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PordenoneLegge 2025 #1. Il dolore è una storia da raccontare. Michela Marzano ascolta i ragazzi

di Chiara Palumbo

“Il dolore non è uno stato ma una storia da raccontare”. E oggi, che facciamo i conti con un passaggio che lo sta rendendo dato storico, la storia da ascoltare è quella offerta dalla “generazione covid”: per indagarne una enorme fragilità, palese nelle sensazioni quanto poco compresa da chi dovrebbe farsene carico, in un sistema adulto che – basta a dimostrarlo il microcosmo di una conferenza stampa di Pordenonelegge 2025 – ha molta più facilità a  sentenziare o a leggere la realtà partendo da sé che non a disporsi in dialogo.
Anche questo rende importante il lavoro di Michela Marzano che prende corpo in Qualcosa che brilla (Rizzoli) di cui alla kermesse friulana, più della trama, sceglie di approfondire intenzioni, urgenze e movimenti psichici. A partire dalle soluzioni possibili alla richiesta di aiuto che la generazione dei ventenni di oggi pare gridare sempre più forte. Marzano lo fa, con l’occhio garbato dell’autrice, l’empatia di chi ha attraversato il disorientamento, e la lucidità dell’insegnante chiamata a trovare nuove forme per trasmettere.

immagine per Michela Marzano a Pordenonelegge 2025
Michela Marzano a Pordenonelegge 2025

Come hanno fatto alcune università francesi, sollecite abbastanza da aver previsto un dispositivo per rispondere ai nuovi bisogni. Ovvero, formulando un percorso di studi aggiustato sulle loro esigenze, ovvero, semplicemente, adattando la didattica con l’interattività, lasciando al passato la frontalità passiva cui  ci si è forse troppo abituati e scoprendo, nel coinvolgimento, una nuova attenzione.

Questo si scopre, quando ci si dispone a “cercare di ascoltarli, e capirli, accogliendo le loro storie”. Trovandosi, del resto, anche allo specchio, se si sta dall’altra parte dello sguardo, in quello dei genitori, la Generazione X, la propria, a cui Marzano non fa sconti,“Noi non abbiamo capito niente. E abbiamo una responsabilità nel cattivo esempio dato loro”: non si tratta, tuttavia, di un rovesciamento del giudizio, nè di una colpevolizzazione.

L’analisi di Marzano ha a che fare piuttosto col percorso di chi, partendo da sè, ha imparato come l’umano funziona. L’esempio dei genitori sorge dall’aver provato a costruire futuro, spiega, “senza riuscire a non sentirsi impotenti, a gestire il nostro voler fare al posto loro”. E allora, a tutti coloro che trovano ad essere – intenzionalmente o no – comunità educante, non resta che una sola via “possiamo solo essere coerenti”.

E provare a far sentire, anche restituite attraverso un romanzo come questo,  le voci dei ragazzi: otto storie che si muovono intorno a un protagonista, Mauro Rolli, capace di vedere i limiti della psichiatria, di riconoscere che “i sintomi sono sempre sintomo di qualcosa di altro”. Rifiutare la patologizzazione o la semplificazione con cui si attribuiscono diagnosi o si parla o si biasima la salute psicofisica.

Se infatti, oggi, sono i più giovani i primi a cercare una classificazione di sè attraverso le patologie, all’adulto dovrebbe essere demandato il compito di riconoscere che questo risponde a “una incertezza identitaria”, una domanda di senso e al proprio chi sono che l’adulto non può esaurire “in etichette che rassicurano ma li fanno scomparire”, o augurandosi, aspirando o spingendo verso una riparazione, di chi invece chiede di essere visto.

Occorre, tuttavia, disporsi in dialogo, senza condannare i ragazzi a non veder via d’uscita al proprio dolore o all’invalidazione di chi misura il mondo con il proprio metro. Si può fare, sembra suggerire Marzano, essendo disposti a mettere a nudo le ferite, a partire dalle proprie, come un linguaggio comune. Rendersi credibili passando anche da sè, per chi, come Marzano, assume la consapevolezza di un vissuto condiviso: “so cosa vuol dire convivere con un sintomo tutta la vita e con la colpevolizzazione”, ed è attraverso questo sapere fecondo che la storia trova parole che consentono di non nascondersi dietro i sintomi.

E di ascoltare una generazione che, puntualizza Marzano, non è vero che non ascolta, chiede di cambiare a un mondo sempre più ossessionato a ristabilire regole.

Ma, mentre il mondo cambia, a quali regole far tornare? Quale forma di autorità violenta può mai avere un’utilità nel crescere insieme? L’avrebbe, piuttosto, l’autorevolezza che si dà con l’esempio, a una generazione più spesso indebolita nella misura in cui sono più esposti al rischio di cedere, di lasciarsi cadere, in cui la nuova forma di esplosione della rabbia si proietta innanzitutto verso di sè, in un autolesionismo sempre più diffuso, e poi in una aggressività reciproca che si comprende meglio se si è disposti a leggerla come assenza di parole e di ascolto, in un sistema di potere che, essendo al livello zero di dialogo, spinge a dar spazio al mostro.

Il pedagogo Erikson scriveva che “servono eroi in cui potersi identificare o cui potersi ribellare”. Ma – l’autrice interroga senza giudizio anche i propri simili – quali eroi sa produrre una Generazione X, la Generazione x, schiacciata dai bisogni, da figli confusi e genitori che devono essere accuditi. “Abbiamo immaginato di cambiare le cose rispetto a chi è venuto prima, ma non ci siamo riusciti e non ci siamo sentiti all’altezza”.

Se lo sono di qualcosa, allora, sintetizza la docente, “i ragazzi sono sintomi dei genitori”. Lo dice da un punto di osservazione, quello francese, che a differenza dell’Italia sta elaborando i dati del malessere dei suoi adolescenti, e restituisce un quadro eloquente: 200mila  tentativi di suicidio e novemila morti l’anno tra i quattordici e i ventiquattro di età: la domanda di Marzano è inevitabile: Quando ne parliamo?

E soprattutto, quale strada immaginiamo per affrontarla. La risposta è tanto poco apodittica quanto precisa: C’è bisogno di insegnare ad autorizzarsi alla complessità del vivere e delle moltitudini che tutti racchiudono, rifiutando “l’illusione dell’etichettatura, del ritorno delle regole e della guarigione. Ovvero, ascoltare, cioè mettersi in discussione rispetto all’alterità, anche di ragazzi che a molti adulti sembra di non capire.

Per accorgersi che, appunto, c’è  “tanto che brilla, ma bisogna essere accompagnati”. E che i più giovani, lungi dall’essere gusci vuoti od orizzonti perduti, sono invece animati da una fame di giustizia che fa loro avvertire più forte, da Gaza al clima, i luoghi in cui non esiste, e fa sorgere in loro “la voglia di riparare sapendo che per farlo bisogna prima rammendare se stessi; e che il rammendo, se tirato, cede”.

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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