profondamente dalle donne e dagli uomini, dopo essere stata apprezzata.
Non soltanto per l’importanza del tema, ma per il modo con cui il talento di chi scrive e interpreta riesce a raccontarlo dall’interno, senza nascondere le asprezze, riuscendo a ricordare senza bisogno di affermarlo chiaramente come gli episodi di violenza riguardino ogni casa, come il germe della tragedia possa nascondersi soprattutto dove non lo si aspetta;
Raccontarlo diventa allora ancora la forma più importante, perchè più ancora della descrizione il racconto, ancor più se in forma teatrale, prendendo corpo e voce concrete sa radicarsi nella mente e nella sensibilità, dove non può essere eluso.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.









