Tra passato e presente, Quasi Grazia riporta in vita Grazia Deledda

«Il filosofo ammonisce: se tuo figlio scrive versi correggilo, e mandalo sulla strada dei monti. Se lo trovi nella poesia una seconda volta, puniscilo ancora; ma se va per la terza volta, lascialo stare, perchè è poeta». È con un saggio di ataviche certezze e con la narrazione, che si apre Quasi Grazia, in scena al Teatro India di Roma. Conferma, e contraddizione. Conferma, perché non può che aprirsi col racconto, la memoria scenica di Grazia Deledda, l’interpretazione fondersi con la letteratura, i libri, amore viscerale e contrastato dalla famiglia, perché «Mi distoglievano dal mestiere di fare la femmina», in una Sardegna dell’alba del Novecento che di Grazia è linfa e incubo, radici e prigione, appartenenza e rifiuto.

immagine per Quasi Grazia
Quasi Grazia – Teatro India, foto di Chiara Pasqualini

Per questo, il filo rosso che tiene insieme i quadri di questo racconto coglie Grazia in momenti di cambiamento.

Il primo è forse quello decisivo: la partenza dalla sua Nuoro verso Roma, dall’isola al continente. Un moto che si specchia in un nuovo passaggio: la partenza muove  dall’oppressiva vigilanza di una madre che in sé riassume tutta la percezione d’inadeguatezza che nel proprio profondo Grazia non sa tacitare, i sensi di colpa mai sopiti e il giudizio velenoso e severo del mondo dal quale proviene.

Una madre-coscienza a cui «il mondo piace come l’ho conosciuto», che tuttavia la attanaglia anche mentre le viene conferito il Nobel: il momento del passaggio all’Empireo degli immortali proprio insieme all’isola che incarnerà agli occhi del mondo.

L’approdo però sono le braccia amorevoli di Palmiro Madesani, pronto a votarsi al talento di una moglie amatissima al punto da attirarsi lo scherno di Pirandello – in forma di libro, anch’esso – e le maldicenze.

E infine, come in tutte le parabole narrative, dopo l’ascesa e l’apice, l’istante in cui nella vita di Grazia irrompe l’inevitabile imminenza della fine e i conti da fare col dopo di sé. In questa ottica i tre quadri del poetico testo di Marcello Fois, nato come copione e portato in scena con totale fedeltà, mantengono una efficace organicità.

Su questi stessi due binari, solo apparentemente contrapposti, si regge anche la messa in scena.
La conferma, la mimesi portata a un livello quasi straniante si ha con la scelta del volto di Grazia. Michela Murgia, scrittrice e impegnata per i diritti delle donne, offrendosi per essere voce – col suo accento caratteristico – di un’autrice che tra le prime ha mostrato alle donne ciò che avrebbero potuto diventare, crea un effetto doppio sorprendente, che giustifica la scelta di chiamarla in causa, accanto una prova di grande dedizione e di buona credibilità, su cui qualche concessione a una mimica un po’ sopra le righe è in fin dei conti poca cosa per un’interprete finora del tutto digiuna del palcoscenico.

Una scelta, quella di insistere sugli acuti emotivi, che sembra però in buona parte dipendere dalla regia, firmata da Veronica Cruciani, se è vero che accade anche a Marco Brinzi, e al suo Madesani.

Il peso della mano della regista su questo lavoro è notevole e offre spunti suggestivi lavorando soprattutto sulla seconda delle trame che unificano il tessuto del lavoro: i contrasti.

 

In poco più di un’ora di pièce, in uno spazio destrutturato pensato per mutare secondo l’occorrenza, coesistono infatti due mondi. Da un lato le atmosfere ataviche dell’entroterra e la potenza musicale della lingua sarda, che Valentino Mannias nei panni del fratello di Grazia usa agilmente, ma a cui l’interpretazione della madre dolente e antica di Lia Cabeddu offre un’intensità da signora del teatro. Un mondo perduto, aspro e affascinate, che si concretizza nelle figure mitiche che popolano gli intermezzi della narrazione, visioni di mostri e di maschere, incubo e sogno, mentre al suono de sa limba fanno da contraltare i bassi violenti della musica elettronica di Arrogalla.

Opposti che si giustappongono piuttosto che compenetrarsi, sorprendono e spiazzano.

Resta forse qualche dubbio sulla coerenza drammaturgica di questi passaggi, per quanto siano indubbiamente un metodo originale per vivacizzare una narrazione che sceglie consapevolmente, pur senza rinunciare alla cura letteraria, di essere didattica.

L’obbiettivo evidente è infatti quello di utilizzare ogni espediente per ridare concretezza e corporeità umana, non solo tra le pagine, a Grazia Deledda, diradando la cappa di oblio che il tempo sembra star facendo calare sulla sua opera e sulle sue storie spietate, riportando alla luce non solo l’autrice ma la la donna. E in essa il rapporto difficile con le radici, la cattiva accoglienza di molti colleghi italiani e quella ancora peggiore di coloro fra i lettori, sardi ma non solo, che le rimproveravano di non intendere offrire consolazione.

Quasi Grazia è un affascinante ritratto di una donna ha saputo riscrivere ciò che le era raccontato come limite, fino a cambiarne il corso. Fino a diventare le proprie storie e dare ad esse la forma della sua vita.

Chiara Palumbo

Chiara Palumbo

Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

Commenta

clicca qui per inviare un commento