Il cuore non si vede, Chiara Valerio “canta” una scomparsa che ci somiglia

immagine per chiara valerio il cuore non si vede«Passeggiavo senza stinchi col mio amore, ho intravisto nei suoi occhi un po’ d’angoscia io l’amavo tanto e ci ho lasciato il cuore, ci ho lasciato già che c’ero anche una coscia».

Lungo le pagine si passano giorni, spasmodicamente, a cercare una storia che somigli ad Andrea Dileva, protagonista del nuovo romanzo di Chiara Valerio, Il cuore non si vede, Einaudi. Solo che le donne che ha intorno si dimenticano di cercarla in Giorgio Gaber.

In qualche modo forse è proprio (anche) Andrea Quello che perde i pezzi. E nel frattempo fa finta di essere sano. Lui però non li perde per strada, come da dictat luporiniano. I suoi, di pezzi, semplicemente scompaiono. A cominciare, naturalmente, dal cuore.

E Laura, sua compagna da cinque anni, quando si accorge di non sentirlo più battere d’angoscia negli occhi ne ha più di un po’. Soprattutto perché Andrea continua a vivere.

«Come tutti perdo i pezzi piano piano c’è di buono che ragiono molto bene..» Andrea è lucido ma, un pezzo alla volta, il suo tronco resta cavo. Dopo il cuore è la volta dei polmoni, e infine dello stomaco: ecco che la trasformazione in tubo è compiuta. E se quella in cui Andrea si lancia è la ricerca di una personale metafisica, l’amica Angelica – anatomopatologa prestata ad un morto non del tutto morto o di un vivo non del tutto vivo – cerca invece una clinica, una spiegazione che si trovi nei libri, insegue nella letteratura scientifica una risposta a un fenomeno che di scientifico non ha niente.

Ma non c’è niente neanche nel mito, nell’antichità classica in cui Andrea ha costruito se stesso e cercato da sempre le proprie certezze. C’è però molto, moltissimo, in queste poco più di cento pagine, dell’intelligenza guizzante della loro autrice, capace di scivolare (o meglio correre, o lanciarsi, come su una montagna russa di riferimenti) tra culturalmente alto e quotidiano.

C’è soprattutto un umorismo colto e pieno di inventiva, capace di sorprendere. Non tanto e non solo per l’espediente letterario, ma per la lingua e lo sguardo che usa, incarnandoli in personaggi che probabilmente troveremmo senza difficoltà tra amici e conoscenze, fatte salve le porzioni sparite.

Per la libertà di immergersi in una riflessione che si srotola senza annodarsi mai, che prima rallenta dentro i pensieri e poi prende il passo spedito delle cose da fare in ogni giorno comunemente straordinario. Per andare dentro quello che è Andrea o forse piuttosto dentro quello che siamo.

Dentro Carla, il grande amore casto ma proprio per questo travolgente, il cui fascino lo avvince quanto il calcolato disinteresse, il suo matrimonio con Claudio in cui «Tutti per motivi diversi desideravano la stessa cosa. E questa è una buona sintesi di famiglia felice» passando per Simone, suo figlio, che lo ha scelto dando un corpo nel modo più semplice a quel che ha sempre avuto paura di scegliere per sé.

Dentro Laura, che «Forse stava con Andrea per una forma di cautela, non voleva essere la pecora Margherita di nessuno, voleva un sentimento che la lasciasse integra, e così era stato.  Andrea l’aveva lasciata integra. Ma il contrario era successo?

Il contrario, succede? A quale prezzo si resta integri, se si resta integri, quando cerchiamo pezzi di noi sparsi nel mondo, annidati dentro a tante persone diverse pretendendo che si incastrino tra loro secondo il disegno che abbiamo deciso per il puzzle?

È vero, può esserlo, che i nostri organi scomparsi spariscano in quelli degli altri, o che quelli di chi amiamo sappiano fare le funzioni di quel che perdiamo lungo la strada? E «se ognuno fosse stato una parte di un corpo piú grande, un Arcimboldo di figure umane che compongono una figura umana?». E cosa resta, di chi ci offre il suo organo, sotto il guscio della pelle?

E se è vero che, come si premura di scrivere in quarta l’editore «siamo fatti di legami, oltre che di tendini, muscoli e ossa», la domanda che resta è chi, siamo?

Chi è Andrea? L’uomo sicuro e rassicurante, per cui «stare con lui è come stare con nessuno», il professore innamorato dei suoi libri e nauseato dai suoi studenti, l’uomo che non sceglie? Quello che va con Carla a Gaeta e in campagna, con Laura al ristorante, il cacciatore di coccodrilli che Simone sognava da sempre di incontrare?
O è piuttosto l’Arcimboldo di tutti questi ruoli, rappresentazioni di sé, quelle che si dà e quelle che gli attribuiscono – persona, del resto, non è che la maschera – destinato come tutti a sommarne talmente tante fino a perderle, e perdersi, in un limbo in cui neanche tra la vita e la morte c’è più una risposta, né tra lo scegliere e il farsi scegliere.

Alla ricerca di qualcosa che lo ancori più che a una spiegazione a se stesso, «Cerco un gesto un gesto naturale per essere sicuro che questo corpo è mio. Cerco un gesto un gesto naturale intero come il nostro io. E invece non so niente sono a pezzi non so più chi sono capisco solo che continuamente io mi condiziono. Devi essere come un uomo come un santo come un dio: per me ci sono sempre i come e non ci sono io».

Chiara Valerio scrive pagine di densa leggerezza, capaci di scorrere come una canzone. Lo fa con l’acuta sapienza di chi ama le parole e la freschezza di chi sa come usarle. Infatti ci si diverte, molto.

E si resta spiazzati e confusi quanto basta da restare avvinti fino all’ultima pagina e magari anche un po’ oltre, sospesi tra il rigetto di Andrea e del suo mondo nel dominio distante e rassicurante della fantasia o l’ansia terrorizzante che a pagine chiuse anche lui sia un organo specchio: di trovarsi davanti al proprio, di specchio, a controllare che non sia scomparso qualche cosa.

Per amore, forse «e se è un abuso, allora tutti gli amori lo sono», scrive l’autrice scaurese (le memorie del golfo di Gaeta hanno la limpidezza favolosa del ricordo di chi lo deve avere respirato nell’infanzia) ma del resto anche «vivere è un abuso, mai un diritto», rimbeccherebbe Filippo Timi.

O forse soltanto per quelle che noi ci illudiamo essere emozioni e sono una parte dell’insieme grottesco e per questo drammatico – o viceversa – che ci compone.

Chiara Palumbo

Chiara Palumbo

Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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