Giallo come strumento, provincia come mezzo. Il Premio Provincia in giallo cerca uno sguardo reale sul presente.

immagine per Premio Provincia in GialloIl giallo è uno strumento. Emerge soprattutto questo dalle parole dei romanzieri finalisti del Premio Provincia in Giallo che, come il nome fa chiaramente identificare, premia da otto edizioni il miglior romanzo giallo italiano ambientato in provincia.

Quest’anno, al Teatro Martinetti di Garlasco, a un albo d’oro che portava già i nomi di autori come Malvaldi e Manzini si è aggiunto quello di Raul Montanari, traduttore di Shakespeare e delle lingue classiche, fondatore negli anni novanta (accanto ad Andrea Pinketts, la cui memoria, notturna, ironica e maudit ha aleggiato sulla serata) del noir italiano.

Il suo La vita finora (Baldini+Castoldi) è l’esempio più calzante di questa dimensione strumentale del mistero, che nelle pagine di Montanari scolora invece nella crudezza autentica dello scontro generazionale fra un professore precario e cittadino trasferito in una valle lombarda e un malvagio e geniale giovanissimo studente, compiutamente figlio del suo tempo. Una figura, suggerisce Montanari nel corso della serata di premiazione, che contraddice l’equazione socratica tra malvagità e ignoranza.

La lezione del Novecento prima e del presente poi sta a dimostrare che «non sempre la conoscenza diventa agire etico», e così l’idea stessa di cultura della generazione degli adulti è messa in discussione.

Fuori dalla lettura stereotipica dei ragazzi asserviti a un mondo di relazioni asettiche e di disinteresse alla realtà, Montanari usa il giallo per problematizzare un conflitto tra generazioni e le ombre della propria, quella fatta di genitori che «costruiscono alleanze per prossimità, non più generazionale» e – come sempre più insegnanti sperimentano – garantiscono ai propri figli un’impunità dall’autorità data «non dall’amore, ma dal possesso».

Ad essere premiata dalla giuria del premio pavese, composta da Mino Milani, Andrea Maggi, Giuliano Pasini e Flavio Santi, è una  «storia di tensione dal ritmo incalzante, in cui i peggiori incubi prendono corpo e voce, mostrandoci in un crescendo inquietante i mali estremi della nostra società», scrive nella motivazione la fondatrice e presidente di giuria Bianca Garavelli.

A condividere con Montanari la finale del premio ci sono però altri due romanzi interessanti, accumunati dalla medesima vocazione allo strumento. Tra C’era il mare di Fulvio Ervas (Marcos y Marcos) e Rione Serra Venerdì di Mariolina Venezia (Einaudi) c’è una prossimità d’altro genere e colore. Per entrambi, il mezzo del giallo è funzionale all’attraversamento di luoghi ai quali dare vita, di quella provincia in cui riconoscono parte di sé.

Per Ervas (come già racconta la sua produzione precedente, valga come esempio il recente Dove c’è prosecco c’è speranza, portato al cinema con il volto di Giuseppe Battiston) la provincia, raccontata con eleganza e l’espressività che lo contraddistingue è quella dell’Ispettore Stucky, tra Treviso e Venezia, che ruota attorno al fulcro industriale e spesso a sua volta frainteso di Marghera (Mar gh’era, come da titolo), mentre la tarchiata e un po’ kitch PM Tataranni di Rione Serra Venerdì si muove invece tra i sassi di una Matera che Mariolina Venezia rievoca, con una lingua intessuta di note popolari, nel proprio ricordo d’origine, e nel rapporto tipicamente lucano tra radice arcaica ancora sensibile e modernizzazione.

Contrasti, quelli tra radici e presente e tra industria e natura, che raccontano della fecondità dello spazio della provincia per raccontare il mondo per com’è, anche e forse soprattutto passando attraverso il giallo, il genere più letto in Italia.

Una consapevolezza, quella della necessità di dire il reale partendo dello stato di salute dell’editoria, che doveva aver presente meglio di molti altri Giuseppe Lippi, giurato del premio scomparso di recente al cui nome il Premio ha istituito quest’anno un premio alla saggistica di genere, andato ad Eleonora Carta per una Breve storia della letteratura gialla pubblicata per Graphe.it.

La consapevolezza di Lippi doveva derivargli dall’essere stato tra i fondatori della celebre collana Urania di Mondadori, che ha dato in natali alla letteratura di genere in Italia.

Se la svalutazione della letteratura di genere – e di quella gialla in particolare, oggi traino dell’editoria nel suo complesso – quasi settant’anni dalla fondazione di Urania è rimasta polverosa abitudine di compassati accademici, premi come Provincia in Giallo raccontano invece di un’editoria che ha qualcosa da raccontare, con lievità ma non senza densità, e soprattutto di una provincia protagonista e partecipe, a partire dai più piccoli studenti delle scuole medie, giallisti in erba non privi d’ispirazione.

Una nuova generazione, se non di scrittori, di lettori da coltivare. Perché, come ha sintetizzato Montanari in chiusura della giornata pavese, «la cultura di un popolo non si misura dalla quantità e qualità dei suoi scrittori, ma dalla quantità e qualità dei suoi lettori»

Chiara Palumbo

Chiara Palumbo

Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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