ultimi articoli dell'autore

La parola al Teatro #63. Aspettando il segreto della vita. Le sedie di Ionesco e il presente.

di Chiara Palumbo

Che cosa racconta, oggi, un classico? Ce lo si chiede soprattutto a teatro, ogni volta che si cerca di evocare un suono che possa ancora ammaliare da una partitura di parole di cui molti hanno già indagato il ritmo.

E si potrebbe cercarla facilmente se, delle Sedie che arrivano al Teatro Carcano con la regia di Valerio Binasco ci si soffermasse a osservare l’aspetto fatiscente e la muffa come leitmotiv di uno spazio – quello della scena e con esso il teatro stesso – che cerca nuova aria dopo l’oppressione di due anni di silenzio e paura, o singhiozzo e fatica.

Sarebbe facile volerci avvertire che qualcuno ci sta mettendo davanti la nostra stanca coazione a ripetere di frasi ormai vuote, il refolo d’aria pesante che esce da certe stanze chiuse, come da chi parla di ridere sulle macerie. O soffermarsi a guardarle, quelle macerie, la polvere che sembra il lascito di un bombardamento, mentre un palcoscenico si è aperto con il suono di una sirena antiaerea, come quasi tutti in questi giorni.

Sarebbe facile, insomma, forzare il capolavoro di Ionesco a una pretesa di attualità. Ma sarebbe troppo poco. Perché queste Sedie sembrano effettivamente scritte ieri. Ma lo sembrano perché si liberano, coscientemente, della dittatura del tempo. Perché sul piano inclinato della scena come della loro vita si muovono due personaggi che hanno centinaia d’anni e nessuno, disperati e lievi come solo certi sogni, quelli che svelano verità ultime.

Due figure diafane e fragili come bambole di porcellana, disperatamente pure, e insieme grottescamente esasperate come certi clown perduti che distorcono smorfie grottesche sotto una biacca che si forza di nasconderli e li svela, come se un attimo prima del finale di morte a Venezia si fosse preferito il bianco.

Ma è – quella di Semiramide e del Maresciallo d’alloggio, una malinconia che sa essere lievissima, una cupezza piena di luce. Quella di un amore viscerale e inevitabile, capace di far esistere anche figure che superano i confini stessi dell’esistente. “Io ridivento nuova per te tutte le sere”. Una reciproca appartenenza che è un serissimo gioco a dar forma a una realtà che non esiste,  attraverso il solo strumento che lo rende possibile, le parole. Solo le parole danno forma a quello spazio dentro cui “io sono me stesso dentro un altro”. Ma non sono parole predittive, hanno l’eleganza vuota di logica delle formule magiche, che sanno incantare ma non spiegarti come agiscono.

È però in queste trame d’aria che si legge la realtà, dove niente è didascalico. Neanche una catasta di sedie di cui non si vede la fine sempre lì per crollare ma che forse somigliano piuttosto al tunnel di Alice: una strada misteriosa per arrivare a un altrove.

Una realtà – su cui l’etichetta di teatro dell’assurdo che abitualmente si appioppa a questo testo, mente – fatta di un amore che vorrebbe disegnare ineluttabili prospettive di gloria a chi ripete: “mi fa male la vocazione”.
Una realtà di vite lasciate trascorrere per giungere al momento nel quale consegnare al futuro il segreto del mondo.

Anni – o forse secoli – di attesa di un Godot che possiamo essere noi a dischiudere agli altri. A qualsiasi ospite sia disposto ad occupare la sedia (antica, scalcinata o soltanto casuale) che abbiamo pronta soltanto per lui. Quale tempo più del nostro ci induce a immaginarci portatori di segreti ultimi, marescialli d’alloggio che ormai hanno perso la boria di rivendicare i gradi perché vedono bene le loro ciabatte, ma non il bisogno di essere ascoltati, da qualcuno purchessia?

Un’urgenza che non grida, perché è quando “non si ha più niente da chiedere alla vita che si può finalmente raccontare la propria storia. Eppure lasciare “agli altri la cura” di ritrovare il senso della vita. Che porta con se una sua profonda, melanconica tenerezza che Federica Fracassi e Michele di Mauro restituiscono magistralmente.

La sintonia e la complicità tra i due è perfetta e ne esalta le qualità attoriali: l’uno scova nella voce una dolcezza fonda, l’altra un’apprensione calda e aspra insieme. Si muovono con grazia – pur attraverso un contesto e dei personaggi che non potrebbero essere più disarmonici – regalando meraviglia anche allo sconcerto.

Fino all’inevitabile finale, quello in cui Godot – lo insegnava Claudio Lolli in un pezzo meraviglioso e da molti dimenticato  – ci si rende conto di poterlo raggiungere soltanto correndogli incontro. O forse lasciandosi cadere, in un azzurro di oceano e di cielo.

“Per consegnare alla morte (ma si può davvero chiamare morte, quella di chi non ha vissuto o ha vissuto ogni tempo, la sparizione alla vista di chi non ha un corpo, o è, semplicemente, un’uscita di scena) una goccia di splendore, di umanità, di verità”

immagine per Chiara Palumbo
+ ARTICOLI

Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *