Cita a ciegas. Un appuntamento al buio con le profondità dell’umano.

Accadono, a volte, incontri irripetibili. Talvolta sono quelli avvenuti nei luoghi dove ci portano i passi, magari in una tersa mattina di primavera in un parco, su una panchina, quando qualcosa di profondo ci spinge a fermarci un attimo, e a rivolgere la parola a chi ci siede accanto, magari cullati dal profumo dei fiori e dallo sciabordare lento dell’acqua in lontananza.

Se si è in Piazza Sanmartìn, a Buenos Aires, c’è stato un tempo in cui poteva accadere che l’uomo a cui si confidavano le importanti minuzie della nostra esistenza fosse un uomo cieco, o un celebre scrittore, o entrambe le cose: Jorge Luis Borges avviato al tramonto della propria esistenza, disposto, con un sorriso, a interrompere la “discussione coi propri pensieri” per prestare orecchio ai nostri.

E così può succede che si sia avvinti dalla sua disposizione all’ascolto, e che sia l’uomo cieco, più che l’autore – che è terra e vena della sua città e del suo paese più di quanto in Europa si possa comprendere – a consentire col suo solo esserci di lasciar cadere nell’altro il timore di svelarsi, di mostrarsi nudi, davanti a lui, come solo chi vede pur essendo cieco, può sostenere.

A volte solo nella sicura coltre di un appuntamento nel buio di chi ci guarda possiamo essere chi siamo davvero. Muove da qui, Cita a ciegas, nuova produzione del Teatro Franco Parenti, che conserva fin dal titolo immutata il suono della musica di una parola e di un luogo, che sono i reali protagonisti.

Accanto a un Borges in bilico fra la corporeità di un uomo che accoglie i propri umanissimi irrisolti, e l’apparizione dello spirito demiurgo delle profondità dei suoi interlocutori, (come sembra suggesire l’opposizione cromatica dei costimi di Nicoletta Ceccolini) scivolano personaggi che sono sé stessi e insieme chiunque: vivissime funzioni di rappresentazione: la donna, l’uomo, la ragazza.

Umanità bisognosa di svelare, a chi tende la mano, le proprie fragilità. Quelle di un bancario integerrimo che si fa travolgere dalla caducità dell’esistenza, scoprendo violentemente una vita dove tutti pensavano che “quello è ciò che faccio, e quello è ciò che sono: e nessuno mi ha mai chiesto se mi piace”.

​E così l’uomo si lascia incantare dalla fresca bellezza di una ragazza, a sua volta rifugiatasi in una “sorta di mancanza di innocenza”, per proteggersi dai sogni ancora da realizzare e da quelli costretti ad abdicare ai momenti in cui la vita è crudele.

Dipanandosi, è il loro stesso racconto a farsi azione concreta, in cui ogni parola costruisce un’immagine con la vividezza di un tratto di pennello posato sulla tela solo con la giusta pressione della mano, solo nel luogo esatto in cui essa deve stare perché possa mostrare le infinite sfumature e rifrazioni che ogni colore, e battuta, possiedono: ogni parola dice anche molto altro, ma sta allo spettatore scoprire cosa.

Senza mai venir meno alla verità profonda che li muove, nel realismo magico tutto argentino del testo lirico, denso e poetico di Mario Diament, venato di ironia ficcante, questi frammenti di umanità si parlano come se scrivessero, con la consapevolezza che guida la mano di uno scrittore quando sa che chi lo legge gli crede.

Così, in un’affascinante trama di fili che si tengono tutti fra di loro, anche la scena come le anime si apre – nella scenografia, minimale e potentemente evocativa di Gian Maurizio Fercioni, mentre le terse luci di Camilla Piccioni si scaldano – per rivelare un interno.

Lo studio della Psicologa, moglie dell’Uomo che accoglie la Donna, madre della ragazza, e nello spazio dell’architettura quello delle intimità: le gabbie minuziosamente costruite intorno a se stesse di una psicologa che annaspa, alla disperata ricerca di un appiglio in chi lo cerca in lei, e di una paziente impenetrabile, tesa allo spasimo nello sforzo di controllare una vita che sa bene esserle sempre sfuggita dalle mani.

Così tutti i ruoli finiscono con il confondersi e sfumarsi, tra toni di voce che si alzano a scoppi e gesti di grande simbolismo, nel solco di “amori inevitabili” inevitabilmente evitati, occasioni mancate e destinate a mancarsi, in un inverno che si sogna di poter fermare, sulle musiche lievi di Michele Tadini.

Un lavoro dalla cui poesia e intensità profonda è difficile non lasciarsi conquistare, in ragione non solo del grande valore del testo, ma soprattutto del modo in cui è stato portato sulla scena. A cominciare da Gioele Dix, che affronta la difficile parte del cieco con una credibilità quasi disturbante, passando per la esplosiva ragazza di Roberta Lanave, la ricchezza emotiva e le sfaccettature delle donne specchiate e legate di Sara Bertelà e Laura Marinoni, fino alla misura di Elia Schilton, gli interpreti rendono una ottima prova che rende evidente l’esatta consapevolezza che sostiene ogni passaggio della pièce. Fanno tutto bene perché sanno esattamente cosa devono fare, un dato tutt’altro che scontato.

Che si deve, è lecito pensare, in gran parte ad Andrèe Ruth Shammah, che firma – oltre a un adattamento impreziosito di citazioni borgesiane – una regia di eccelsa qualità. Una “camminata sul filo” (come dichiara la stessa Shammah introducendo il debutto) che può mantenere equilibrio perché deriva da un profondo lavoro di scavo su ciò che si muove ogni personaggio.

n processo giunge al suo obiettivo solo se ogni singola fase, minuzia, frammento, conosce il proprio scopo e come esso si sostiene e si giustifica. Qui accade esattamente questo, e la chiarezza dell’intenzione, senza costringere all’univocità (ma sarebbe davvero stato un male, altrimenti?) si fa a di un’efficacia a tratti quasi abbagliante, dimostrando che le sfide si vincono quando si è saputo entrarci dentro in maniera autentica e totale.

Chiara Palumbo

Chiara Palumbo

Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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