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PLPL #10. Donna del futuro non si diventa, la si inventa. Un dialogo tra Luciana Castellina e Ginevra Bompiani

di Chiara Palumbo

Più da quello che le divide che da quello che le unisce. Da lì sono partite Luciana Castellina e Ginevra Bompiani, per un confronto confluito nel volume Il femminismo della mia vicina edito da Manni, con l’obiettivo di arrivare a una sintesi che sia fruttuosa per tutte.

immagine per Il femminismo della mia vicina Ginevra Bompiani
Il femminismo della mia vicina, Ginevra Bompiani e Luciana Castellina

Il loro nuovo incontro, se non altro in questa declinazione moderata da Marianna Aprile, si svolge però nel contesto dell’edizione di Più libri più liberi in cui la presenza di un editore fascista ha tematizzato la postura che la cultura come sistema può o deve assumere di fronte a ciò che – una volta visti i contenuti dei materiali pubblicati ed esposti dall’editore in questione – si colloca sul margine se non apertamente fuori dal recinto democratico, soprattutto se per democrazia si intende quella italiana nata dalla resistenza al nazifascismo.

Inevitabile allora non chiedere un commento ad entrambe  per cui – semmai ha ancora senso spenderla per qualcuno – valgono a pieno titolo le qualifiche di intellettuali e di maestre di pensiero, quantomeno nel senso di elaboratrici di pensiero complesso e di stimolazione etica e politica. La presa di posizione di Bompiani è netta quanto illuminante, e muove dagli stessi spunti di analisi da cui prende le mosse il proprio femminismo.

Se sulla scorta della sua esperienza da editrice – anima della prima, gloriosa stagione di Nottetempo – può dire che: “Se i grandi editori raccolgono la cultura, i piccoli editori la creano, la fanno”, può con nettezza e cognizione stigmatizzare un editore che “non fa cultura, ma propaganda” e in cui rintraccia semi non di neofascismo, ma di “veteronazismo, che presenta il passato come un futuro auspicabile”.

C’è spazio però anche, tuttavia, come più distesamente faranno Loredana Lipperini, Maura Gancitano, Strade e i molti e le molte intervenuti nello stesso pomeriggio della quarta giornata della fiera, per riflettere sul compito che chi la struttura deve o dovrebbe assumersi, per non farsi sorprendere da un editore di battaglia, che fin dal nome evoca l’intenzione di darsi alla clandestinità.

Secondo Bompiani, le strade pratiche per agire non in un’ottica di censura, ma di scelta etica, esistono: ad esempio, presentare il proprio programma alla fiera. Resta da vedere se una simile, lucida indicazione sarà in futuro accolta da una istituzione organizzativa che pare aver già scelto come posizionarsi, considerata anche la sua radicale dipendenza da un sistema di potere di cui la casa editrice in questione è cerniera con movimenti che ad ora si trovano, almeno formalmente, ancora al di fuori dei palazzi (e sovente lo sono stati, dichiaratamente della legge).

Questo avvenimento, tuttavia, secondo Castellina, si rivela preziosa occasione di memoria storica. Ovvero di rimarcare come esista una differenza profonda tra la nostra resistenza e le altre.

La resistenza di cui Castellina conserva memoria e agito nella propria storia personale, non ha cercato di ristabilire una democrazia. C’era da dare ai giovani cresciuti da vent’anni di regime (come forse oggi a quelli cresciuti da una memoria troppo lontana per riuscire ad essere avvertita in tutta la sua urgenza quando la salute democratica data per acquisita comincia a venire meno) l’idea di cosa fosse una democrazia.

Quei ragazzi non sapevano che tipo di società costruire, né avevano legittimazione. Ci voleva più coraggio di quanto ne (dovrebbe?) servire oggi a ragazzi che, invece, escono da un tempo in cui hanno potuto saggiarla.

Nel solco dell’indagine feconda a partire dalla memoria si iscrive tuttavia anche il resto del dibattito, dal punto di vista di due donne che si sono “scoperte amiche per interposto lavoro”. È stata Bompiani, infatti, a creare, dalla politica, una nuova Castellina scrittrice.

Oggi, molto pensiero e molta vita – e molti libri – dopo, queste due donne si trovano intorno ad un ideale tavolino per riflettere sul punto a cui siamo sul femminismo come chiave di lettura della società. A partire dalla consapevolezza che a farlo sono due femministe atipiche, rispetto all’oggi votato al transfemminismo, ma anche rispetto al femminismo dei loro tempi. In cui tuttavia a dividerle non è una visione del mondo nè del femminismo, ma quella che il comunismo da cui Castellina viene avrebbe chiamato prassi, ovvero il metodo di applicarlo: in una dimensione collettiva per Castellina e più individualista per Bompiani.

