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PordenoneLegge #5. La singolarità delle identità

di Chiara Palumbo

Fernando Aramburu non è solo una lingua. Spagnolo, basco, tedesco, non definito da un passaporto. Ma è l’autore che più di tutti, dice a Pordenonelegge Federica Manzon, sa raccontare come la grande storia articola le piccole vite.

immagine per PordenoneLegge 2024. Fernando Aramburu. e Federica Manzon
PordenoneLegge 2024. Fernando Aramburu. e Federica Manzon

Il bambino (Guanda), parte da una mattina qualsiasi: giovedi 23 ottobre ‘80. Un boato. L’esplosione in una scuola elementare. Da lì inizia a raccontare una storia che ha a che fare col dolore, e con la vita e la sua capacità di ricominciare. Perché, dice, “Il romanzo che cade nel melodramma è un cattivo romanzo. Non scrivo per far piangere ma per disegnare l’uomo del mio tempo e della mia terra. Scrivo della morte di 50 bambini e tre adulti, era facile far piangere. Ma io quando scrivo disegno, anche la personalità linguistica del romanzo; e non l’ho scritta finchè non ero sicuro di non essere retorico: ho scelto di far intervenire il testo dentro il romanzo”, con una voce altra.

Non per fare una cronaca, ma per reinventarli d’immaginazione. “Lavoro al contrario dei romanzieri storici: non colloco nella realtà una figura di finzione, cerco un contesto per figure storiche, partendo dal presupposto che tutto è finzione, tutt’al più una invenzione di verità”. Collocare un personaggio reale in un luogo fa capire come il contesto ha influito su di loro, che sono rappresentativi di un tempo e di un luogo, significa lasciare poco di reale in un romanzo, ma far restare i personaggi, che restano con noi. Così il nonno, e il suo modo per gestire il lutto, il papà e la mamma, Mariaje, diventano l’ingresso nella storia, fino al punto in cui la madre arriva a dire io. Non per confidare una storia drammatica, una indiscrezione come oggi spesso si fa, ma per dare l’impressione di immergersi in una storia facendo credere – come a un critico – che fosse una testimonianza veridica di un evento reale.

“Il maggior complimento che si può fare a un romanziere”, dice Aramburu. Del resto, il lettore vuol essere ingannato, altrimenti, dice l’autore, il romanzo verrebbe meno. Si seguono personaggi perché in qualche modo ci riguarda, dentro una grande facilità di scrittura che nasconde molti livelli. Ad esempio, la memoria, che per Aramburu è sempre centrale: cosa fare con tutto il mondo appartenuto al bambino? Conservare per mantenere in vita, o liberarsene per iniziare una nuova? La memoria può essere pericolosa, impedisce e condiziona il futuro, ma non può essere rimossa.

“Dimentichiamo, o ci portiamo via ricordi con la vita: i cervelli non sono buoni luoghi per conservarla. Servono luoghi per creare una memoria condivisa e condivisibile, e la letteratura può fare questo”, può creare oggetti della memoria, che le danno forma. E che però non sono la realtà, ma un punto di vista”. Il compito del letterato non è raccontare il contesto generale, ma salvare per tutti le memorie intime”, che da accesso ai loro pensieri, alle loro stanze, la loro individualità, che ci fanno trovare dentro di noi pezzi di altri, in altri luoghi e in altri tempi. Ma come?

“Io parto da una fascinazione nata nella mia infanzia, per l’essere umano. Scrivo 24 ore al giorno, di tutto quel che vedo e voglio salvare della memoria collettiva, ritratti dei miei simili. La memoria dei viventi e non del dato è lo spazio dello scrittore di letteratura.

La famiglia del suo romanzo è investita dalla tragedia più indicibile, e per superarla sono costretti ad andarsene. Come se lo statuto della vittima, che dovrebbe evocare pietas, diventa invece un rimosso dalla sua società, una disgrazia da non vedere.

“È molto umano sentire disagio nella vicinanza della disgrazia, è antica: lo dimostra Tolstoj col suo Ivan Ilic, e i lebbrosi con le loro campanelle.
A volte mi pare importante conoscere quello che accade intorno alle vittime del terrorismo, non solo raccontarlo con solidarietà. E ci ho trovato molta solitudine. A volte è timidezza, ma a volte diventa una condotta sociale, soprattutto se come nella mia terra il dolore diventa una abitudine”.

Aramburu fa, anche una storia sociale, una saga familiare. E uno dei suoi personaggi chiede: “Ma tu ti senti basca?” è difficile maneggiare la logica dell’identità collettiva senza, chiosa Manzon, farne nazionalismo. Ma secondo Aramburu, pericoloso è ciò che diventa fanatismo.

“Ho imparato a non aver bisogno di nessuna identità. Se qualcuno ne ha bisogno la regalo. Perché non la sento in pericolo, altrimenti coprirebbe ogni altro valore, se fossi un migrante, ad esempio. È importante non ripetere il destino dell’albero, che sradicato muore.

Ma una persona è più complessa, interessante, piena, se agisce contro le identità che ha ereditato, non se ne fa vincolare. Io voglio scegliere me stesso, e sono cambiato da ogni conversazione, da tutto ciò che vedo. Vi aggiungo elementi miei, alla mia identità, la arricchisco. La metto in discussione, anche senza dimenticare le canzoni, le poesie, di quando ero bambino.

Quello che mi disturba è che qualcuno pretenda di impormi una identità, o farne un muro; mi ribello non contro il paesaggio dei miei affetti, ma contro chi trasforma dei costumi in un obbligo, fa nazionalismo.”

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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