Un romanzo che si apre come un reportage, quasi cronachistico. Una strada e un’auto che si distrugge su un albero, sbalzando fuori tre persone e lasciando la quarta incastrata tra le lamiere accartocciate. E lo scenario della morte di Albert Camus, il 5 gennaio 1960: un incidente d’auto in cui lo scrittore muore insieme al suo editore, con un manoscritto ancora nella macchina.
A piangerlo, oltre al Paese e i lettori, ci si aspettava fossero in due. Una moglie, di un matrimonio abitudinario e comune, e un’amante, attrice di fama e donna libera e indipendente quanto lui. Sono, in realtà, il doppio.
Da questo doppio lutto — uno pubblico, celebrato dalla Francia intera, l’altro clandestino, vissuto nell’ombra da chi con Camus condivideva un legame segreto — Elena Rui fa germogliare la struttura del libro. In realtà, spiega l’autrice nel corso dell’incontro, i lutti erano quattro, distribuiti su altrettanti livelli di segretezza: quattro donne, quattro modi diversi di piangere un uomo che a ciascuna aveva promesso, o lasciato credere, qualcosa di diverso.

A Pordenonelegge, arriva anche Le vedove di Camus, edito da L’orma editore, il romanzo di Elena Rui candidato allo Strega e presentato in questa occasione da Isabella Fava.
Un libro che si muove su un crinale sottile, quello che separa il saggio dalla fiction e dalla biografia, e che sceglie di raccontare Albert Camus attraverso la sua assenza — un’assenza che lo consegna definitivamente al mito, lasciando a chi resta quattro storie d’amore fortemente simboliche, e altre quattro biografie, quasi sempre rimosse eppure portatrici ciascuna di uno sguardo, una postura, un’identità qui vividamente illuminata.
La costruzione del romanzo segue le tracce scovate da Rui in lavoro di ricerca che procede per suggestioni che si rimandano e si aprono l’una con l’altra come nuove strade su quello che si credeva di star acquisendo: un metodo quasi investigativo, fatto di indagini negli archivi, di lettere ritrovate, di pagine — racconta l’autrice — «bagnate di lacrime e rabbia e voglia di capire». Non un semplice restauro biografico, dunque, ma un tentativo di entrare nell’intimità di quelle scritture private, di restituire voce a chi era rimasto ai margini della grande narrazione pubblica dello scrittore premio Nobel.
Al centro della narrazione c’è Francine, la moglie di Camus, anche lei pied-noir come il marito: orfana di padre e figlia di una madre quasi sordomuta, cresciuta di fatto dalla nonna.
Pianista di formazione ma non di professione, Francine incarna un tipo di rapporto coniugale tipico della borghesia dell’epoca, in cui è solo lui a vivere pienamente fuori casa, tra viaggi, successi letterari e relazioni parallele, mentre lei resta ancorata a una vita più raccolta.
Rui la descrive come una persona fragile, con tendenze depressive rese ancora più acute dalle infedeltà del marito — un dolore silenzioso, che il romanzo prova a far emergere senza retorica.
A fare da contraltare a questa figura c’è Maria Casares, legata a Camus da una relazione durata sedici anni e segnata da una fortissima complicità intellettuale, oltre che sentimentale.
È il rapporto più equilibrato tra quelli raccontati nel libro, quello in cui lo stile di vita dei due amanti risulta più affine. Casarès, racconta Rui, arriva a credere di poter sostituire la moglie nella vita di Camus, ma il legame si interrompe bruscamente per quattro anni nel momento in cui lei comprende che lui, alla fine, tornerà sempre da Francine.
E poi Catherine Sellers e Mette Ivers, amori piu brevi, meno equilibrati, che a loro volta nutrivano di Camus la fascinazione intellettuale, essendo entrambe giovani attrici conosciute lavorando e saggiandone i talenti.
Frammenti che a loro volta restituiscono altre angolature su di lui e altri modi di stare dentro una relazione che rifiuta ogni incasellamento.
Nel dialogo con Isabella Fava, Elena Rui viene accompagnata a fermarsi sull’idea d’amore che attraversa il libro, da parte di un’autrice che se ne e sovente occupata, maturando tuttavia una convinzione che rifiuta ogni tentazione di sistematizzazione.
«Non c’è niente di definitivo che si possa imparare sull’amore», dice l’autrice, restituendo la cifra stessa del romanzo: un’opera che non cerca risposte, ma che si limita a osservare, le posture di queste donne di fronte a un uomo di cui accolgono le contraddizioni, ma che forse non sa esseere del tutto trasparente nemmeno con se stesso.
«Non ci sono teorizzazioni: Camus intuisce qualcosa sulla sua idea d’amore e ne parla, ma senza mai essere del tutto limpido, anche se ci ha provato», aggiunge Rui, evocando il momento in cui a Francine avrebbe parlato dell’amante, ma con l’abitudine di un tempo ancora molto lontano da un immaginario di libertà sentimentale, di relazioni poliamorose o di reciproca apertura.
La rivoluzione sessuale, suggerisce interrogata su come, a questa storia, si possa guardare oggi, e ancora di là da venire, e l’autore si concede certo molte piu libertà delle donne che lo hanno amato.
E tuttavia, Rui restituisce dignita a tutte le parti in causa lasciando al lettore le proprie – eventuali – convinzioni. Nelle sue pagine non c’e, mai, giudizio.
È proprio questa tensione tra pubblico e privato, tra l’icona letteraria e l’uomo fragile e contraddittorio, a interessare più da vicino l’autrice, che rivendica una scelta di sguardo precisa nella costruzione dei suoi personaggi.
«Mi interessa avere uno sguardo vero sui personaggi che creo, non moralista: non sono le dinamiche sentimentali che mi allontanano da un artista», spiega Rui, chiarendo l’approccio che ha guidato la scrittura del romanzo.
Non un processo alle debolezze private di Camus, dunque, ma un tentativo di restituire la complessità di un uomo attraverso le donne che lo hanno amato, temuto, atteso e infine pianto, ciascuna a modo suo, ciascuna con il proprio grado di visibilità e di segretezza.
Il pubblico in sala segue con attenzione il filo che lega insieme cronaca, letteratura e ricostruzione intima, apprezzando soprattutto la capacità di Rui di muoversi tra i generi senza mai perdere la tensione narrativa.
Le vedove di Camus si conferma così un romanzo capace di restituire, attraverso il prisma dell’assenza e del lutto, non solo il ritratto di un grande scrittore, ma anche quello di un’epoca e delle donne che, silenziosamente, o non affatto, ne hanno attraversato la storia.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.





