L’ebraico, la lingua dai molti volti che rinasce, crea e protegge

Un amore fresco e totale come è solo quello da cui si viene sorpresi bambini, senza capirli, nel volto “esotico e fascinoso”: è nata così per Anna Linda Callow la passione per la lingua che somigliava all’uomo cui a sette anni ha chiesto di sposarla, eludendo le radici matrilineari che definiscono l’appartenenza all’ebraismo.

Non (solo) un’ascendenza, né una religione: nella sua quindicinale carriera di docente universitaria, traduttrice e autrice, l’ebraico è prima di tutto una lingua, capace di avventure che si snodano nei millenni e di un fascino che riesce a trasmettere con la freschezza e la limpida e insieme accurata passione di chi, senza dimenticare di essere stata quella bambina, si è addentrata con lo stesso amore e rigore, con la stessa cura e devozione nei meandri della Lingua che visse due volte, e oggi la racconta per i tipi di Garzanti e ai (numerosi, va detto) convenuti a Pordenonelegge.

Cui ha trasmesso con leggerezza, in una coinvolgente lectio magistralis, il suono di una lingua che nei suoi tremila anni di storia porta con sé un mondo, la bellezza di un segno che per duemila è stato soltanto scritto, e nella sua eleganza ha racchiuso mondi, e il punto di contatto tra la terra e il cielo, tra umano e divino, e i sapori di una cultura che affonda in un’antichità affascinante e se si sa proiettare ancora nel futuro lo fa proprio grazie alla sua lingua, senza distinzioni.

Sionisti, antisionisti, postsionisti, credenti, atei. Non importa chi si è, racconta Callow, non esiste chi ne ha più diritto. Tutti coloro con cui ha parlato,  racconta «erano innamorati come adolescenti della propria lingua, come in preda all’ebbrezza per il miracolo della sua rinascita». Una storia millenaria, infatti, ha visto nel Novecento il momento del ritorno, ed è ai figli, agli eredi, che è toccato il ruolo di pionieri, alla riscoperta di una terra del latte e del miele in forma di parole che ai progenitori era dato soltanto vagheggiare.

E imparare a memoria, come si custodisce ciò da cui si viene. Ad una condizione: studiare, accostarsene con cura e consapevolezza, leggerezza si, ma mai superficialità. Perché solo lo studio accurato e libero di ideologia permette di districarsi nel ginepraio di una lingua in cui «di una stessa parola le interpretazioni anche opposte coesistono, in un assoluto pluralismo di significati a propria volta potenzialmente contraddittori».

Quanti mondi, ad esempio, possono trovarsi interpretando come domanda o come affermazione, il grido di Abramo, che chiede al cielo se può avvenire che dio non salvi una città perduta in nome di cinquanta giusti tra i suoi abitanti. Una domanda che nella tradizione è stata interpretata come una affermazione, un invito a dio ad abbassarsi alle sue creature e la certezza che, se Egli giudica con la propria misura, questo non potrà avvenire.

Per inciso, le città a cui si fa riferimento sono Sodoma e Gomorra punite da Dio (nome impronunciabile in ebraico, che sceglie invece la dizione HaShem, “Il Nome” appunto) per la loro inospitalità e l’uso di cacciare gli stranieri. Un peccato imperdonabile, nel sistema di regole ebraiche, di cui il riferimento all’omosessualità in questo episodio biblico ha preso il posto solo successivamente in ambito cristiano.

Una interpretazione che è solo un esempio dei molteplici concessi da una lingua dove le parole possono essere interpretate anche soltanto per il loro valore numerico. Spiega Callow: «Si sommano i valori di un versetto e se ne cerca uno gemello sul piano matematico e a quel punto non resta che trovare un legame anche semantico». Se, istintivamente, verrebbe da considerarla un’inferenza che grida vendetta, in realtà nell’ebraismo è una prassi accettata. Nelle due vite dell’ebraico, racconta Callow, si declinano anche due approcci che non si escludono. Quello dei codificatori, degli studiosi, e quello dei mistici, degli esperti di kabala.

Come Joseph Karo, ad esempio: tra i più importanti esperti della legge ebraica di giorno «perché tutta la realtà è presa in carico da una rete di precetti che investono tutta la vita quotidiana», fino a come lavarsi le mani, di notte ospite della personificazione della mishnah (l’insieme della Torah e del suo studio) che parlava per bocca sua.

Di queste innumerevoli e affascinanti possibilità interpretative si nutre una ricca tradizione messianica in cui trovano spazio figure suggestive capaci di infiammare le comunità ebraiche di mezza Europa e dell’Impero Ottomano fino a chiedere al sultano di lasciare il trono affinchè la persona in questione, in quanto Messia, potesse completare il proprio compito di restituire agli ebrei la sovranità politica.

Figure che finiscono con il contrastare tra di loro, sostenuti dalle interpretazioni fantasiose della kabala e dalla consapevolezza che, come insegna la tradizione, un messia doveva arrivare all’indomani di uno stravolgimento dopo un periodo di grandi instabilità politica e di persecuzione che nella storia ebraica si sono però susseguite con drammatica abbondanza.

Verrebbe da sorridere di figure simili, se il desiderio di un nuovo potere non fosse ciò che regge tutte le religioni e tutti i popoli a cui un abile comunicatore fa avvertire – che sia o meno tale – uno stato di pericolo imminente. Quanto è diversa, in realtà, la corrente Qassidica che ha proposto senza mai rinnegarlo un Messia morto negli anni Novanta del Ventesimo secolo, dal mondo secolarizzato che ne ride e si accontenta di Messia in minore?

Ciò che conta, chiosa Callow, è che da queste tradizioni e da questa antica radice emerge un impulso a fare meglio al quale, attraverso la lingua ebraica o provenendo da essa, si sono consegnate, votate e prodotte opere bellissime. E l’accuratezza nello studio degli esperti di lingua ebraica sta a dimostrare che è solo la costante disposizione all’approfondimento a proteggere dalle generazioni, e che al di là delle ricadute e dei ruoli che la contemporaneità gli ha attribuito, la lingua ebraica è la dimostrazione plastica del potere generativo delle parole e della loro capacità di costruire e proteggere una bellezza senza tempo.

Chiara Palumbo

Chiara Palumbo

Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

Commenta

clicca qui per inviare un commento