Progetto Cross 2018 #2. Prospettive di residenza teatrale. L’esempio di Cross Residence

immagine per Cross Project
Mirelle Martins

«Sostenere il processo, più che il prodotto». È il mantra che Antonella Cirigliano, anima dell’intero progetto, ripete in più occasioni nel corso delle due intense giornate di Cross Project, che affaccia sulle sponde piemontesi del Lago Maggiore tre residenze di arti performative, selezionate in una rosa di più di duecento proposte da quindici Paesi. Tre vincitori, a cui l’organizzazione del progetto offre un trattamento di grande cura.

Lo testimoniano le due settimane di tempo di lavoro, vitto ed alloggio, che quattro anni di esperienza dicono essere sufficienti a raggiungere un primo punto di arrivo, e un fee decisamente sostanzioso rispetto ad altre esperienze simili. Per questa edizione ha infatti toccato i settemila euro da usare in piena libertà, che si sono andati ad aggiungere a una scheda tecnica, a detta degli artisti, di eccellenza.

La stessa cura, va detto, riservata agli addetti ai lavori chiamati a presenziare non solo alla prima delle due giornate, la restituzione dei primi studi, ma soprattutto alla tavola rotonda del secondo giorno su prospettive e metodi di uno strumento sempre più diffuso e forse necessario per chi fa teatro: quello della residenza.
Un’occasione che trova sempre più spazi per realizzarsi, tanto che è ormai inevitabile chiedersi se il destino della scena sarà quello di abbandonare progressivamente la performance come forma compiuta, convertendosi in studi costantemente in progress.

Che oggi si sviluppano in realtà che sorgono sovente riconvertendo altri spazi, come fabbriche o – ed è il caso di Verbania – la casa privata della pittrice Elide Ceretti, affidata tramite lascito alla città perché ne facesse uno spazio per lo sviluppo di progeti artistici di giovani.

Un’esperienza, quella di CROSS, che ripropone una domanda urgente: cosa può e deve offrire, oggi, una residenza teatrale? A rispondere sono artisti e critici ma anche e soprattutto di portavoce di altre residenze, da Verdecoprente di Lugnano in Treverina a Fies di Dro.

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Cross Project

La risposta offerta dal gruppo verbano passa soprattutto attraverso una figura, quella del tutor. Due persone per ogni compagnia hanno infatti seguito il lavoro di questi giorni, confrontandosi e presenziando, nella maggior parte dei casi, però, per un tempo limitato. La scelta – di cui si è fatto interprete il direttore artistico Tommaso Sacchi – è però programmatica.
Si tratta di figure anche parzialmente eccentriche rispetto all’ambito performativo, provenienti da mondi tangenti: accanto a Margherita Palli, scenografa della Scala, a Massimo Torregiani arrivato dal CRT di Milano, o al coreografo Rafael Bianco, ad accompagnare il lavoro delle compagnie vincitrici del CrossAward2018 c’erano, ad esempio, l’architetto Italo Rota o l’artista visivo Driant Zeneli, rappresentante dell’Albania alla prossima biennale.

Sguardi plurali (di cui degli anni scorsi aveva fatto parte anche quello di Manuel Agnelli) che garantiscono, nell’intenzione di Sacchi e Cirigliano, la più vasta libertà possibile agli artisti e una interpretazione quanto più vasta possibile del concetto di performance, che è cardine in questo contesto, nella potenziale illimitatezza dei suoi significati, opposta a quella di teatro che Cirigliano sembra avvertire come limitante.

Una figura interessante, quella del tutor, cui gli artisti chiedono una presenza ancor più consistente, purché non sia avvertito come figura obbligatoria di cui non si conosce il compito, ma risponda alle esigenze della compagnia, garantendo una proficua possibilità di scambio cultuale che scardini una dinamica di docenza preferendo invece una sorta di «pedagogia orizzontale».

Che sappia, insomma, «fare domande, piuttosto che offrire risposte o consigli»: è così che Zaneli racconta la propria esperienza. Uno scambio che gli artisti sentono necessario anche e soprattutto tra loro, professionalmente quanto nelle fasi più informali, sfruttando l’efficacia della convivialità. Garantita anche e forse soprattutto dalla natura periferica della residenza, che induce gli artisti a vivere insieme per diversi giorni, nutrendo il confronto.

L’esperienza di CROSS segnala dunque in particolare le potenzialità della periferia, di luoghi liminari e insoliti rispetto ai polmoni culturali tradizionalmente riconosciuti. Luoghi simili infatti sono capaci di proteggere dalla dispersione e dall’abbondanza di proposte che alcune grandi città accumulano. Verbania si candida così a pieno titolo fra quei fertilissimi «luoghi del remoto» che, secondo Oliviero Ponte di Pino, «perchè vergini, possono essere i luoghi in cui ci si concentra, meglio si crea un rapporto nuovo e generativo col territorio».

Territorio, inteso come città, che per CROSS è vitale ed esaltato. In primo luogo attraverso una giuria territoriale di cinquanta membri dalle più diverse provenienze culturali, che concorre – con la giuria di qualità presieduta da Sacchi – alla selezione dei vincitori, ma anche tramite l’apertura – agli spazi, come i giardini ottocenteschi e Villa San Remigio – e alla relazione con gli abitanti di una città che fino a due anni fa non disponeva di un teatro, eppure anche attraverso questo «curiosare nelle botteghe» ha saputo educarsi al nuovo, al non già visto. Anche grazie al lavoro di CROSS, che offre un esempio di grande pregnanza per ragionare sul futuro.

www.crossproject.it/cross-project

Chiara Palumbo

Chiara Palumbo

Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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