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M(other) La libertá multiforme di (non) riconoscersi madre.

di Chiara Palumbo

“Essere madre non ha a che fare con la biologia, ma col chiedere: hai mangiato?”

È una citazione dalle molte attribuzioni: nella memoria di chi scrive, a pronunciarla è Teresa Sarti Strada, figura per altro molto cara – le sono state dedicate anche intere stagioni – al Teatro della Cooperativa, che si la domanda sul cosa renda tale una madre se la pone nella sua nuova produzione, M(other), in scena all’interno – vale sempre la pena ribadirlo, della stagione che porta il nome di Licia Rognini Pinelli.

immagine per M(other), Rossella Fava
M(other), Rossella Fava. Ph. Emanuele Limido

Un interrogativo che – oggi – è chiamato a confrontarsi con l’avanzamento delle tecnologie e coi dilemmi etici – spesso esposti con un’ottica puramente ideologica, che circonda le tecniche di procreazione medicalmente assistita e – su tutte – la Gestazione per altri.

Meritoriamente, Rossella Fava lo affronta, invece, con uno sguardo profondamente umano, senza scantonare gli interrogativi aperti ma senza mai perdere di vista la natura radicalmente individuale delle scelte di ciascuna.

È, in effetti, una storia singola quella che sceglie di raccontare. Con la voce di una giovane scrittrice che – dalla New York del 2050 – torna in Italia a ricostruire la propria storia.

È la stessa Fava a incarnare, oltre a lei, le due protagoniste: Carmela e Silvia, con una interpretazione che ben si muove nella caratterizzazione dei personaggi, tra il dialetto siciliano e i timori e i desideri delle donne degli anni Venti del 2000. Come quelli della giovane trentenne che, nell’Italia di oggi, non vuole rinunciare alla possibilità di carriera – e soprattutto sa che per poter progettare, con l’amato Paolo, di costruire la famiglia che entrambi desiderano – occorre una stabilità economica oggi quasi impossibile da ottenere.

Se però, una volta ottenuta, il desiderio non si realizza, a Paolo e Silvia non resta che ingrossare la quota di oltre 110mila trattamenti l’anno di procreazione medicalmente assistita.

Una quota che, come a loro accade, non garantisce possibilità di successo anche dopo anni di tentativi. Cosa fare, allora, quando non resta che rinunciare? In soccorso al dolore di Silvia, come un incontro casuale, viene la giovane Carmela, un compagno molto amato e una figlia di tre anni, Lucia, da crescere. È lei a offrirsi come gestante del figlio che Silvia desidera, con lucida consapevolezza sia dei motivi per cui lo fa sia del proprio ruolo.

Sarà una bambina, e di queste tre donne Rossella Fava mette in scene gli interrogativi e le incertezze, le aspettative e la paura, preconizzando tutte le domande con cui il mondo, prima dei figli stessi, pretenderà di giudicarle. E pur muovendosi con lucidità tra le voci del mondo e i dati di realtà – acquisiti attraverso un attento lavoro di studio e di dialogo con i protagonisti – la garbata regia di Renato Sarti accompagna l’autrice e protagonista in un lavoro che non perde di vista la sua statura artistica.

Uno spettacolo elegante e misurato, non un testo a tesi, a meno che non si voglia – con la violenta miopia ideologica di certe parti politiche – considerare una tesi in qualche misura contestabile il diritto di una donna a decidere liberamente del proprio corpo. È in questo campo che va intesa la possibilità di riconoscersi come madre o di non farlo, solo perché nella scelta è, o meno,  coinvolto il proprio utero. O di farlo secondo forme e con motivi la cui urgenza non ha parametri oggettivi, piacciano o meno le sue decisioni a chiunque, nella famiglia e al di fuori, pretenda di parlare per lei.

In un lavoro polifonico e articolato, intelligente e profondo quando lo esige la sensibilità del tema per chi lo vive, Rossella Fava mette il suo talento a servizio di voci troppo spesso coperte dal rumore e, con l’espediente dello slittamento temporale, fa quello che sempre di più, oggi, si dovrebbe fare quando si parla di Gestazione per altri.

Senza paraocchi, mettersi in ascolto di chi l’ha vissuta, inclusi quei figli, ormai adulti, che ne sono stati il frutto e oggi possono portare attivamente nel racconto il proprio vissuto e quello delle proprie famiglie in tutte le sue possibili varietà.

Madri e padri, se è vero che – e il lavoro di Fava saggiamente la osserva da questo punto di osservazione – la gestione per altri è praticata per oltre il 90% da coppie eterosessuali,  forse protette dallo stesso silenzio – fatto di gravidanze simulate e sorrisi formali – di cui l’autrice circonda la scelta di Carmela e l’avvicinamento di Silvia al suo nuovo ruolo. M(other) è un lavoro raffinato e, con una interprete solida e convincente.

Ma è anche – ed è un valore, quando i due aspetti sono in equilibrio, un gesto politico importanti, nella sua accezione nobile di azione rivolta al bene comune: non dimentica nessun aspetto di un tema etico che risuona in modo diverso per ogni donna, prendendo atto al contempo, nel suo saper stare nel proprio tempo – di una fase storica in cui cambia il paradigma di ciò che qualcuno ha fino ad ora considerato naturale, le nuove generazioni ridisegnano i propri bisogni e obiettivi, si adattano e si ampliano le possibilità nelle forme di famiglia.

Davvero a questo mondo può bastare il modello di maternità – spesso in bilico sul piano inclinato della retorica e della mistica biologista – che a molte, se non a tutte, è stato proposto (e imposto) finora? Con questo spettacolo Fava (e con lei il teatro della Cooperativa che in questo lavoro ha creduto) offre la propria personale risposta.

A ogni persona, a ogni donna, il compito di trovare la propria, altrettanto personale. Tenendo a mente, quella si, la massima femminista per cui la gestione del proprio corpo, e la validazione dei motivi per cui si compie su di esso una scelta, quale che sia, pertengono solo a colei che quel corpo lo abita.

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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