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Ernaux, Marzano, e il confronto col proprio rimosso

di Chiara Palumbo

Scrivere partendo da sè per entrare in casa di tutti. Qualcosa che nessuno sa fare, ormai da diversi decenni, meglio di Annie Ernaux. Forse è per questo che è così amata, e per questo Robinson le dedica un approfondimento nel contesto dei propri eventi a Più libri più liberi.

Una narrativa, la sua che sgorga quando comprende che «quello che le hanno insegnato è tutto falso. Si vergognerà verso genitori che le hanno mentito e non sono all’altezza delle sue aspettative».

La vergogna, un sentimento cardine della produzione – soprattutto recente – di Michela Marzano, per questo – oltre che come firma di prestigio di Robinson, settimanale culturale de La Repubblica – chiamata a raccontarla.

Lei che, racconta, dalla vergogna è sempre stata morsa. La propria e «quella che mio padre non sa provare, legata al non essere abbastanza»  La stessa che sta al centro del suo nuovo libro, Stirpe e Vergogna, uscito per Rizzoli, nel quale si immerge alla scoperta – traumatica – degli ideali fieramente fascisti del nonno Arturo, magistrato a Campi Salentina, fascista della primissima ora e poi deputato nelle file di quel che rimaneva dei partiti monarchici.

Una storia su cui il padre, fieramente socialista, impegnato a crescere una famiglia orgogliosamente progressista, ha avuto e  mantiene un continuo rimosso. Un atteggiamento vissuto con grande senso di tradimento dalla figlia che tuttavia, oggi, all’indomani di una sofferta, attenta e accorata indagine, che trova spazio nelle pagine del libro, rilegge se non con indulgenza dall’altro di una precisa prospettiva storica.

In effetti, in Italia, spiega, «per tanto tempo si è pensato di non dover parlare del trauma. La guerra civile porta una difficoltà a nominare quello che si è vissuto». Per la scrittrice, accademica e filosofa, oggi, la vergogna riguarda «quello che c’era prima che io attraversassi la mia storia familiare».

La sua analisi l’ha portata, infatti, ad attraversare anche ciò che non credeva possibile, e a scontrarsi con lo stesso sentimento agito nel contesto opposto. Come a margine di quella presentazione, nel nord Italia che è stato repubblichino, nel quale un padre «col suo essere partigiano ha messo in difficoltà la famiglia».

Fare i conti con la propria vergogna, quindi, come in Ernaux, è una strada ineludibile per guardare avanti. Perché, nota, c’è un tappeto di vergogna che sta a noi scogliere per immaginare un futuro.

Una battaglia interiore che muove sempre da radici personali. Come in Ernaux, racconta Marzano sollecitata dalla giornalista Lara Crinò, lo schiaffo del controsenso si origina da una discrasia personale.

Il nonno infatti era stato confinatore, responsabile dei tribunali che mandavano in angoli sperduti della Sardegna i notori omosessuali perché non sporcassero la pura razza italica e fascista, mentre il fratello, che condivide con il nonno il nome di battesimo, è un docente universitario, omosessuale, che per la propria tesi di dottorato ha lavorato sugli ebrei trasferitisi in Palestina tra le due guerre, prima della fondazione dello Stato di Israele.

La pervasività della rimozione e del silenzio, del resto, si evidenzia proprio nelle vicende personali come questo. «l’atteggiamento di mio padre evocava un fascismo non nominato». Quando le cose non si nominano tornano. Anche per questo, Ernaux aveva dichiarato di aver provato a scrivere fiction per poi tornare al memoir, perché in questa forma, diceva, riesce ad andare più lontano.’

Il suo libro, spiega Marzano, è servito a darsi ragione del come ma – dice -non so il perché. Alla totale rimozione, infatti, si è aggiunta l’assenza di dialogo diretto con il nonno, reso incapace di esprimere un pensiero da un ictus nel 1958 e poi morto quando la nipote aveva pochi anni.

Il fatto stesso di non aver elaborato la propria vergogna, di aver cioè vissuto i sentimenti di Arturo Marzano espressi solo fino a prima che i sopravvissuti parlassero, prima del processo ad Adolf Eichmann, può aver spiegato quella forma di assenza di elaborazione che il figlio Ferruccio (Arturo Michele Vittorio Benito, l’anagrafe che ha dato il via all’indagine della figlia) ha continuato a praticare, quello che ne emerge, suggeriscono alcuni, è un libro schietto e sofferto, necessario e articolato, ma forse, più ancora,  «Un libro per capire mio padre, una lettera d’amore a mio padre».

Un lavoro che interroga tutti, non solo chi tra noi ha una storia, rimossa, di aderenza al fascismo. Non solo perché il male risorge dal silenzio, ma perché mutila anche la vita di chi resta.

Ammette Marzano: «Volevo raccontare la storia, sciogliere la vergogna. Ne avevo talmente tanta che non mi ha permesso di diventare madre perché avrei trasmesso qualcosa di sbagliato. Volevo dare ai miei nipoti meno rabbia e dolore e vuoto, i figli sono sintomi dei genitori. I nostri ragazzi per costruire il loro futuro hanno bisogno di vedersi restituito un passato».

In Italia, in effetti, un conto con la storia non è mai stato fatto. Lo dimostra la storia d’Arturo, tra le poche decine di magistrati epurati e poi reintegrato, ma  una postura tipicamente nostrana per cui il fascismo era il male ma il fascista è sempre l’altro.

Diverso è stato in Germania, spiega Marzano. I tedeschi, ad esempio con “Olocausto” per la prima volta si identificano e piangono. Riconoscono se stessi e si assumono la responsabilità. Una elaborazione che in Italia è arrivata nel 2018.

Nelle dichiarazioni della Giornata della memoria, ad esempio, si parlava di nazismo fino a che Mattarella non esplicita la condanna al Fascismo, rifiutando il mito degli italiani brava gente, asserendo anzi che «le leggi razziali erano iscritte nel codice genetico del fascismo».

Nel frattempo, però, ancora troppo spesso si apre questa pagina come una memoria lontana Lo fa Scurati in M.  Narrativizza il fascismo ascrivendolo a un loro. «Io – scrive Marzano .- in questo libro volevo dire io. Vorrei che tutti entrassero nella propria storia e ci possano fare i conti».

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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