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PLPL #5. La rivolta dei commons secondo Barbero, storico rockstar

di Chiara Palumbo

Accolto come una rockstar. Non c’è un modo più efficace per sintetizzare il calore che avvolge Alessandro Barbero – storico, professore di Storia Medioevale all’Università del Piemonte Orientale, romanziere e divulgatore, ovunque vada.

immagine per La rivolta dei commons secondo Barbero, storico rockstar

Roma e la Fiera della piccola e media editoria non fanno eccezione. Se n’è accorto anche Giuseppe Laterza, editore «fortunato» dell’ultimo saggio divulgativo All’arme, all’arme, i priori fanno carne e sparring partner della seguitissima lectio magistralis romana.

«Se tante persone vengono a sentire Barbero, bisogna aver fiducia nel paese».

In quest’ultima fatica, Barbero racconta quattro rivolte popolari che hanno scosso l’Europa in un lasso brevissimo di tempo, alla metà del Trecento. La prima è la Rivolta dei Ciompi, i lavoratori della Lana.

A Firenze, rischia di scoppiare la rivolta e i Priori, i capi del governo del popolo, ma espressione dei grandi possidenti, fanno arrestare e interrogano cittadini accusati di preparare l’insurrezione, torturandoli nelle segrete di Palazzo Vecchio.
Ma a Palazzo c’è una persona che non doveva essere lì. L’orologiaio della torre è un uomo del popolo e sente le grida. Così lancia l’allarme. «armatevi, cattiva gente. – gente povera – I priori fanno carne d’uomini».

Così inizia la rivolta cui Barbero dà spazio insieme a quella dei Turchini a Cuneo, alla jacquerie francese, e alla rivolta inglese dei contadini contro la servitù su cui si concentra l’appuntamento alla Nuvola. «Vicende talmente piene di svolte impreviste, di violenza e sangue ma anche di speranze non sempre represse. Queste lo sono state, anche se già aver dimostrato che esiste un rischio di rivolta talvolta può bastare».

Rivolta o rivoluzione? Una domanda che interroga il presente, come gli storici non fanno apertamente mai, ma nei fatti sempre, consentendoci di leggere la realtà in cui siamo immersi: «Il nostro mondo si fonda invece sul mito di grandi rivoluzioni di successo. Capovolgimenti del mondo. Le rivoluzioni ci sono riuscite. Le rivolte ci sono riuscite, al massimo, per qualche mese, come i Ciompi».

Del resto, anche la storia come disciplina è figlia del suo tempo. «Nel Novecento la storiografia marxista ha cercato di dimostrare che è la lotta di classe che cambia il mondo. Dall’altro lato, c’è una storiografia che le derubricava a sommosse di poveracci affamati fallite inevitabilmente. E nelle fonti è evidente che, se si può parlare di una verità, i marxisti avevano torto a dire che è solo la lotta di classe a cambiare, ma aveva torto anche chi diceva che non capivano nulla».

I rivoltosi infatti avevano chiarissima la diagnosi sulle disuguaglianze del mondo in cui vivevano, anche se forse ne esprimevano obiettivi in modo semplicistico, avevano chiaro che volevano ribellarsi alla visione – deterministica e teocratica e elitaria – che gli avevano insegnato, secondo cui è volontà divina la suddivisione in classi di cui solo l’ultima, quella contadina, deve provvedere al sostentamento delle altre, nobiltà e clero.

Per spiegare la rivolta inglese, urge ancora un paragone col contemporaneo, la Poll Tax di Margaret Tatcher, che pure «aveva una politica di estrema destra economica, di liberalismo spinto, eppure ebbe difficoltà ad applicare una tassa individuale, uguale per tutti».

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A differenza dei contemporanei, spiega lo storico, la gente del medioevo non pensava che il governo avesse il diritto di imporre delle tasse. Come forse è in parte già noto agli affezionati appassionati del podcast che raccoglie gli interventi del professore, nel 1381 il 14enne re Riccardo II e lo zio duca di Lancaster che effettivamente governa il regno, applicarono una tassa di questo tipo: due scellini per gli uomini sposati, uno per i celibi. Un’inezia per i ricchi, un’enormità per i contadini.

Va tenuto conto che lo stato, per allora, era già una realtà complessa, e presto dalle tasse la rabbia si sposta alla giustizia, intesa – qualche secolo più tardi Azzeccagarbugli sarà li a dimostrarlo, come lo spazio di chi ti dimostra con parole complicate che non hai nessun diritto.

