Testimonianze Ricerca Azioni: a Genova, Teatro Akropolis «la condizione del contemporaneo»

Si tiene fino al 18 novembre, tra Genova e Sestri Ponente, la nona edizione del festival Testimonianze Ricerca Azioni, con cui Teatro Akropolis (http://www.teatroakropolis.com/) porta da anni in città un percorso nel segno della ricerca che offre spazio alla molteplicità insita nella definizione di arti performative, aprendo anche ad alcune esperienze poco indagate come la danza butho e il circo contemporaneo.

Abbiamo incontrato Clemente Tafuri, fondatore con David Beronio di Teatro Akropolis, per riflettere sul festival, sulle arti performative a Genova e su concetti cardine e spesso complessi come ricerca e contemporaneo.

Torna a Genova la 9 edizione di Testimonianze ricerca azioni: qual è stato per voi il bilancio delle edizioni precedenti e cosa vi aspettate da quella che inizia?

Ogni anno è stato un crescendo continuo, sia di consenso di pubblico, sia di adesione al festival da parte di gruppi e artisti sempre più importanti, quindi sono stati dieci anni molto ricchi e di crescita continua, nonostante Teatro Akropolis abbia aperto i battenti in un momento critico, sia economicamente sia riguardo alla cultura e a questa città. Quest’anno abbiamo voluto un festival più compresso, dieci giorni anziché circa un mese e mezzo come negli anni scorsi. Abbiamo però mantenuto se non aumentato il numero di spettacoli e anche seminari, convengni e workshop sono condensati in questo lasso di tempo.

Nel festival si incontrano molte anime e molte arti. Cosa vi ha spinto ad accostare tante arti diverse e cosa pensate che la reciproca influenza dentro a uno stesso contenitore possa offrire a ciascuna esperienza e a ogni performer?

Fin da subito abbiamo cercato di avvicinare stili, generi e contesti apparentemente diversi che però in realtà fra loro hanno un dialogo sotterraneo. Quest’anno è ancora più evidente perché abbiamo raccolto artisti e gruppi che pur lavorando artisticamente e stilisticamente su piani e orizzonti differenti tra di lori hanno un fondo di una grande raccordo e comunicazione. Penso ad esempio alla giornata che abbiamo dedicato alla danza butoh e quella dedicata alle danze tradizionali del sud e poi tutto il versante della danza contemporanea, oltre al piano performativo.

Questa varietà l’abbiamo sempre cercata, anche perché si tratta di riconoscere confini sempre più labili tra le arti e i modi di intenderle. Gli ultimi decenni ci hanno raccontato che parlare di teatro è parlare di tante cose, e che le varie forme fra loro devono comunicare e ispirarsi

Vi soffermate molto anche sul nuovo circo. Come si relaziona questo variegato mondo con le arti performative e quali sguardi specifici può secondo voi apportare a un programma variegato come il vostro?

Abbiamo iniziato una collaborazione con l’associazione Sarabanda di Genova, e quest’anno collaboriamo per portare a Testimonianza Ricerche Azioni due spettacoli più un convegno, che sarà replicato anche nel loro festival, riguardo alle arti circensi e appunto al rapporto che le arti circensi e il circo contemporaneo hanno con la performance. È un indirizzo giovane delle arti performative, che si sta strutturando in questi anni non solo in relazione alla tradizione circense, ma che sente sempre più l’esigenza di dialogare con il mondo della danza e della performance.

Il fatto che in un festival come il nostro, che si occupa di ricerca, il circo possa confrontarsi ed essere elemento di confronto con artisti che fanno apparentemente tutt’altro è unteressante, e sono gli artisti circensi ad averne bisogno, sono loro a chiedere un confronto più serrato intorno ai temi della scrittura drammaturgica, della azione scenica, e del rapporto stesso della performance all’interno di uno spazio: i temi sono molti.

C’è una significativa attenzione alla danza butoh. Come mai avete scelto di dare a questa forma d’arte orientale uno spazio così ampio e cosa può suscitare nello spettatore questo portato della cultura orientale?

