C’è parentela tra scienza e follia. Nel sistema di pensiero razionale occidentale, solo dirlo suona grossomodo un’eresia. Ascoltando Benjamin Labatut, a Mantova per raccontare il suo recente La pietra della follia (Adelphi) invece sembra perfettamente plausibile. E non solo per l’aria da attore Hollywoodiano che a qualcuno ha fatto passare colpevolmente in secondo piano lo spessore del dibattito che ha monopolizzato la quarta serata di Festivaletteratura, tra lui e Chiara Valerio.
Un incontro di intelligenze, mediato dallo schermo e dal fuso orario del Cile, che è anche la storia dell’incontro tra scienza e letteratura. E Valerio non può che aprire chiedendo (e chiedendosi) cosa ha l’una che all’altra manca? E sentirsi, invece, rispondere per prossimità «Stanno tutt’e due al bordo del senso comune, sono vicine alla follia. Scienza e letteratura lavorano entrambe sulle particelle elementari; attraverso di esse si tocca ciò che è senza senso e insieme una molteplicità di sensi».
Ma le particelle elementari, come gli esseri umani, non funzionano in assenza di altre, in sé non hanno un valore fisso. Commenta lo scrittore, dal Cile della rivoluzione di una nuova Costituzione, «abbiamo una illusione di indipendenza. Non credo che la letteratura possa dare risposte, credo che possa dare momenti di estasi, farci uscire e farci vedere il luogo in cui ci troviamo. Non di più.
La scienza, la matematica e la fisica, suggeriscono queste intelligenze, ci ha indotto ad ampliare e a modificare la nostra concezione di tempo e spazio all’inizio del secolo. Oggi, invece, suggerisce Labatut la gente «comincia ad avere la stessa idea del tempo e spazio quanto all’esperienza.
Quello che è cambiato è la nostra percezione, che è diventata allucinata, vicina al sogno. C’è una parte irrazionale che è il filo che ci permette di uscire dal labirinto. La realtà si sta trasformando in un incubo e noi possiamo solo aspettare di svegliarsi
Ascoltando Labatut parlare diventa evidente come anche quanto di più oggettivo possiamo concepire non sia in fondo che un prodotto culturale. Difficile non riconoscere le tracce del realismo magico caratteristico della letteratura sudamericana in un autore che nella scienza vede dei mezzi che «hanno ampliato lo sguardo, parlato di qualcosa che non esiste. Attraverso cui esplorare il concetto di limite, l’idea di non capire, che ci spinge alla follia».
In questo contesto, quale può esser allora il rapporto con la realtà alterata, da sostanze o da idee. «La realtà – risponde Labatut – non è una cosa ferma come si crede, e non costa nulla alterarla. Io fin da piccolo vedevo le cose semplici e mi parevano difficili. La luce che brilla sulle cose, infatti, talvolta può accecarci».
E allora, la realtà è veramente conoscibile? Secondo lo scrittore nato a Rotterdam, si può se non altro costruirne il senso. Esistono due strade: la scienza cerca cose che si ripetono e trova cose che sfidano le nostre certezze.
La letteratura indaga più profondamente e illumina verso l’interno di sè. «La verità con gli occhi aperti è la visione della letteratura. Io cerco di farli dialogare, cerco gli opposti che dialogano per comprendere meglio. Ma mi interessa esplorare quello che è ingovernabile, mostruoso, della realtà. Guardo la scienza dallo sguardo della letteratura».
Il che significa anche sapere – o voler – vedere i limiti della scienza, almeno per come la intende chi la legga in questo modo. Spiega Labatut: «non so se ci sia uno strumento migliore della scienza per studiare il mondo, perché ci dà un metodo. Ma non ha tutte le risposte, ci mette di fronte a quello che non sappiamo.
La scienza è cinica su quello che ci tocca di più, è insieme uno strumento per indagare il mondo e insieme una straordinaria allucinazione, che dà prova di grandissima indifferenza».
Se la scienza è parente della follia, sostiene l’autore, la forma più vicina alla magia. Sospetto che dio e i demoni abitino le menti matematiche. Valerio non è per niente d’accordo, ma chiosa, divertita «Studiare la matematica insegna che esistono e hanno diritto le opinioni contrarie, purchè dimostrabili».
Leggere l’autore cileno, in particolare Quando abbiamo smesso di capire il mondo significa immergersi in una realtà dove tutto è connesso, dove ogni cosa cambia qualcos’altro, come sintetizza Valerio Sono racconti sull’estraneità del mondo, che portano in luoghi dove il linguaggio è assente. L’eccesso è la realtà. E del resto, da bambini tutti ci siamo scontrati col fatto che la realtà eccede la possibilità di comprensione.
Per questo, conclude Benjamin Labatut, «scienza e letteratura portano esperienze che sono senso, come l’incontro nell’assenza di certezza».
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.








