Teatro sull’acqua #2. Ma se mi toccano. L’opera sul lago attraversa i secoli

Che il teatro possa prendere spazio e materia in ogni angolo della città sembra essere l’assunto alla radice del Teatro sull’Acqua. Se è così, il complice più stretto, pronto da sempre a “stare al gioco”, non può che essere proprio l’acqua del lago Maggiore, su cui Arona si apre e che, nel “cuore liquido della notte” settembrina si fa culla dell’immaginazione e della memoria in Ma se mi toccano prodotto in collaborazione con il Teatro Coccia di Novara.

È dal lago che, evocate dalla penna di Maurizio De Giovanni e dalla voce di Dacia Maraini, maestra di cerimonie e padrona di casa, sembrano emergere sul lago ombre di ricordi, incantesimi di presenze che attraversano i secoli, al suono dell’Opera.

Quella di Gioacchino Rossini in particolare, il bravo Edoardo Siravo, che appare sul pontile stanco, provato, giunto ornai al rifiuto di quelle note che gli sono destino e prigione, amanti meravigliose e crudeli di un tempo da non ricordare, serrando la finestra su ciò che è stato.

Eppure, la musica sfugge anche alla volontà del proprio autore, e mente si propaga, il San Carlo di Arona ne evoca un altro, e la città lacustre si muta nel brulichìo delle strade napoletane, e l’oggi nell’Ottocento popolare e vitale in cui un Rossini ormai maturo e venerato cerca la soprano adatta per il suo (ultimo?) spettacolo, nascosto sotto il tabarro di un avventore qualsiasi in una locanda dall’atmosfera verace.

Ad aiutarlo Leopoldo l’impresario e Ottone il pianista, Massimo Pagano e Arduino Speranza, che paiono tolti di peso dalla tradizione del teatro partenopeo. attorno a cui si muove una folta schiera di figuranti, chiassosi e in perenne movimento, una vera e propria compagnia di commedianti.

Così, sul palco allestito sulla tolda rovesciata di due barche, alla loro danza sull’acqua si sostituisce quella, sulla terra, dei popolani e dei guitti. Colto e popolare si intersecano, nelle coreografie di Giulia Murgianu in cui il regista, Hervè Ducroux, impegna con una efficacissima resa d’insieme una mole di figuranti effettivamente più vicina alle abitudini dei melomani.

C’è il ricordo tra le righe di Maria Callas, amica amata, evocata fin da subito da Maraini, a far da ponte tra i secoli e i mondi, e a sostenere e motivare l’intera intenzione, non è difficile intuirlo, che alla scrittrice si deve, come l’intero festival.

Così, le note nobili e ironiche di Rossini, omaggiato nel centocinquantesimo anniversario della scomparsa, si intessono con la prosa semplice e terrigna che dà corpo alla scelta della cantante: uno spaccato di tipi forse non originali, eppure funzionali a raccontare. Vicine al confine dell’opera buffa, in abiti colorati e in tono con l’epoca sfilano Chantal Dorè (Virginia McIntyre) la cantante in finita ma irrimediabilmente “prigioniera di un passato che non vuole lasciare passare”, alla spasmodica rincorsa di una voce che non c’è più e di una seconda occasione.

E la suggestione riporta alla mente i racconti che la Maraini ha reso, negli anni, del set della Medea di Pasolini, della seconda vita di una Callas che aveva perso la voce e la gloria. E a cui, pure, PPP aveva voluto aprire una strada nuova, consapevole – come Rossini in scena – che il talento non dura per sempre, e che bisogna saper riconoscere l’esaurirsi del proprio tempo, perché i posteri possano ritrovare ancora puri i frutti che si è saputo offrire, pur in un futuro del quale non si godrà.

A prendere la scena è l’arte vendiuta all’ambizione e alla volgarità del potere della giovane grezza e affascinante, Rosa Sarti, (Leonora Tess), che offre il suo corpo sapendo che sarà lui più che la sua voce a compensarla. E, da contraltare, in coerenza con un tempo di rivendicazioni femminili, Lucia, (cui presta la voce la stessa Tess) la cantante che nessuno si aspetta, la nana da tutti trattata come personaggio da giullarata che svela il proprio dono rimproverando gli uomini in scena che “una donna deve prima essere bella, poi forse vediamo se è brava”.

Nella levità della favola morale che si delinea, in cui l’impresario chiarisce di aver “voluto dare un’occasione a chi non ce l’ha”, non è però quest’ultima ad averla vinta, bensì un ulteriore sorpresa: la locandiera, interpretata da Federica Pieropan, che svela un talento coltivato per amore del nonno e nascosto per tutta la vita, come lo resterà dall’indomani in poi, se non per quell’unico concerto che concede al maestro per amor di una promessa fatta al suo caro; un talento puro, che sceglie di rimanere fedele a se stesso, e non a caso si chiama Maria.

Se la trama è godibile, le peculiarità degne di nota di questo lavoro stanno invece soprattutto altrove. La qualità dei cantanti dal vivo (cui si aggiungono la popolana Valentina Garavaglia e il Figaro di Daniele Piscopo, permette di dare efficacemente corpo alla lodevole intenzione di rendere autenticamente popolare l’opera lirica, scegliendo un’architettura elaborata e effettivamente operistica cui l’atmosferma del lago e i barrocci manzoninani che lo solcano conferiscono un surplus caratteristico.

Diventa così molto ben fruibile una traversata in gran parte del repertorio rossiniano, che viene compendiato senza tradilo e mantenendone le specificità visive, incluse le curate inserzioni di teatro danza cui i figuranti rendono buon merito.

Dacia Maraini si circonda di un nutrito e valido gruppo, che riesce a far sorridere e accostare anche un pubblico profano al fascino dell’Opera, e nell’omaggio a Rossini se ne concede anche uno, garbato e appena suggerito, all’amica Callas a disposizione di chi intenda coglierlo, rendendo, sommessamente, testimonianza di secoli. Non solo dell’Ottocento d’oro dell’Opera e del San Carlo, ma anche di quel Novecento intensamente vissuto e non soltanto attraversato e raccontato.

Passaggi di tempo che anche l’opera continua ad essere in grado di raccontare.

Chiara Palumbo

Chiara Palumbo

Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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