Il butoh nasce intorno agli anni Cinquanta in Giappone, ispirata dalla danza e dalla letteratura occidentale, quindi la connessione forte tra il butoh e l’occidente in origine. Quello che il butoh è riuscito a fare è radicalizzare in modo unico e fortissimo non solo i temi della danza e della tradizione giapponese, ma proprio di criticizzare il nostro modo di concepire il corpo in scena, di riflettere sulla scrittura coreografica e soprattutto il nostro modo di riflettere sulla rappresentazione in funzione di una verità in scena.

Il butoh oggi è fra le forme artistiche in questo senso più dirompenti, e per questo credo sia giusto farci i conti. È un confronto complesso, non solo per la distanza fra le culture, ma perché mette in gioco una serie di questioni che spesso dal teatro e dalla danza vengono risolte in maniera piuttosto elementare.

Il butho invece rilancia la complessità dei problemi legati alla scena, ad esempio il conflitto tra il corpo che rappresenta e il corpo che percorre un sentiero di verità in scena, tra improvvisazione e scrittura coreografica. Per altro quest’anno abbiamo tre ospiti d’eccezione, che portano lavori di altissimo livello: Masaki Iwana, uno dei maestri di questa danza, Imre Thormann, Alessandra Cristiani di una generazione successiva. Per questo abbiamo dedicato una verticale di un giorno al butoh, anche per discutere del rapporto fra maestri e nuovi danzatori.

La risposta è significativa, il laboratorio di Iwana ad esempio è andato immediatamente esaurito. Una delle esperienze più significative sul butoh è quella del Festival Trasformazioni a Roma, e immaginando di portare il butoh a Genova ho sfruttato la loro esperienza, e abbiamo deciso di fare di questo progetto una costante: ogni anno una giornata di Testimonanze Ricerca Azioni sarà dedicata al butoh.

Quale pensate che sia la situazione delle arti performative a Genova e in Liguria, e quindi quale può essere il vostro apporto alla percezione del pubblico?

Genova è una città difficile, la storia di artisti quasi tutti andati via lo dimostra, Questa città non è mai stata capace di capace di capire realmente cosa accade. Negli ultimi tempi la politica culturale sta tentando di creare agglomerati di associazioni e di teatri, sorte di associazioni multiple in cui tutti si ritrovano.

Una scelta che risolve diversi problemi di natura burocratica e legal ma crea un problema serio: l’incapacità che spesso hanno le amministrazioni di leggere e capire cosa effettivamnte fanno le realtà culturali del territorio, cogliendone anche le differenze e identificando quindi cosa serve per sostenerle; la creazione di grandi carrozzoni su cui c’è posto per tutti non è detto che sia per tutti una scelta ottimale: qualcuno può esserne strozzato, ed è un po’ il caso di Teatro Akropolis.

Infatti la nostra proposta, che pure è sempre stata sostenuta dalle istituzioni, avrebbe forse bisogno di vedersi riconosciuta maggior specifictà, la voglia di capire cosa ci sta succedendo da parte della città, perché invece l’accoglienza sia del festival da parte del pubblico che dei lavori che produciamo nei teatri italiani è ottima. Ma il nostro teatro è dentro la città e qui è difficile. A Genova negli ultimi tempi hanno chiuso dei teatri, altri sono in grande difficoltà.

La situazione è complessa e le strategie adottate a volte creano un’asfaltatura della diversità, tutto diventa omologato, anche per semplificare il lavoro delle amministrazioni. In questo contesto soprattutto gli artisti genovesi sono in difficoltà. Noi proviamo offrire un sostegno, ma tanti artisti genovesi hanno dovuto smettere di produrre, andarsene. Ad esempio non esiste un teatro che si occupa di danza. La ricca tradizione di damza genovese, i danzatori genovesi non hanno uno spazio.

Avete scelto la formula di un festival diffuso sul territorio genovese e non solo, come mai questa formula?

L’idea è portare il più possibile nella città, non solo su Sestri Ponente dove c’è il teatro, ma reinventare anche alcune proposte in funzione della città, Spostare non è semplicissimo, anche perchè quello che proponiamo non è esattamente commecuale, però abbiamo trovato in Palazzo Ducale e quest’anno anche nel Museo del Mare alla Commenda di Prè una grande disponibilità, non solo a ospitare nostre proposte ma anche a progettare insieme, qualcosa che ha molto più valore. I partner sono – a vario titolo – oltre trenta, ma Palazzo Ducale è fin dall’anno scorso una presenza importante.

In un luogo come Genova, da sempre ponte fra le culture, quale può essere il rapporto tra ricerca e storia, e quindi tra maestri e nuovi performer, ma anche, ad esempio, tra le danze tradizionali italiane e i nuovi linguaggi internazionali di cui Testimonianze ricerca Azione si fa portavoce?

Il tema della tradizione è profondamente connesso al tema della ricerca: è impossibile intraprendere un percorso di svolta o di studio intorno all’arte senza delle solide basi nella tradizione. La tradizione però non è la convenzione, è qualche cosa di vivo che anima il lavoro dei contemporanei, e di per sé non ha niente di convenzionale.

È quando usi in maniera grossolana la tradizione che allora il risultato non può incidere sul presente e il contemporaneo. La tradizione quindi è il fuoco di quello che si fa in termini di ricerca. Diverso è il tema della convenzionalità, e di realtà più votate all’esibizione, al racconto delle cose che ci sono anziché di quelle che potrebbero esserci.

Akropolis si definisce come teatro di ricerca. Cosa significa per voi fare ricerca oggi?

Nel termine ricerca vengono riunite spesso cose tanto diverse da essere contraddittoeie, tanto contraddittorie da non essere neanche più ricerca, a volte.Trovare una definizione è difficile, ma nell’arte io credo che fare ricerca significhi criticiizzare la condizione del contemporaneo, sempre alla luce di più culture e tradizioni. Questo significa un lavoro lungo complesso, spesso con tempi diversi delle normali programmazioni.

Fare ricerca significa anche spesso rivedere il proprio statuto, rivedere la propria organizzazione, avere il coraggio di prendersi il tempo per intraprendere un cammino di studio e indagine, che significa anche rinunciare a delle cose e investire anche senza essere certi di avere dei risultati.

Non è molto diverso dal fare frullatori. Se io faccio frullatori non posso fermarmi alla costruzione, devo studiare perché sia sia sempre meglio, mettemdo in discussione sempre l’opera e il prodotto che ho davanti. La ricerca riguarda tutto ciò che è in un cammino di crescita e di trasformazione.

In una precedente intervista per art a part of cult(ure), David Beronio ha sostenuto che «quello che si vede in giro è vecchio, i giovani somigliano a chi li ha preceduti». Qualche edizione in più di Testimonianza Ricerca Azione conferma o ha cambiato l’opinione dei nuovi giovani autori e artisti?

La situazione è pure peggiorata, perchè la crisi quando tocca il mondo dell’arte, e lo fa inevitabilmente, temde a togliere propulsività all’arte e ne fa un museo, più tranquillizzante e più amministrabile, che può diventare una vetrina e non un festival, una stagione e non un evento di cambiamento. Non è che si debba dare finanziamenti a pioggia a chiunque lo voglia, si tratta – e questo è il compito di una società civile – di creare dei presupporti perchè l’arte possa essere sempre sperimrentata in continuazione, esattamente come succede con i frullatori o gli ospedali.

Invece l’arte tende sempre ad essere museificata, e diventa vecchia, e anche i ragazzi che si avvicinano a queste cose lo fanno con una mentalità da vecchi, reificando e finendo con il non aver voglia di mettersi indiscussione.

Senza dubbio è un atteggiamento figlio di un’incertezza diffusa, ma anche di una incapacità diffusa di vivere le passioni. L’arte in quanto tale è ingiuista, è uno sguardo sul mondo sempre stretto, che impone errori, non può essere condivisa da tutti, non può essere conciliante o lasciarci tutti uguali, altrimenti a che serve?

L’arte dovrebbe avere un potere di penetrazione molto più radicale e gli artisti in conseguenza devono poter essere messi nella condizione di vivere l’arte in questo modo, mentre oggi si tende particolarmente – anche se non accade da oggi – a sostenere il consolidato.

Chiara Palumbo

Chiara Palumbo

Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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