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Il suono del dialogo tra i mondi

di Chiara Palumbo

Incontrare la produzione di Jon Kalman Stefansson, pubblicata in Italia da Iperborea, significa incontrare un mondo. Anzi, più mondi, se è vero, come suggerisce Giordano Meacci a Più libri più liberi, che tanto la sua poesia quanto la prosa si intessono di un dialogo tra i vivi e i morti.

Del resto, la dichiarazione d’intenti dell’autore Islandese – simbolo della sua terra e molto di più, risale già a quello che considera il proprio fratello minore, il sé del 1988: «Ho in testa di sparare all’eternità», c’è, in effetti, una tensione al voler cambiare violentemente il mondo con la letteratura, in tutto il suo lavoro: vuole, sintetizza evocativamente Meacci, «rendere mortale l’eternità».

A quel giovane sé Stefansson si dice affezionato e orgoglioso, e pur nel passare del tempo, riconosce l’intento, racconta, di aver sempre voluto unire eternità e brevità della vita.

Dice: «Volevo smantellare il confine buio tra la vita e la morte, e spostare dalla vita all’eternità. Un tempo in cui tutte le persone che ami potrai amarle per sempre e ti ameranno per sempre. Era questo lo scopo – ammette – che mi portava a scrivere». Questa pulsione, che pervade l’opera intera, pur nelle differenze, permette di comprendere meglio una produzione guidata da una visione del mondo fatta di «morti che regalano vita e concedono possibilità nel tempo»

Pur se avverte la prosa come una necessità interiore molto forte, una scrittura di questo tipo non può che essere più prossima alla poesia, molto più che una incursione episodica nella sua produzione.

Ammette: «Quando scrivo prosa lo faccio attraverso la poesia, ma  ne ho sempre avuto paura, pensavo di non essere all’altezza. La poesia, sapendo che non sarei mai stato davvero saggio, è tornata da me per farmi scrivere ancora».

L’uomo simbolo della terra dei vulcani, poi, non può che intendere la forma poetica come un’eruzione di parole, ma – forse soprattutto – l’unica forma espressiva adeguata a dialogare con il mondo dell’intangibile. «Solo la poesia può viaggiare dalla vita alla morte, solo la poesia può essere letta dalla morte. I poeti sono le celebrità del regno della morte».  La centralità di questo tema, che si riverbera anche nel dialogo romano, non è – tuttavia – mai dolente.

Perché, scrivendo, dice, si capisce la necessità della morte, che permette la possibilità di una nuova vita. Scrivere è superare la paura della morte per fare spazio alle vite future. Così «letteratura e arte sono il modo migliore non solo per vivere e capire la vita, ma anche a superare il dolore della morte».

Quella di Stefansson è, quindi, soprattutto, la ricerca di un linguaggio. Nei suoi libri non ci sono frasi accessorie, nota Meacci, ma un’eterna musica che non concede requie.

Così «può dar forma a una nuova forma di racconti usando una nuova forma di noi, lo sguardo dei morti». E anche le traduzioni diventano unna via per cercare le lingue che ci permettano di parlare coi mondi. Persino per inventare le lingue. E la lingua è sempre un suono. Per questo, commenta chi come il linguista Meacci ne è un appassionato lettore, leggendolo segui una musica che ti pervade. La cui «traduzione non è nelle lingue dei vivi ma nella lingua dell’eternità».

Del resto, ammette l’autore ironizzando sul proprio desiderio frustrato di essere il quinto Beatle e sul proprio profondo legame con John Lennon ma anche Elvis Presley, la musica lo ha salvato e ha aggiunto moltissimo alla sua vita.

Per questo il legame con la musica e le parole guida la sua scrittura. Non solo perché se si riesce a usare la musica si arricchisce il testo, perché la musica ti entra dentro. Ma soprattutto perché, sostiene, «la musica si sente più di comprenderla, e questa è la stessa bellezza della letteratura. Nella vita le cose più belle e importanti non sempre si comprendono».

L’acume di Meacci lo induce a notare un’altra caratteristica peculiare dello scrittore irlandese. L’esigenza di battezzare i personaggi,  dar loro una vita sulla pagina, e soprattutto dare un nome. Cioè nominare lo spazio tra la vita e la morte. Questo è il senso del nominare: «rendere vivo qualcun attraverso l’identificazione di un nome che lo allontana dalla morte. Mi commuove l’idea di dare un nome per togliere dalle tenebre e dare luce».

Una sorte che tocca a tutti i suoi personaggi, inclusi i più marginali, meno uno. Il protagonista della trilogia, che è il ragazzo, colui che parla coi morti senza la protezione del nome che lo allontana. Si chiede Meacci: La sua assenza di nomi ci permette il tramite?

Una scelta, ammette lo scrittore, non pianificata, eppure «sapevo che era la cosa giusta da fare. Nel non dargli nome gli ho dato tutti i nomi possibili».

Come riconoscere un grande scrittore, si chiede il linguista, rispondendosi «ti portano in luoghi che non conosci e non ti dicono mai quello che sei disposto ad accettare». Se questo è il parametro, Stefansson è, indubitabilmente, un grande scrittore. Che, fin da quando era il suo fratellino minore, odia il martedì, ossia il termine oltre il quale la noia non può essere più sopportata.

Così, per lui, il centro è «l’infinità di dettagli che definiscono la vita e sono fondamentali. La letteratura ha il compito di riportarci questi momenti, ed è così che andiamo oltre alla morte. Le cose più importanti della vita sono le piccole cose che riusciamo a dimenticare.

Lo scriveva, conclude Meacci,  anche T.S. Eliott: «Siamo esistiti per cose che non si troveranno nei nostri necrologi», quello che si perderà se non lo salviamo attraverso chi li rende eterni mediante cose che gli somigliano, come in letteratura.

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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