Ancora La signora delle camelie?
Ancora, soprattutto se a metterci le mani è uno dei nomi più interessanti della giovane drammaturgia italiana: Giovanni Ortoleva. Non si contano ormai le versioni e le letture, molte consegnate alla storia. In tutte a giganteggiare è lei: Violetta o Margherita, “La Traviata”.
Ortoleva sposta invece il fuoco del suo interesse su di lui, Armand, bambino capriccioso e senza più nessuna epica. Capace di misurare la realtà soltanto in base a quello che desidera – o meglio pretende – e a quanto può capire un ragazzino nato ricco e abituato a ottenere tutto ciò che la società lo ha abituato a convincersi di meritare.
Una società che, per parte sua, osserva e di conseguenza giudica come se la sua città simbolo, la Parigi brulicante e contraddittoria dell’alba del Novecento, fosse un palcoscenico, più asfittico come i suoi palchetti all’italiana che la grandiosa scena di un’opera che supera i secoli.

Ortoleva lo esplicita con un’idea scenicamente indovinata: gli amori e gli odi, i lazzi e le confidenze, tutto è scena e messa in scena, dietro il drappo rosso di un palchetto di proscenio, ad uso del mondo e delle sue ipocrisie. Su cui tuttavia scivolano via rapide la devozione dell’uomo capace di presentarsi ogni giorno alla porta chiusa della donna che soffre senza neppure dirle il suo nome, e la disperata poesia di una donna che seduce per disperazione, e che, sorpresa da sé stessa – si scopre ad amare anche oltre se stessa chi ne ha saputo avere compassione.
Ortoleva conserva, affidandoli a una meravigliosa Anna Manella alcuni dei passi più poetici e dolenti del testo ma suggerisce che anche questo sogno d’amore non può essere altro che una recita, che la donna è condannata a subire e ripetere, perché è la sola a crederci davvero.
Ciò che l’aspetta è tornare a morire, a ogni replica, come un fantoccio, nelle mani degli uomini. Siano essi il vecchio Duval e la sua crudele rispettabilità che usa a suo comodo ogni donna, figlia compresa, sia Armando, che sa amarla soltanto con un misto perverso di immaturità, rabbia e possesso, per poi vendicarsi dei torti che crede di aver subito nei modi più crudeli, a patto di restare al centro dell’attenzione.
Si può chiamarlo Armando, o Alfredo, ma meglio sarebbe Alexandre, se è vero che l’esplicitazione spietata dell’identificazione dell’autore nel protagonista, in un crescendo di angoscia e scherno, è forse una delle intuizioni più felici di questo lavoro.
Eccolo allora, Alexandre Dumas figlio, condannato a essere il secondo del suo nome anche oltre la vita e che sa comportarsi solo in coerenza con un’infanzia senza fine. Da cui forse non vuole davvero liberarsi, perché è proprio questa identità che gli consegnerà una fama nei secoli.

Ortoleva usa la Signora delle Camelie per mettere sul palcoscenico la manipolazione della vita ad uso dell’arte, la condanna all’eternità di chi ha visto manipolare contro la sua volontà, non solo il suo corpo (non a caso, Margherita è una mantenuta) ma la sua stessa esistenza.
In ogni lettura, Margherita o Violetta, o la Marie Duplessis della realtà, è nella cultura condivisa in nome di ciò lo stesso ciò che l’uomo fa di lei: “usa usa usa”.
Questa che va in scena al Teatro Fontana è una lettura estremamente fedele al testo originale che si giova di interpreti di grande livello, capaci di farsi voce collettiva con una precisione interpretativa rimarchevole.
Ma lo sono, del resto, oltre alla già citata, Margherita, che anche così riesce a commuovere, Alberto Marcello, potente e urticante nella veste elegante del giovane Armando, Vito Vicino, mellifluo e mefistofelico nel machismo dell’amico Nanni, ma anche Nika Perrone, l’amica Prudenza e Gabriele Benedetti, un padre alle prese con un poppante da svezzare.
A ben guardarli, questi archetipi non sono, sulla scena, altro che macchiette, maschere grottesche di un tempo lontano da finire malgrado abbia mutato i suoi passatempi, dove a dettar legge é ancora la possessività di uomini che dovrebbero “amare di meno e capire di più”.
Si parte da un testo di cui non si contano anche le letture esegetiche che hanno saputo mettere in evidenza la potenza lirica e anche liberante di Margherita è senz’altro inchiodare un maschile che pare non avere speranza di redenzione se non troppo tardi.
Sarebbe stato ancora più interessante, però, vedersene staccare con ancor maggior libertà, da parte di un autore senz’altro originale. Tuttavia Ortoleva mette efficacemente all’indice una società in cui “c’è sempre qualcuno che guarda e qualcuno che racconta” che consuma avida sentimenti posticci, a cui e che fa di tutti i propri attori, non importa quanto lontano si fugga o quanto si ceda alle sue regole. Un mondo, certo, le cui pretese di controllo e i cui capricci parlano ancora fortemente all’oggi.
Resta una macchina perfetta esteticamente e interpretativamente, con un finale che forse consegna la chiave di lettura del vago straniamento con cui lascia lo spettatore: “trasformare una storia in un’opera è come imbalsamare”.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.






