Di cosa (non) parliamo quando (non) parliamo di morte, secondo Ginevra Lamberti

Perché non scrivi qualcosa a proposito di urne funerarie? Una domanda grottesca, che deve essere sembrata tale anche a Ginevra Lamberti. Solo per un attimo, però. Perché subito dopo, «armata della più totale dissociazione» ha deciso di provarci, spinta da una situazione personale di consapevolezza della fine e di immobilità. Per parlare di fine ha deciso di muoversi e adesso spiega Perché comincio dalla fine, edito da Marsilio.

La copertina lo chiama romanzo, e forse lo è o forse è altro. Di certo è un «percorso che porta verso la fine». Ma per cimentarsi in una sfida così insolita, rievoca Lamberti, l’unica certezza era il punto di partenza, una lista di persone con cui parlare, perché «se mi fossi spostata dall’immobilità avrei dovuto fare affidamento alle parole degli altri».

E gli altri sono quelli che con la fine, la morte e quanto ne segue hanno il rapporto che molti, quando non tutti, sfuggiamo. E ne fanno qualcosa, spesso, di impensabile prima. Nelle pagine di Lamberti c’è Taffo, ormai nota in tutta Italia, ma anche chi si occupa di diamantificare – anche se «se ti fai diamantificare potresti finire nelle mani di un nipote cui non avresti dato neanche la paghetta».
E anche una tanatoesteta, gli ideatori di Boschi Vivi, che danno vita ad altri alberi interrando le ceneri, e quelli di Capsulaviva, che puntano invece a rendere possibile farlo attraverso un uovo biodegradabile.

Una serie rutilante di incontri con le persone più disparate e le realtà più originali accomunate da un punto: l’essere gestite «da persone che non vedono l’ora di spiegarti quanto amore abbiano per la vita».

E in effetti, ipervitali e irriverenti sono le parole che ne traggono, e il racconto che ne fa Ginevra Lamberti, e ironica è la cifra della sua protagonista, che “casualmente” risponde al nome di Ginevra Lamberti, vive a Venezia e, lungo le pagine, prima durante e dopo interviste intorno alla morte si occupa di pellegrini globali» affittando stanze vista laguna nella casa in cui abita, generando situazioni “conviviali” variamente apprezzate da un’umanità disparata in pellegrinaggio in cerca di cosa non si sa.

Un romanzo che si assume il lusso e il coraggio di chiamare la morte con il suo nome, talmente ingombrante da occupare lo spazio a protagonisti occulti proprio perché sono messe in bella vista agli occhi di tutti: le relazioni, l’ascolto, il relazionarsi agli altri. Ne emerge «un libro che si occupa di sentimenti ma non sentimentale», perché per raccontarli, suggerisce Federica Manzon alla platea complice di Pordenonelegge, ha scelto un modo molto “nordestino” «una distanza fatta di nomi propri che non è distanza emotiva».

Una lezione non solo per accostarsi alla morte, ma anche alla scrittura, che forse ne è il più classico degli esorcismi, il metodo che da sempre si cerca per superare l’idea del morire. E allora perché il libro non muoia occorre «stare attenti al pittoresco, perché può rovinare tutto. Evitare lo stucchevole. L’esposizione dei sentimenti va disinnescata, e il mio modo di disinnescarli è dare un nome concreto alle parole». E farlo con quella che David Foster Wallace chiamava l’arma del sarcasmo.
L’unica utile, direbbe Bjork, per non impazzire.

E allora, questa ragazza che quando non sta scrivendo bussa alle porte murate è divertente e salace, ma sa anche che è proprio Wallace ad aver concluso la frase spiegando che la vera sfida dello scrittore è liberarsi, di quel sarcasmo che lo protegge. Del resto, il metodo è collaudato, e che questo tipo di racconto sia un esorcismo lo racconta Il mondo deve sapere.