È quest’ultima a sintetizzarlo con una battuta, dopo aver riscontrato la rarità della convergenza di opinioni, invece, sul tema del giorno: “Lei è comunista e io no, lei crede nel percorso collettivo e io no. io sono una individualista e lei crede di no”. Stando a Bompiani, Castellina considera che “l’individualismo renda vano ogni gesto, e io non posso negarlo, lo dimostra la mia storia e le molte cose fatte da sola, dalla biblioteca di Sarajevo all’editoria, perché non so stare nei collettivi, e vale anche per il femminismo”.

Su cui le due donne hanno avuto percorsi differenti: se Castellina è stata nell’UDI, Bompiani aveva scelto, per un brevissimo tempo, Rivolta Femminile, fondata sulla differenza.
Seppure anche il pensiero della differenza richiederebbe un significativo approfondimento, vale qui la pena riflettere sulla componente culturale, o sul ruolo intellettuale che secondo Bompiani il femminismo dovrebbe assumersi.

Correggendo De Beauvoir, donna non si diventa, ma si inventa. “Credo che l’individualismo abbia a che fare con l’invenzione, ed essere refrattari a un pensiero obbligato è essere sulla buona strada per inventarsi”, chiosa Bompiani. Un gesto che – così come la riflessione, può e deve coinvolgere anche gli uomini, anche se, precisa l’ex editrice, “non è a loro che vorrei affidare il compito di inventare la donna”.

Il pragmatismo di Castellina la indìce a portare la riflessione, con una punta di militante ironia, nello spazio del reale e della lotta politica: “L’invenzione ha senso se puoi cambiare il mondo, non solo per cambiare se stesse”.
Occorre tuttavia, ascoltandole riflettere, tener presente che pur nella differenza di età tra loro il portato di entrambe si riflette su un tempo diverso da quello abitato dal femminismo contemporaneo .

Un tempo in cui, ammette l’ex parlamentare “Io non volevo essere donna perché significava essere meno. Mi sono vergognata e ho nascosto il mio essere donna. Ci ho messo tanto a capire che diventare come gli uomini non era un buon obiettivo nella vita” e, per elaborare la convinzione che oggi la muove, ossia che la donna “è stata imbrogliata dall’inganno del neutro”, ovvero dall’idea che la lettura maschile della realtà non sia già connotata di per sé, ma che l’identità maschile sia un neutro, e quindi debba corrispondere a scelte valide allo stesso modo per ogni persona, quando si organizza la società.

Dalla scorta di questo passato, tuttavia, ad entrambe emerge chiara una idea di futuro: “Bisogna cambiare i meccanismi perché la società sia adatti alle donne, non solo aprire le porte alle donne”, rifiiutare una idea di emancipazione che per Bompiani è emaschipazione, cioè adeguamento a un ideale maschile raccontato come neutro ed egualitario.

Secondo lei, in questa ottica si inserisce anche una riflessione identitaria nella quale non si riconosce, perché vede l’identità come “una questione sostanzialmente burocratica. Basta perdere un documento e l’identità si perde”.

Secondo lei, quindi, il femminismo non dovrebbe affannarsi nella ricerca di un passato che è un passaporto, ma puntare all’invenzione,  “una ricerca di quel che si è nel futuro”, attraverso materiali dati: il corpo, il carattere, i modi di fare. Dovrebbe cioè scegliersi un un modello, rifiutando quello dell’uomo, visto come un modello troppo “basso”. Le donne sono quindi chiamate ad “alzare lo sguardo”, rifiutare un modello di futuro virato all’instupidimento, a un orientamento algoritmico a cui il potere si è già facilmente adattato.

Noi cosa vogliamo che siano gli uomini? Si chiede Castellina. Il patriarcato è un dato storico o naturale?
Quante domande restano ancora aperte, e quanto ancora può essere complesso un percorso di liberazione dal sistema di pensiero costruito intorno a quello che non è un nemico, ma un’amante, dal cui modello liberarsi – e liberare anche l’uomo stesso, si potrebbe aggiungere?

Esistono allora, in tempi come questi, delle alternative? Castellina è netta “Si, se facciamo quasi il contrario di quello che stiamo facendo. Ripartendo dalla società civile, perché non sappiamo più dove è il potere e questo ha portato a una crisi enorme della democrazia. A partire dal territorio, serve dare una dimensione politica a un ruolo della società civile”. Solo così si può costruire, sul passato, un nuovo futuro, Da cui i giovani si sentano coinvolti e non più respinti, come accade oggi. A dimostrarlo è l’astensionismo, spia non di una degenerazione generazionale, ma del rifiuto di un tipo di potere a cui servono nuovi modelli ancora da immaginare. O meglio, inventare.

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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