Sonecka e Marina: l’amore perfetto, assoluto, reale, si può ancora inventare

Travolgente, appassionato, divertente, totalizzante al punto da procedere per emersione di memorie che si affastellano l’una sull’altra, sincopando le frasi e spezzandole in una rete di rimandi che lei maneggia con impressionante prossimità, senza per questo far sentire esclusi gli altri.

C’è qualcosa di molto vicino tra l’amore di Serena Vitale per la Russia e la sua letteratura, di cui ha ormai tradotto più di cinquanta titoli, e quello raccontato in Sonecka, (Adelphi), da lei curato e raccontato a Pordenonelegge. L’amore di Marina Cvetaeva per Sonecka, per gli altri  Sof’ja Evgen’evna Gollidej.

Attrice russa, piccolissima e quasi eterea, coi capelli avvolti in trecce scure, la descrive Cvetaeva, e Vitale precisa, «non una brava attrice ma una brava lettrice, dostoevskiana» il cui solo ruolo, prima di un triste peregrinare sui palcoscenici di provincia, è stato, sontuosamente, quello della protagonista de Le notti bianche.

È la Russia tragica del 1919, la fine della rivoluzione ha portato una penuria che fa chiamare latte l’acqua, ma è la stagione apicale del teatro russo, i cui palcoscenici si popolano «di tutti i grandi nomi della drammaturgia e della storia della regia» e avvengono cose strabilianti.

È in questa atmosfera a cavallo tra il sogno e l’incubo che Sonecka invade la vita di Marina fino a riempirla di un reciproco immenso amore e poi parte «per seguire il suo destino di donna, sposa un uomo e non tornerà più» Cvetaeva, che alle sue promesse di tornare presto risponde con la condiscendenza di chi sa che non la rivedrà mai più ha un marito volontario bianco disperso al fronte, ha perso una bambina, Irina, perché «poteva salvarne solo una», perché lei aveva bisogno di essere nutrita e poteva esserlo soltanto di patate congelate, mentre alla prima figlia, Ariadna – a cui in lager mandava carote fatte seccare  coralli – bastava esser nutrita di parole.
«L’ha trasformata in un mostro, creata per essere geniale, come lei».

Elaborata la tragedia, ritrova il marito e con lui si trasferisce in Francia. Parte vivendo del mito dell’Europa e di Napoleone, per vedere Sarah Bernhardt, e per Sonecka sognerà – come per sua figlia – lo stesso destino. La immagina giganteggiare sul palco, sola e melodrammatica.

Un sogno «da mitomane», sintetizza Vitale. Eppure in realtà è il luogo da cui è partita quello in cui è nato «tutto il teatro, che uccideva i figli che aveva partorito. Sono tutti figli e martiri della loro rivoluzione». Ad essa, ma forse piuttosto all’idea di patria, la figlia si riavvicina fino a tornarvi, con il mandato di cercare Sonecka.

Scoprirà che è morta, e a lei resteranno i ricordi, e un marito che non ama da tempo «un debole, ma d’altro canto solo un debole poteva sposare Marina». Quest’uomo partecipa all’assassinio del figlio di Trotzky, sforzandosi d’incarnare il prototipo dell’eroe romantico, naturalmente tisico, pur di piacere a lei, «perché questo fa Cvetaeva, prende le persone e ne fa degli eroi. Spietata, nella vita come nella poesia, in cui le parole si scompongono, mentre nella prosa resta la paranomasica» e tradurla è una sfida per pochi.

Ma tradurre, spiega Vitale, è soprattutto un atto masochistico, perché uno dimentica tutto e diventa l’amante del suo autore. Il traduttore è traditore soltanto della persona con cui sta. Queste pagine devono però essere state una sfida anche da scrivere, perché Cvetaeva da sé «pretende una esattezza di memoria, ma la struttura non è un memoriale» commenta Chiara Valerio, chiamata a offrire stimoli a un fluire difficile da incanalare.

Non si tratta di un memoire, spiega perché l’ossessione per «la sua Sonecka» è rimasta lì, nel presente, e le pagine sono vivide, drammatiche e spassose nel mezzo della tragedia. Di un «libro felice».
«Marina, credete che dio mi perdonerà di aver baciato tanto?» «Credete che dio abbia tenuto il conto?» «neanche io l’ho tenuto del resto».

E del resto, anche l’amore di Marina è così, senza margini né freni.
«Io che t’ho amato assolutamente posso ignorarti assolutamente», dirà a un vecchio amore. Eppure, commenta Vitale «non capiva niente dell’amore perché amava tutto, l’unico suo approccio con le cose era l’amore. Lei essendo miope non guardava, e quindi amava. Gli amori li ha vissuti tutti e non ne ha vissuto nessuno».

Amava anche Sonecka, di un amore «che non si chiama, si legge e se ne gioisce». attraverso tutte le forme possibili. «Il regalo, il dono, questo era il legame tra le due» perché così si consideravano. «Fin da subito trattai Sonecka come un oggetto amato, un dono. Un dono che gioisce di me e io di lui».

Sonecka, spiega Vitale «non è oggetto erotico, è un oggetto di bellezza e cattivo gusto, un piccolo miracolo che parla in continuazione in una Mosca che ha dimenticato la vita quotidiana per una vita spirituale; sulla vita spirituale si svolge questo amore, la vita spirituale nata dalla rivoluzione, vissuta come un mito».

Dopo la rivoluzione Marina ha capito il russo. «Figlia di un organista che non fa tempo a passarle la musica ma la musica resta nell’esattezza delle sue parole, che sembrano scaturire e sono pensatissime. La rivoluzione le insegna la strada e lo scontro tra la sua totale letterarietà e la vita quotidiana fuori, fa entrare nella sua scrittura la lingua russa vera. Conosce il popolo in una rivoluzione che odia, e le sue pagine imparano a far entrare il popolo in un ambiente iperletterario facendolo stare a proprio agio. Così come fa di Sonecka, sangue e corallo. Di questo sogno e tale amore Cvetaeva scriverà quando Sonecka è già morta facendone «un regalo di bellezza sfolgorante in cui non si piange mai».  Raccontandola, Marina inventa Sonecka, «come si inventa sempre i suoi oggetti d’amore».

L’amore di Serena Vitale per la letteratura russa, scelta per l’incanto impensabile della neve ai suoi occhi di bimba pugliese, nato con Il pellegrino incantato lasciato per casa dalla mamma e con Lolita, non è stato inventato ma scoperto, come si scopre in queste pagine che suonano della lingua di Cvetaeva.

E allora esiste ancora un modo, e queste pagine lo stanno a dimostrare, di raccontare l’amore. Quello che sceglie Cvetaeva, che rende il libro di Sonecka come l’amore è oggi, «fluido, di grande giovinezza, perché si può cambiare idea ad ogni momento, e cominciare sempre da capo».

E scoprire, con la stessa voce commossa di Chiara Valerio, che «ti amerò per tutta l’estate è più lungo di tutta la vita. Ed è qualcosa di molto netto e perenne che riguarda me e se non mi riguarda vorrei che mi riguardasse».

Chiara Palumbo

Chiara Palumbo

Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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