Il racconto dell’incubo che piomba nel quotidiano è una sfida troppo stimolante per fuggirla. Il fondo del buio è un interrogativo troppo potente per non risultare interessante. Tanto è vero che – tra serial killer e casi di cronaca assurti all’onere e all’onore della rappresentazione – la lista è ormai pressochè infinita.
E non potrebbe essere altrimenti: osservare e dare una forma all’inesprimibile è – ci illudiamo – il solo modo di sopravvivere in un mondo che possa comprenderlo, tenerlo lontano da sé. A dare la parola all’irraccontabile, ci hanno provato in molti. Ma – a ciascuno il proprio esempio – accorgendosi presto che la grandezza dell’ambizione fa il paio con i tre peggiori nemici di chi è in scena: il grottesco, il patetico e la retorica.
Ghiaccio – in scena al Teatro Gobetti di Torino, si è posto un obiettivo ambizioso, e riesce dove quasi tutti hanno fallito: li sconfigge tuttti. E lo fa senza furbizie, senza eludere tutti i passaggi scivolosi della storia che sceglie di raccontare. Ma disponendo di due armi perfettamente efficienti: il talento dei suoi interpreti e – soprattutto – la misura.
Il testo che la drammaturga inglese Bryony Lavery ha scritto nel 1998, e che da allora riempie i teatri di mezza Europa, è un compendio da manuale. C’è il serial killer pedofilo, Ralph, che ha sequestrato, seviziato e ucciso una bambina di dieci anni, Rhona. C’è sua madre, Nancy, che per vent’anni si aggrappa alla speranza di una figlia viva e ne viene irrimediabilmente trasformata, e c’è la psicologa, Agnetha, il disperato tentativo di comprendere e darsi ragione, di ricondurre la realtà a un senso, se non a un equilibrio, che possa dare pace.
Il testo, che arriva per la prima volta in Italia nell’attenta traduzione di Monica Capuani e Massimiliano Farau, li immerge tutti e tre in una partitura incalzante, un incedere disturbante e spigoloso – diretto e inevitabilmente a tratti brutale – che specchia perfettamente le vicende raccontate. Il cui centro, però, più che gli avvenimenti, restano i protagonisti.
Tre parabole autonome e interconnesse per strappi ed istanti, che pure trovano un modo efficace e ben orchestrato per compenetrarsi, lasciando che sia lo spettatore a riempire i vuoti tra le scelte dei protagonisti, ma senza che ne avverta un’assenza. Cosa può indurre, ad esempio, una madre a scegliere di perdonare l’assassino della propria figlia, pochi secondi – di scena – dopo aver pressochè disconosciuto un’altra figlia che glielo suggeriva?
Cosa può indurre qualcuno a trovare una forma di compiacimento disperante nell’abisso del dolore? Quanto fiato può togliere il bisogno di dare un senso all’agire dell’uomo? E – senz’altro – cosa scatta nella mente di un serial killer? C’è qualcosa che può essere compreso e quindi – in fondo – compatito?
Ghiaccio, in realtà, non offre risposte consolanti. Non senza provare a dare respiro, in un finale luminoso che è tutto della versione italiana e di Filippo Dini, è riuscitissimo perché sa porre tutte le domande. E lo fa con la giusta temperatura. Quella dove un attacco di panico può sembrare reale e il grido straziato di una madre orfana della propria figlia non le mette addosso una maschera posticcia. Dove l’infantilismo di un assassino di bambine ce lo rende quasi toccante, un attimo prima di renderci conto – perché questa complessità è il reale – che l’unica grammatica che sa padroneggiare è quella della menzogna, a coprire la propria vulnerabilità ma anche il distacco con cui ha agito.
Gelido, come gelido – ma non per questo distante, tutt’altro – è tutto lo spettacolo. È la scena – visivamente d’impatto – di Maria Spazzi che chiude i suoi protagonisti dentro tre cornici concentriche, che ingombrano su di loro costringendoli a una claustrofobia che ne limita fortemente la possibilità di occupare lo spazio, di darsi – e dare – respiro. In totale contrasto con il calore del “salotto elegante” per cui lo spettacolo è stato pensato, quel Teatro Gobetti che abbraccia la platea che la sapiente regia di Filippo Dini si prende il gusto di usare per intero.
Alle scelte registiche va un’altra, specifica, menzione d’onore, per la libertà con cui si confrontano con il testo originale e – ancora una volta – per il gusto del contrasto per il quale – valga un esempio su tutti – la leggerezza di Chattanoga Choo choo si distorce nella voce dell’incubo, nella possessione plastica del senso di colpa. Così come l’albero in scena, abbozzo di vita in potenza, è già ridotto a scheletro o a segno di una primavera irrimediabilmente perduta, tutto concorre ad alimentare un senso di angoscia che non è mai provocazione fine a se stessa.
Anche le distonie delle musiche di Aleph Viola immergono nell’atmosfera senza mai risultare eccessive. Ed è proprio questa la chiave che fa il grande merito di Ghiaccio. Seppure come poche altre volte diventi evidente quanto in scena ogni elemento sia essenziale alla resa di un lavoro, e quanto qui ogni singolo dettaglio sia stato attentamente calibrato, a sostenere lo spettacolo e a farne il gioiello che è sono tre prove d’attore impeccabili.
Proprio perché sono esatte, mai esasperate, anche quando rappresentano l’estremo. Capaci di inchiodare lo spettatore alla poltrona senza mai sbagliare un tono o banalizzare. Filippo Dini è un serial killer troppo umano per allontanarlo da noi, per cercare al male assoluto un altrove rassicurante, è una crescita ferita ma senza vittimismo d’accatto. Mariangela Granelli è una mater dolorosa che – orrore – per un istante ama il suo ruolo, conosce il potere e l’intimo contatto con se stessi che solo non avere niente da perdere ti può lasciare. Lucia Mascino – che si prende anche la soddisfazione di mostrare eccellenti e finora inedite doti canore à la Janis Joplin – è una Agnetha che dovrebbe essere la voce della ragione e del controllo ed è – forse più degli altri – apertamente in balia della propria emotività, dei propri irrisolti forse impossibili da domare.
Tre caratteri che sono altrettanti stimoli per chi li ha interpretati: incarnare in modo verosimile il male esemplare, dare una misura allo strazio più assoluto che lo renda raccontabile, dare un corpo alla teoria, allo studio, alla fredda – quella sì – analisi scientifica. Molto oltre la scommessa vinta, nel mezzo della metafora del ghiaccio che pervade tutto il testo, tra sogni artici e menti abitate da mostri e fantasmi, lo sfavillio bruciante del pezzo di bravura di un cast di eccellenze assolute. Che ne fanno, molto al di là di un “semplice” spettacolo sul perdono verso chi compie qualcosa di inenarrabile, un acuto e raffinato interrogativo aperto sulla rabbia, la disperazione, la possibilità di sopravvivere al dolore e – forse ancora più importante, la responsabilità, cioè la risposta che ognuno di noi sa dare a ciò che vive.
Insomma, una perfetta dimostrazione plastica di quello che forse solo il teatro può fare con la dirompenza data dalla compresenza viva. Rappresentare – e quindi metterci di fronte – alle nostre contraddizioni di esseri umani. Anche quando siamo su – od oltre – l’orlo dell’abisso più fondo del male.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.
- Chiara Palumbo
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