Quando Michela Murgia raccontava l’inferno in forma di cornetta del telefono dei venditori per corrispondenza di aspirapolvere non dava vita a un libro, ma a un esorcismo generazionale e oltre: «quando si parla di libri si parla sempre di esorcismi, e probabilmente lo è anche tutto il resto». La Ginevra Lamberti che, mentre ragiona di morte, pulisce casa per dare spazio al prossimo pellegrino globale sa che «scrivere è un esorcismo del fare le pulizie e viceversa».

Pagine intelligenti ed esilaranti, dice Manzon, che rovesciano i luoghi comuni sulla morte il politicamente corretto, che non potevano essere scritte nella città che flirta con la morte più di ogni altra, in molte case diverse, le case vuote dove Ginevra Lamberti porta altri pellegrini globali e dove ritaglia uno spazio.
Del resto, commenta caustica, «Venezia è una città che ha molto più a che fare con la decomposizione che col romanticismo, e questo genera del sollievo immenso nelle persone a cui lo racconto», ingannate dalla narrazione posticcia della città più romantica del mondo.

Eppure, i protagonisti occulti nascosti in queste pagine dall’ingombrante presenza della morte sono tanti: primo fra tutti, il corpo.
La sua ossessione, il modo di raccontarlo e di accudirlo, l’altissima forma di pietas che si rivela truccare i morti.  E dal trucco, il passo all’estetica è breve, la parentela tra la paura – lo suggerisce Simona Vinci in parla mia paura e la chirurgia estetica è stretta.

Eppure, Vinci e Lamberti decostruiscono anche questo. La prima, assume su di sé il proprio corpo e decostruisce le prese di posizione ideologiche sul tema, la seconda incontra confrontandosi con la morte l’esigenza di demolire la demonizzazione dell’artificio, perché niente come la morte ci mette di fronte a quanto sia grottesca l’ossessione alla naturalità purchessia. La comprensione allora forse può avvenire solo allo specchio, ed è così che procede Lamberti: fa un’overdose di vita per parlare di morte, e dall’altra parte del vetro della tanatoesteta c’è una ragazza appassionatissima di trucco: «non potevo capire senza conoscere l’altra faccia della medaglia: non possiamo conoscere i motivi che inducono a queste decisioni»

Certo è che sul corpo le scelte devono essere agite e non subite, e – inaspettatamente, forse – è così anche nella morte. Molte scelte devono essere compiute in vita, e non sono in molti ad avere la forza di farlo. A questo serve la death education, argomento di un master all’università di Padova.

Perché facciamo fatica a parlare di morte ma siamo pronti a gridare allo scandalo quando scopriamo che, come scrive Davide Sisto, si è fatta social, finiamo con l’essere stranamente nostalgici quando osserviamo che «sta scomparendo la ritualità legata alla morte». «Non necessariamente è un dato negativo ma va ragionato, e per farlo bisogna riavvicinarsi a queste pratiche: di questo si occupano i death studies».

Forse anche parlare al tu su un social allora è un nuovo rito funebre, e forse i riti hanno perso in facilità di decodifica per moltiplicarsi, farsi tanti quante sono le storie, varietà di toni raccolte in questo libro, messe lì a raccontare che nessuno vuole parlarne e tutti vogliono parlarne.

Ma forse c’è qualcos’altro, anche dopo questo libro, che resta dentro al meccanismo come la lettera rubata, messa in vista evidente di qualcosa che non vuol essere vista. L’elusione della morte individuale, prossima, che resta nascosta anche dopo averla raccontata da tutti i punti di vista. Ma allora è proprio per questo che un libro del genere, grottesco, divertente, sorprendente, si rivela necessario: «il percorso è sempre individuale ma condividere il ragionamento è superare la paura che ci fa rimanere qua», consapevoli che, così, «se tu rimani qua muori, ma avrai bruciato meravigliosamente»

Chiara Palumbo

Chiara Palumbo

Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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