I contadini inglesi, però, fanno un’eccezione: il re. Il monarca non sa, è intoccabile. Si apre allora la caccia ai giudici e agli studenti di legge. Cui si taglia la testa, come da pena per i traditori. È una rivolta in cui il popolo fa giustizia in nome del re.

Quella inglese, del resto, tratteggia Barbero, è una società in cui ci sono i nobili, che possiedono la maggioranza della ricchezza, ma soprattutto i commons. Soprattutto contadini, perché l’Inghilterra di allora, come la Francia, è un paese rurale, non certo l’Italia delle città. La rivolta dei contadini vuole un Paese senza Lord. Lo slogan è semplice: il Regno di Inghilterra sono il re e i commons.

Se si osserva la lectio del professore attraverso la PLPLtv, se ne nota l’abilità oratoria, ma anche una serie di dettagli gustosi che dal vivo forse sfugirebbero. Una passione retorica autentica mentre misura il palco, in piedi, a grandi passi, mentre la telecamera lo rincorre e fatica a seguirlo, mentre tra il pubblico c’è chi lo interpreta disegnando.

È un mondo, quello trecentesco, in cui c’è già il capitalismo e tutti sono membri di una collettività che può prendersi la responsabilità dei propri affari. Ma una gran parte dei contadini portano con sé obblighi di tassazione ereditaria.

I contratti medievali sono spesso eterni, ma d’altra parte legano i contadini a terre da cui non se ne possono andare. In cui della rivolta, con la spietatezza della sua classe ma grande acume, un monaco scrive: «questi analfabeti si sono messi in testa di essere cittadini, ma sono servi».

È, anche, una società abbastanza complessa da contenere persone che sanno ragionare e decidere che i contadini hanno ragione a fare della rivolta non soltanto una questione economica, ma di principio, di giustizia sociale. Una pagina di storia ricca di personaggi che giustificano tutto l’interesse, come John Ball, «prete pazzo, prete “comunista”», che in anticipo di quasi un millennio sulle teologie della liberazione dice cose che suonano come: «non mi risulta che le classi facciano parte della creazione, e quindi si possono cambiare. E non è giusto che i nobili abbiano tante terre. Togliendole, ne avrebbero tutti abbastanza per vivere».E, precisano i contadini, solo il re deve averle, perché così chiederà altre tasse. Nessuno dovrà avere più di quanto serve alla famiglia per vivere.

Per questo, il 13 giugno 1381, dopo una primavera di rivolte, centomila persone sono accampate fuori Londra, sotto le insegne di S, Giorgio, sotto la bandiera del re. Per rivendicare «Noi siamo il regno, non il duca, non i giudici. Noi e il re». Non hanno toni intimidatori, sono convinti che il re stia con loro, perciò chiedono alla corte di consegnare a ogni contea una pergamena che abolisca la tassa.

Così il re scende in barca lungo il Tamigi verso i rivoltosi, ma trova la gente sulle rive e torna indietro spaventato. Conseguenza naturale? I rivoltosi entrano in Londra aiutati dalla gente di città. Promettono di non devastare nulla, ma fanno strage di prestatori di denaro, italiani e fiamminghi.

La rivolta si fa caccia agli stranieri nemici del popolo: la chiosa di Barbero è fulminante: «non ci mette niente una rivolta pseudo-comunista a diventare nazista» Quando i rivoltosi entrano nella torre della Corona l’Arcivescovo di Canterbury, la massima autorità religiosa, scappa sul Tamigi dove lo fermano le lavandaie. Sarà ucciso e la cancelleria costretta a cominciare a produrre le pergamene, contea per contea.

Quando la rivolta appare vinta, il capo dei ribelli Wat Tyler, capo dei rivoltosi, viene ucciso dal sindaco della capitale. La milizia di Londra è armata, e ai ribelli non resta che scappare o chiedono pietà.

La milizia li disperde, e la rivolta si sgonfia in un pomeriggio, perché, commenta Barbero «finchè credi al re tutto è finito». Arriva la repressione organizzata, le commissioni d’inchiesta. La rivolta è sconfitta, ma un seme di cambiamento è gettato. È successo qualcosa di nuovo. Qualcosa che prima si credeva impossibile.

Un po’ come la possibilità della storia di avere un fascino a così larga scala, prima di Alessandro Barbero.

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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